Confluire

Valpo, ridente sobborgo di Verona titillato dall’Adige. Distante dal trantran importuno della città. Dove i tipici muri a secco fiancheggiano viuzze composte e pacate. Terra di garbo e ospitalità in cui il buon vicinato conosce la cortesia della freddezza, senza lesinare alla bisogna una caliente tazzina di caffè. È qui che Lino e Lucia sono finiti, loro malgrado, seguendo una bizzarra filza di traversìe. Circostanze ritenute al tempo specialissime, più uniche che rare, eppure rivelatesi con delusione simile a tante altre.
Care lettrici e cari lettori, siate serene e tranquilli: esse vi saranno risparmiate. Si pensi pure ad altro, mentre il giorno sbadiglia sulle lanterne lungo via dell’Amarone. Il nostro sguardo s’infila dentro una casetta, in punta di piedi, per vedere come se la passavano i beniamini. Chi scrive si nasconderà dietro le tende dal sapore kitsch in salotto. Chi legge faccia di necessità virtù, purché calzi le pattine prima di entrare.

«Beccati questo, vecchia carretta!»
Lino pescò un due di picche beffardo. Con pugnace nonchalance, Lucia gli proiettò sulla gota un denso ceffone di fumo.
«La buonanima di tua mamma, Lino.»
Sulla tovaglia verde, stesa a foggia di moquette come nelle bische di malaffare, il solido gioco di pinelle la favoriva sul marito, con un ventaglio di come-quando-fuori-piove appoggiato al naso. Giocavano in penombra, uniche fonti di luce il cilindro di neon dell’acquario e lo schermo del cellulare di Lino. Ecco, si accende in questo momento.
“C6 papi?”
Il padre scostò gli occhiali sulla punta del naso. Digitava lento le risposte. Iris voleva scarpe da tennis nuove, ma furbetta non ricordava quanto poter spendere. L’intervento di Lucia, strappato di mano il telefono a Lino, fissò il limite a 50 Euro. Salomonica donna. La questione money era presto risolta.
“OK grz vvb”
Tornando alla contesa, racconciata sullo scranno domestico, la donna scese spietata un tris di fiori. Doveva recuperare i panni in balcone, sapete. Poi la cena. Eccetera.
«Ecco qua. E non ti arrabbiare, che la farmacia costa.»
A braccia spalancate, l’uomo lanciò le carte in aria come coriandoli arrabbiati.
«Beh ma ormai non ti basta più vincere. Mi prendi pure per culo!»
Nel mentre, un nuovo messaggio dalla figlia accese il dibattito sulla cena con le amiche. La schiena curva di Lino sul cellulare chiese conferma alla fronte corrugata di Lucia, che diede il niet pigiando una sigaretta nel posacenere. Avrebbe piovuto forte, forse dava persino temporali. E poi chi li conosceva quelli. La giovane però insisteva.
“Vi linko gli account su Instagram, così vedete chi c’è. Niente ragazzi giuro!”
Lino impiegò diversi secondi a metabolizzare il testo, rileggendo più volte a Lucia nel vano tentativo di comprendere. Un paio di sguardi confusi si arresero a Iris, augurando buona cena.

A Burraco avvenuto, il marito implorava la moglie per una rivincita, resa impraticabile dalla coda di faccende domestiche, seguita dalla somministrazione reciproca di vitamine e medicinali. Era quasi ora di cena, tra l’altro.
Lucia, a ragion veduta, rammentava a Lino una ridda di déjà-vu. Materializzava gli indimenticati momenti dei rari successi, l’urto di troppe delusioni, gli stornelli del paese con le fisarmoniche ai piedi della montagna, la sorgente del’Aterno e le remate, quante remate contro la corrente, fino all’impensata confluenza col fiume, tirando i remi per saldare il debito d’ossigeno col destino.
Passati con fatica settant’anni, i rimorsi vengono schiacciati dall’ingombro sospinto dei rimpianti. Le certezze smentite s’assottigliano nell’unica verità della morte, temuta come una siesta definitiva, tuttavia sognata come un passepartout nella toppa del paradiso. Lino sfiorava in Lucia la quintessenza d’un melanconico stato di beatitudine. Mutevole nel particolare quanto invariabile nel generale. Un muesli brizzolato di ricordi condivisi. Ma non si sciupi troppo inchiostro su persone che più non esistono, ripiegate come origami nella carta d’un accordo sbiadito. Né sulla diletta figlia (Iris, per coloro i quali avessero perso il filo), lontana anni luce da questo racconto.

Preso atto della floscia débâcle, Lino assestò una pacca sulle terga di Lucia, creando una tremula onda d’adipe. Schiarì la voce da un grumo di catarro che stava lì lì per zompargli dalla gola, indi dichiarò in tono secco, davanti allo specchio.
«Io nostra figlia non la conosco più.»
Lucia cullava un vestito stinto da riporre nella gerla di bucato. Versò una polverina nell’acquario.
«Devi amarla, mica conoscerla.»
Lino guadagnò dunque il sofà per dedicarsi alla partita del Pescara, annuendo al pensiero della moglie. Questa chiuse la finestra del balcone e si impoltronò a sferruzzare una sciarpa azzurra. Nel frattanto snocciolava al marito le speranze in serbo per Iris, i dettagli dei suoi cento acciacchi, gli ultimi pettegolezzi filtrati dai vicini. Lino aveva alzato il volume delle cuffie al massimo e sentiva soltanto la telecronaca. Lucia continuava, ciarle e ferri, contando i punti a ogni rovescio.

Preziose lettrici e stimati lettori, vi siete ben nascosti dacché non siete stati scoperti. Ben fatto. La nostra coppia si ritira a letto, voi lasciate pure le pattine. Usciamo discreti, così come entrati, chiudendoci il portone alle spalle. Lino e Lucia già russano tra le braccia di Ipno e Tanato, fratelli della tenebra. Uno di loro non sopravvivrà all’incontro, per colpa di un infarto fulminante. Pura ed imprevedibile fatalità. Si intuisce che l’indomani sarebbe partita la veglia dolorosa dei superstiti, con lo straziante strascico di ciò che ne consegue. Ma questa è una vicenda alla quale non spetta assistere. Ciascuno intraprenda il proprio viaggio. Ci allontaniamo prudenti lungo via dell’Amarone a capo chino, in reverenza dei filari pigri, percorrendo il corteo delle case a luci spente. Abbandoniamo la dolce nenia cobalto sulle labbra del villaggio di Valpo.

4 commenti su “Confluire”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto