Contraccolpo

La rete di linee del bus s’intersecava tentacolare. Bastava confondere la 11 con la 12 per ritrovarsi parecchio fuori strada. Era il caso di Egidio, a tracciare col dito sul cartello la fermata più congeniale della tratta. Non voleva sbagliare, né perdere tempo. Rischiava di essere visto dalla figlia, o dal suo compagno.
L’uomo studiava la legenda, seguiva un percorso e scivolava immancabilmente col dito. Un tic nervoso lo sorprese sul mento. Sbuffava, riprovava. Il ragazzetto lentigginuto accanto a lui scoppiò un palloncino di gomma, tenendo le mani negli spallacci dello zainetto. Pareva aver tutta l’intenzione di ripetersi. Irritante, certo, seppure mai quanto il vecchio in vena di filippiche – neanca un posto m’avete lasa’. Nessuno se lo filava: sguardi oltre i vetri polverosi, negli schermi unti dei telefoni. Lui sbraitava, braccio in aria -rispeto ghe vole – infilato tra due ragazzine che tolleravano per pura educazione, fino alla fermata.
L’autobus arrivò tra le auto allo spiazzo dei bus come un rinoceronte in carica contro una cristalleria, per poi bruciare mezzo pneumatico in una frenata scomposta. SSKRIII! Egidio agevolò affabile il passaggio della signorina Rosa – Prego – Oh grazie – Ci mancherebbe siòra –la quale piantò il bastone da passeggio nel mocassino dell’uomo. Cataratta crudele.

Si conceda ora una breve digressione.
C’è da evidenziare un aspetto peculiare, in tema di veicoli, che separa gli autisti diligenti da quelli scapestrati: la frenata. E questo, chi prende spesso il mezzo, lo sa. Eccome, se lo sa. Lo sa, lo sa. In virtù dell’esperienza, ciascuno e ciascuna dei passeggeri affinano abilità speciali per non cadere vittime del rinculo. Un rischio concreto sarebbe timbrare il finestrino con una capocciata. Tragicomico. Oppure inciampare sui piedazzi dei vicini. Deprimente. Per non parlare delle gomitate impreviste. Quelle sono le peggiori. D’altra parte, soprattutto tra gli adolescenti al climax di ormoni, vi è chi premedita l’occasione e ne coglie il momento per fare il polipone.
Rivediamo alla moviola la frenata dell’11 alla fermata di Piazza Bra’. L’autista, un certo Pablo, quel giorno era sovrappensiero. Girò le chiavi per avviare il bus. La sera prima, cosa che avrebbe preferito di gran lunga evitare, aveva notato la confezione di un preservativo nello zainetto di sua figlia (Non che stesse frugando, per l’amor di Dio). Voleva soltanto spostare la sacca dal divano a una sedia. Stava per iniziare il suo talk-show politico preferito, che non aveva alcuna intenzione di perdere. Confuso dalle linee del suo partito preferito, che si mescolavano con quelle dall’opposizione, si sorprendeva a dare ragione all’uno e agli altri, prendendone le parti a fasi alterne, come se in cantiere seguisse i tiranti di una gru durante una movimentazione di materiali. Insomma era lì, che seguiva i programmi nel programma, con tutta l’intenzione di perseverare, finché avrebbe chiarito le idee su come votare. Se non fosse che il pigro occhio gli era finito dentro lo zaino aperto sulla sedia. Sull’inequivocabile arnese che spuntava dalle pagine di un libro. Scrollò la testa e bevve un altro sorso di rosso. Sua figlia? La stessa figlia che quella mattina, prima che lui andasse a lavoro, gli aveva schioccato un tenero bacio sulla fronte! Pablo sterzò il volante. Non riusciva a capacitarsi che Giulia facesse sesso. Ma come! Alla sua età!? Chissà dove avrebbe usato il contraccettivo. Se nei bagni della scuola chiedendo al prof di uscire un minuto, o a casa del suo fidanzatino, coi genitori impegnati in ufficio. L’autista sostò alla fermata di corso Porta Nuova. E se non fosse stato un butelino, ma un uomo scafato? Uno di quei viscidoni cui piaceva vincere facile. Hanno buon gioco a sedurre ragazze col complesso di Edipo. E le scartano quando la bambola perde il profumo di fresco. La mente di Pablo era un forno rovente, nella quale lievitavano timori e insicurezze impastate dalla fantasia. Pigiò sulla frizione. Era il primo profilattico che usava, la sua Gi?
Uno di una lunga serie di siluri? E sceglieva anche il gusto? Ah, i dilemmi d’un povero padre. E pensando forte, domande dopo dubbi, il nostro buon autista stava per mancare la fermata di piazza Bra’. Il che spiega, per sommi capi, il motivo di quella frenata maldestra (per chi avesse scordato: SSKRIII). Uno strattone poderoso che creò scompiglio nel mezzo nel mezzo, vieppiù alla piattola attaccata accanto al posto di guida, nonché agli sciagurati seduti in ordine sparso.

Ma andiamo con ordine. La signora Nives, come ogni mattina, sostava accanto a Pablo per raccontargli dei fatti suoi. Non prendeva mai posto, lei. Restava lì in piedì, vicino al freno a mano. E partiva la tiritera: a lavoro era il solito tram-tram, in famiglia tanti problemi, le amiche erano invidiose della sua nuova borsetta – Meno male che ci sei tu Paolo con cui poter parlare – se non fosse che questi si limitasse ad annuire e intercalare con alcuni – Ecco, Giusto, Claro, Sì-sì, Ma va là!? – piazzati di mestiere tra una clacsonata e un’occhiata al retrovisore. Senza contare che la Nives era alta un metro e mezzo compreso lo chignon e mezza veniva nascosta dallo sportello separatore. Oltre al fatto che la sua esile vocetta si mescolava al corposo brusìo di fondo dei ragazzi. La donna parlava, parlava, parlava, finché la brusca frenata le fece sbattere i denti su un estintore. Pablo se ne sarebbe accorto soltanto al capolinea. Credeva, avrebbe testimoniato in seguito, che la signorina fosse scesa anzitempo. E che dire dei malcapitati seduti in quinta e sesta fila, protagonisti di una vera e propria reazione a catena?
Il sussulto fece slittare in avanti il testone di Francesco (6° fila) – Uacci… – che sferrò una zuccata alla nuca di Andrea (5° fila) – Ahiaa! – il quale allargò il gomito sulle morbide guance di Sofia (5° fila) – Mhuu – la quale sprizzò il caffè rovente che stava bevendo sulle palle di Luca (in piedi, accanto a lei) – AAAHHH – il cui bacino era scoperto mentre si reggeva al corrimano superiore. L’urlo ferale del giovane fu attutito dal compassionevole stridìo dei freni. Filippo (in piedi, più avanti) non capì granché, perduto nella propria visuale dall’alto – Guarda là che roba – sulla burrosa scollatura di Marta (3° fila), isolata nelle proprie cuffiette.

Torniamo ora a bomba. Si accennava che Egidio agevolò affabile il passaggio della signorina Evelina – Prego, Oh grazie, Ci mancherebbe siòra – la quale piantò il suo bastone da passeggio nel mocassino di lui, beccandovi in pieno l’alluce valgo (stendiamo qui un pietoso drappo sulla reazione del poveruomo). Questi, dopo un tip tap dolente tra scaletta del bus e marciapiede, si ritrovò a destinazione con un tuffo al cuore. Alzò gli occhi incantati, oltre gli archi dell’Arena. L’afa diurna scioglieva in un tramonto stanco. Un piccione grigio zompettava sulle tegole di un palazzo. Fatto più unico che raro, erano due giorni di fila che a Egidio capitava di vederne uno. Sorrise a labbra strette. Sentiva che se il giorno seguente ne avesse visto un terzo, sarebbe potuto accadere qualcosa di speciale.
Magari, persino fare pace con sua figlia, alla quale non parlava da mesi. Era quasi arrivato sotto il suo portone, cappello e occhiali da sole, cercando il coraggio di chiamarla (Forza, Egidio. Suona!). Esitò di fronte alla targhetta del nome, che rilesse più volte. Pasteggiò quelle lettere tanto care. Eppure, non riuscì neanche quel giorno. Più il suo polpastrello avvicinava il tasto del citofono, più forte un contraccolpo lo respingeva. Tornò verso casa a piedi, il cappello in mano. Gli occhiali nel taschino. La sua ombra spezzettata sui ciottoli della piazza. Avrebbe discusso con la moglie durante la cena per ritentare il giorno appresso.

 

 

 

3 commenti su “Contraccolpo”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto