“«Vieni, Victor, non rimuginando pensieri di vendetta contro l’assassino, ma con sentimenti di pace e dolcezza che possano guarire le ferite delle nostre menti. Entra nella casa del lutto, amico mio, con gentilezza e affetto per coloro che ti amano, e non con odio verso i tuoi nemici.
Il tuo affezionato e afflitto padre, Alphonse Frankenstein.
Ginevra, 12 maggio,’17.”
Chiamatele coincidenze o, se preferite, sincronie. Questa volta capita che nel giro di ventiquattr’ore esca nelle sale e su Netflix il nuovissimo “Frankenstein “di Guillermo del Toro assieme allo stagionato ‘Intervista col vampiro” di Neil Jordan trasmesso in TV, ispirati entrambi a due romanzi di culto: il primo, opera sublime romantica di Mary Shelley, il secondo, il raffinato racconto horror nichilista contemporaneo di Anne Rice.
Entrambi da me tradotti!
Dopo tanto tempo, di punto in bianco mi si sono presentati a braccetto in forma cinematografica: un piatto pantagruelico, regale. Ecco l’intrigante coincidenza.
Se il vampiro di Jordan è una vecchia consolidata conoscenza, che perciò possiamo mettere da a parte, che dire di quest’ultima, ennesima versione di Frankenstein?
Sarà pure una favola gotica sontuosa e trascinante, ma con tutti i suoi discutibili meriti e seduzioni estetiche, tradisce dall’inizio alla fine sia il senso sia la lettera del racconto di Mary Shelley, che non è proprio una favola della buona notte, fino all’improvvido happy ending.
Tutta la complessità etica, la tragicità dei personaggi e degli eventi sparisce per far spazio alle figure polarizzate secondo lo strabordante progetto artistico del regista.
L’infedeltà che più balza agli occhi è commessa ai danni della Creatura e del suo creatore Victor, incubi monumentali dell’immaginario occidentale, ma c’è n’è una, grande come una casa, in genere inosservata, che ci riporta all’inizio discorso.
Il padre Adolphe non somiglia per niente al freddo scienziato- patriarca-pedagogo munito di staffile del film; si rivolge al figlio con una dolcezza che più non si può – notare che lo chiama anche “amico mio” – illuminando un clima di serena affettuosità familiare e non solo. Soprattutto gli consegna un messaggio di amore universale e di ripudio dell’odio verso i nemici che è rovescio della concitata, forsennata conflittualità infusa alla narrazione da del Toro.
E qui si svela l’ultima sorprendente coincidenza: il messaggio nella bottiglia lanciato da Mary Shelley due secoli fa sembra tagliato su misura per il presente, dove l’odio esplode o serpeggia ovunque, dal più vasto, tragico scenario dei conflitti globali giù giù fino ai rapporti sociali e infine personali.
Questa mia Nota del Traduttore – dall’edizione di Repubblica – si trova nel primo commento. È istruttiva e a modo suo anche divertente, soprattutto nella seconda parte… Dateci un’occhiata!
Chi è incaricato di tradurre un grande classico della letteratura ottocentesca può a buon diritto sentirsi intimidito, stretto com’è tra molti e autorevoli predecessori. Nel caso di Frankenstein, poi, il traduttore è anche costretto a fare i conti con la presenza ingombrante del Mito. Sono ormai quasi due secoli che il Mostro ha abbandonato la nativa nicchia letteraria per il più vasto mondo, dove ha conosciuto una folgorante carriera, diventando una star dell’immaginario collettivo (il Mostro per eccellenza).
Grazie soprattutto alle sue replicazioni mediatiche, oggi si aggirano per l’Europa e il mondo, tra film, musical, serie televisive, fumetti, gadget, boutique, siti internet e gruppi di culto, miriadi di mostri (inverando così metaforicamente il terrore del dottor Frankenstein). Quale prezzo del successo, la coppia originaria ha dovuto subire numerose metamorfosi, alcune geniali, ma per lo più mutilanti. Tant’è vero che nella percezione e nel linguaggio corrente il Mostro e il giovane scienziato (spesso fuso o confuso col primo: “Mi sembri Frankenstein!”) sono poco più di una ripugnante macchina assassina e di uno psicopatico megalomane e necrofilo. Nel frattempo, tuttavia, è da supporre che la vera Creatura*, la capostipite, abbia continuato a menare una vita ritirata, con l’inseparabile compagno, nel retrobottega delle nostre coscienze, dove s’affaccendano a fondere nuove paure, moderne e postmoderne, con le ataviche, producendo una speciale qualità di angoscia, senza di che, probabilmente, da tempo sarebbero stati confinati ai film horror di serie C.
*Per quanti avi leggendari si mormori abbia – Golem, automi, vampiri ecc.-, essa è stata partorita nuova, intera, e adulta come Minerva, dalla testa di Mary Shelley, In forma di incubo, a lungo incubato.
Stanti così le cose, il traduttore per contribuire in qualche modo a restituire un po’ di verità perduta ai personaggi e al romanzo stesso ha davvero solo uno stretto margine per una manovra molto delicata, perché la prosa di Mary Shelley – come sostiene Muriel Spark, somma studiosa dell’autrice – è semplice e diretta, per lo più nitida, il senso delle parole, trasparente; nelle sue pieghe non si annidano né oscurità o ambiguità semantiche né s’incontrano particolari complessità sintattiche. Conviene quindi anzitutto eliminare le suggestioni di varia provenienza attraverso un piccolo esercizio di epoché. In questo modo si può sperare di cogliere il suono e il tono più autentico del romanzo, e, grazie alle associazioni che emergeranno spontaneamente, cercare di riprodurli nella nostra lingua col minimo di affettazione e il massimo di fedeltà possibili.
Per illustrare questo punto, devo procedere in negativo, citando qualche intervento “abusivo” che mi è capitato di notare in altre versioni.
Per cominciare, i frequentissimi “quasi” (“almost”, “nearly”) che creano efficaci chiaroscuri, a volte sono rimpiazzati o integrati con altri avverbi. Per esempio, la drammatica notte del voto di Victor al cimitero, da “nearly dark” che era, passando per “quasi completamente buia”, arriva a essere “molto scura”, con ciò rendendo ancora più fosca e monocromatica la scena. Spesso, poi, ci si imbatte in una serie di attenuazioni o di vere e proprie censure. Succede così che a Victor e al di lui padre in lutto venga negata una pur momentanea allegria a favore di un diverso stato d’animo, considerato evidentemente più appropriato (“cheerful”, “allegro”) è reso con “sereno”, che il “divertimento” (“amusement”) sia sempre bandito per gli afflitti, i quali devono accontentarsi di un po’ di “distrazioni”; e mentre la smania di massacro del giovane soldato “burning for…massacre” è trasfigurata in desiderio di “combattimenti”, la flanella (“flanel”) di cui è fatto il sudario che avvolge la madre morta nell’orrendo incubo di Victor di “stoffa” o “tessuto”. sfuma regolarmente nell’indeterminato, diventando di “stoffa” o “tessuto”.
A volte i lunghi elenchi di sentimenti sono sfrondati senza pietà. Mary Shelley può essere ridondante, inanellare sinonimi a dismisura, contraddirsi con disinvoltura e ripetersi. Certi l’accusano persino – a torto, secondo me – di essere pomposa e noiosa. Ma, sia come sia, è il suo stile. Perciò mi sono prefissa di rispettarlo devotamente e ho cercato di sottrarmi alle tentazioni miglioriste, censorie e narcisistiche anche di fronte ad apparenti sciatterie o incongruenze.
Mi appello a questo punto all’autorità di Milos Kundera, che in un articolo sulla traduzione apparso sul “Venerdì di Repubblica” del 26.9.2003 dichiara senza mezzi termini di non sopportare nessun tipo di ingerenza, a partire dai cosiddetti sinonimi. Se io uso “casa” dieci volte di fila, argomenta lo scrittore, è perché voglio quell’esatta parola; sono perfettamente in grado d’infiorettare la pagina con “abitazione”, “dimora”, o “domicilio”, peccato che a me piaccia “casa”, senza fronzoli né surplus di significati. Casa e basta.
Forse Mary Shelley sarebbe più tollerante. In ogni caso, io ho cercato di applicare la severa regola kunderiana dell’ipse dixit, che mi sento di approvare incondizionatamente. Perché oltre a diritti degli autori protegge quelli, speculari, dei lettori, dei quali anch’io faccio parte. E cioè di potersi abbandonare alla lettura per fruire dell’opera nella sua integrità, nel bene e nel male, “come se” si avesse accesso diretto alla narrazione e a tutte le informazioni che convoglia, nessuna esclusa.

