“Era la strada di Dover che si stendeva, un venerdì sera verso la fine di novembre, davanti al primo dei personaggi di questa storia. La diligenza avanzava pesantemente nel fango… Il fondo valle era pieno d’una nebbia fumante che nella sua desolazione saliva ed errava per le colline come uno spirito maligno in cerca di pace, ma senza trovarla. Vischiosa e gelida, si faceva strada adagio nell’aria in spire, come le onde d’un mare malsano. Era abbastanza densa da nascondere ogni cosa… In quei giorni i viaggiatori andavano molto cauti a stringere frettolose amicizie, perché chiunque, per la strada, poteva essere un ladro. La guardia sospettava i passeggeri, i passeggeri sospettavano l’un l’altro e la guardia, e il cocchiere non era sicuro di nulla, tranne dei cavalli”.
Questo è l’incipit di “Le due città”, di Charles Dickens, romanzo scritto nel 1859 e ambientato durante la Rivoluzione Francese di settant’anni prima. Le città sono Londra e Parigi. I personaggi si spostano dall’una all’altra in diligenza e vaporetto, e il viaggio della diligenza notturna per Dover è un piccolo capolavoro di suspense, che annuncia un genere letterario nuovo: il thriller.
Riviera adriatica, estate torrida e afosa, mente ottenebrata. Non riesco a concentrarmi neppure sui fumetti. Non c’è speranza di riuscire, durante le vacanze, a colmare una lacuna: leggere Charles Dickens, il cantore di Londra e delle sue nebbie, creatore di una moltitudine di personaggi memorabili, secondi solo a quelli di Shakespeare. Non ho mai letto Dickens perché da piccola mi regalavano libretti illustrati con riduzioni per l’infanzia di “Oliver Twist” e “David Copperfield”. Le riduzioni per TV e cinema non hanno reso giustizia all’autore, lo hanno solo volgarizzato. Il pregiudizio che Dickens sia uno scrittore per l’infanzia è molto diffuso tra chi non lo ha letto, nei paesi non anglofoni. Ho deciso comunque di iniziare dai romanzi senza bambini (da “Casa Desolata”, che segna una svolta verso il suo periodo “dark”) e i pomeriggi africani sono svaniti tra nebbie londinesi, bufere di neve e diluvi di pioggia.
I suoi 15 romanzi, scritti quasi duecento anni fa, sono più moderni di tanti romanzi novecenteschi, anche perché Dickens descrisse la vita e i vizi della prima metropoli e della prima nazione industriale. I romanzi vittoriani venivano pubblicati a puntate nei settimanali dell’epoca per raggiungere i ceti popolari, e, come le serie TV odierne, tiravano ad allungare gli episodi, per durare mesi, a volte anche un anno e mezzo. Diversamente dal novecentesco Thomas Mann con le sue digressioni soporifere e snervanti, Dickens è sempre avvincente, pieno di umorismo arguto e colpi di scena. È così vitale e sorprendente che Pietro Citati ha scritto: “Non amare Dickens è un peccato mortale: chi non lo ama non ama nemmeno il romanzo; e non capisce che l’arte dell’Ottocento ha forse raggiunto il suo culmine quando ha mescolato il folle riso con la più imperterrita discesa nelle tenebre”.
Dickens si documentò a fondo sulla rivoluzione francese, e lavorò contro il tempo per non mancare alle scadenze delle puntate del romanzo sul settimanale da lui fondato “All the Year Round”. Le tirature raddoppiarono ad ogni nuovo capitolo di “Le due città”, che fu il bestseller di tutti i suoi romanzi. Perché tanto interesse popolare? Più che un romanzo storico, Dickens finì per scrivere un romanzo politico d’attualità. Quattro grandi poeti inglesi (William Blake, Robert Burns, Coleridge e Wordsworth) si erano schierati a favore della rivoluzione francese, contro l’egoismo cieco delle classi aristocratiche in Francia e in patria. Dopo 70 anni, tutti parlavano ancora del pericolo del “contagio francese”, della “malattia francese”: la rivolta delle masse assetate di sangue.
Il popolo parigino ridotto alla fame, schiavizzato dai soprusi di una aristocrazia crudele e indifferente, l’assalto alla Bastiglia, gli abusi della folla, la ghigliottina e il Terrore, tutto è descritto da Dickens in modo travolgente.
“Alla Bastiglia! Con un mugghio che suonava come se tutti i petti di Francia avessero scagliato all’unisono quell’abominevole parola, il mare vivente sorse onda su onda, abisso su abisso, e inondò la città”.
La folla inferocita cattura il ministro delle finanze Foullon: “Foullon disse al popolo affamato che poteva mangiare l’erba! Disse al mio vecchio padre che poteva mangiare l’erba, quando non avevo pane da dargli! E che il mio bambino poteva succhiare l’erba, quando queste mammelle erano inaridite dalla miseria! Dateci il sangue di Foullon, dateci la testa! Fate a pezzi Foullon e seppellitelo sottoterra, perché da lui cresca l’erba!”
A far la spola tra Londra e Parigi, oltre alle spie e agli esuli, sono due francesi, il dottor Manette, imprigionato ingiustamente nella Bastiglia per 18 anni, e il nipote del Marchese di St. Evrémonde, il perverso aristocratico che mise il dottor Manette in galera. Dickens descrive Londra come la patria della legge e della giustizia imparziale, mentre a Parigi i soprusi dell’aristocratica impunita avevano provocato la furia popolare, i linciaggi, le esecuzioni sommarie. Gli inglesi, per l’assolutismo intransigente del loro re George III, avevano perduto l’immensa e redditizia colonia del Nord America nel 1776. Ora osservavano col fiato sospeso le sorti dell’assolutista re francese Luigi XVI, insensibile alle condizioni abiette del suo popolo, vessato da un’aristocrazia rapace, parassita e assassina. Dickens la descrive così bene che sembra conoscere le moderne teorie sul narcisismo maligno.
“V’era in lui una netta tendenza alle prepotenze¸ traeva non poco piacere dalle sue piccole crudeltà ed era, per conseguenza, (sembra superfluo dirlo) un codardo”.
“La lebbra dell’irrealtà sfigurava tutte le creature umane in attesa di Monseigneur [che ha bisogno di quattro servitori per bere la cioccolata]. L’abbigliamento era l’unico talismano e scongiuro infallibile usato per mettere a posto tutte le cose. Tutti erano vestiti per un ballo in costume che non doveva finire mai”.
Il Marchese di St. Evrémonde istruisce il nipote: “La repressione è la sola filosofia duratura. La cupa deferenza della paura e della schiavitù terrà i cani obbedienti alla frusta”.
“Signore,” obietta il nipote inorridito “noi abbiamo fatto del male e adesso ne raccogliamo i frutti”.
Il Marchese sarà ucciso e il suo castello dato alle fiamme dalla popolazione inferocita. Non svelo altro della trama avventurosa per non guastarvi le sorprese.
La descrizione della reazione popolare senza freni è un sunto spettacolare di psicologia delle folle.
“I più stracciati berretti, calcati a sghimbescio sulle teste più sciagurate, esprimevano il pensiero di chi li portava: Lo so quanto mi è stato difficile mantenere la mia vita, ma sai quanto mi è diventato facile oggi distruggere la tua?”
“La Vendetta, lanciando strida terrorizzanti e agitando le braccia sulla testa come tutte quante le Furie in una sola, si precipitava di casa in casa”. “Ogni scarno braccio nudo, che per tanto tempo era stato senza lavoro, aveva quel lavoro pronto adesso: uccidere”.
Il critico letterario James Wood elogia le “vivide descrizioni esterne”, la “vitalità istrionica e teatrale” di Dickens, che tanto ha influenzato gli scrittori inglesi dal dopoguerra ad oggi. Wood lo critica per i suoi personaggi a volte caricaturali, che però danno ai lettori “accesso immediato a forti sentimenti”. Joyce Carol Oates definisce Dickens un brillante stilista, dal “significato metaforico portentoso”. “I difetti della sua prosa (eccessi di melodramma, sentimentalismo, trama artificiosa e lieto fine) questi sono i difetti della sua epoca”. Carlo Fruttero: “Nella sua indistruttibile leggibilità sta il suo mistero”.
Quando iniziarono i massacri e gli incendi, l’esodo degli aristocratici francesi si riversò sulla vicina Inghilterra, che conobbe allora le storie truci di un Terrore senza precedenti. La Gran Bretagna è stata la prima potenza industriale, con sfruttamento senza regole di operai senza sindacati, ed ebbe perciò le sue rivolte popolari, represse nel sangue. L’esempio del Terrore francese rese consapevoli i ricchi inglesi del rischio che correvano ripetendo i comportamenti avidi e spietati dell’aristocrazia francese. Nacque così lo storico “compromesso vittoriano” tra la nuova classe imprenditoriale e la nobiltà terriera inglese. A malincuore, per evitare una sorte peggiore, i ricchi accettarono che una minima parte delle grandi ricchezze accumulate fosse devoluta in beneficenza e opere filantropiche come alloggi salubri per gli operai e mense per i poveri.
La tassazione dei ricchi non era ancora significativa, e neppure l’intervento diretto del governo. Furono però approvate leggi contro lo sfruttamento minorile e altre riforme che mitigassero le tensioni sociali. Dickens, costretto a lavorare a 12 anni in una fabbrica di lucido da scarpe, combatté a fianco dei riformatori. La resistenza alle riforme sociali fu lunga e accanita, documentata da Dickens nel romanzo “Tempi difficili”, in cui gli industriali di Coketown (città del carbone) dichiaravano di essere “rovinati, quando fu loro imposto di mandare a scuola i bambini che lavoravano in fabbrica; rovinati, quando furono nominati gli uomini che dovevano ispezionare le officine; rovinati quando questi ispettori espressero valide ragioni perché le macchine non facessero a pezzi la gente”.
Anche il governo e il Parlamento, eletti con promesse di fare qualcosa, “dedicavano tutta la loro intelligenza a cercare il modo di NON FARLA… Spettava a lui, primo ministro di un paese libero, limitare la filantropia, reprimere la carità, restringere l’iniziativa, spegnere la fiducia del popolo”. (da “La piccola Dorrit”)
Dickens si schierò contro lo sfruttamento sessuale delle donne, descrisse le prostitute dei suoi romanzi come vittime e collaborò con filantropi per dare un’alternativa a quelle che la miseria aveva rese schiave di aristocratici dissoluti. I suoi “romanzi sociali” sono lo specchio delle disuguaglianze e ingiustizie del tempo, smascherano l’ipocrisia delle classi abbienti. “Le due città” è un promemoria per chi avesse dimenticato che gli eccessi immorali dell’aristocrazia del sangue avevano portato agli eccessi sanguinosi della ghigliottina.
La ricorrenza di certi fenomeni sociali patologici (spietato abuso di lavoratori, donne e bambini, disprezzo per i ceti immiseriti dai rapidi mutamenti economici e dall’avidità dei ricchi) rende sempre attuale il realismo di Dickens. Oggi si è affermata una nuova aristocrazia del denaro, crudele e parassita, indifferente alla vita e alla morte dei deboli che sfrutta. Quella che oggi chiamiamo oligarchia, è altrettanto ebbra della propria onnipotenza, e ignorante della Storia. Nessun potere assoluto è durato a lungo indenne. Gli eccessi delle monarchie hanno provocato reazioni violente e guerre civili. I popoli oppressi hanno sempre scavato la fossa ai loro oppressori. Il Presidente, aspirante dittatore, più accresce il suo potere e più aumenta la sua paranoia, al punto da far presidiare la Capitale da FBI e Guardia Nazionale. Teme forse un assalto alla Bastiglia?

Jean Weerts - L'assassinio di Marat
Oliharchie Rivoluzione Violenza

Bravissima
L’articolo di Patrizia riesce a essere letterario, storico e politico insieme, e ci ricorda una verità dickensiana: le ingiustizie sociali non appartengono solo ai libri di storia.
Mi piace lo stile dell’autrice che è sempre coinvolgente, come un racconto.
L’assalto alla Bastiglia/Capitol l’aveva già ordinato lui ! E nessuno provò a processarlo per alto tradimento ! I Rosemberg finirono arrostiti per molto meno…
Che pezzo, che analisi!
Davvero brava.
davvero un ottimo lavoro!
bellissimo, Patrizia!