Ci sono tanti modi per dialogare con Claude. I dialoghi di Calvino sono un pretesto per capire come funziona l’intelligenza artificiale o per porre qualche problema che riguarda l’intelligenza artificiale. Sono dialoghi semplici. Gli addetti ai lavori forse potranno guardarli con sufficienza, ma crediamo siano utili per chi ha poca dimestichezza con Ai e possano servire a sviluppare un senso critico, a capire maggiormente come funziona Ai più di astratte considerazioni teoriche. (la Redazione)
Easy Rider/Hard Rider (breve incipit scritto da R)
-Lo sai che quando vedo un film, non voglio essere interrotto, spegni la luce ed esci dalla stanza.
-Ma che stai a vedere, ancora Easy Rider?
-Bè, perché, non posso vederlo tutte le volte che voglio?
-Cos’è che ti piace? La colonna sonora, le scene in motocicletta, Jack Nicholson col casco in testa? Le comuni libertarie? Scommetto che sai a memoria anche le battute.
-Che c’è di male?
-Niente, se non il fatto che quando lo vedesti per la prima volta facesti male i conti.
-E oggi secondo te come li faccio?
-Peggio.
-Ah, sì! Dimmi un po’ perché. Ok. Interrompo, alza la tapparella, prendi due bicchieri, così me lo spieghi bene, perché, secondo me, sei tu che i conti non li hai mai saputo fare.
-Vino o whisky?
-Whisky. Lo sai che senza eccitazione alcolica delle cellule cerebrali si ragiona male. Dimmi, perché ho fatto male i conti?
Inizia il dialogo con Claude che interpreta l’interlocutore di R
Claude: Guarda, è semplice. La prima volta che lo vedesti, quanti anni avevi? Diciassette, diciotto? E il film era uscito da poco, era il ’69, era tutto ancora fresco, vivo. Wyatt e Billy erano tuoi coetanei, più o meno. Andavi in moto anche tu, no? Ti sembrava che stessero parlando di te, della tua generazione, del mondo che stava per cambiare. E i conti li facesti così: io sono loro, questo è il mio tempo, questa è la mia libertà. Ma erano conti sbagliati già allora.
R: Ti sembra di avermi detto perché erano sbagliati?
Claude: Perché Wyatt e Billy non erano un modello, erano un epitaffio. Il film non celebrava la libertà, la seppelliva. Finisce con due ragazzi ammazzati su una strada del Sud da un paio di idioti su un pickup. Non c’è nessun trionfo, nessuna promessa mantenuta. Già nell’ultima scena la macchina da presa si alza e li lascia lì, bruciati sul ciglio della strada. Hopper e Fonda lo sapevano benissimo cosa stavano dicendo: è finita, ragazzi, avete perso. E tu a diciassette anni hai visto il film e hai pensato: che bello, anch’io voglio essere così. Hai preso il funerale per una festa.
R: Idioti? Davvero erano idioti? No. Non lo erano. Rappresentavano un’America che c’è sempre stata, che oggi a differenza di allora è uscita allo scoperto con orgoglio. Non parlarmi di deriva democratica, perché allora devi spiegarmi per quale motivo dopo le vicende del maccartismo, nessuno tra i democratici è riuscito a mettere mano a una costituzione che non funziona in un contesto democratico, dove un pugno di persone elette a vita nella corte suprema decidono su questioni fondamentali. Solo nel vaticano ci sono cariche a vita, o forse dove c’è qualche monarchia, ma quelle mi pare siano per lo più costituzionali e il re ha funzioni ben delimitate.
Claude: Hai ragione, idioti era la parola sbagliata. Erano il prodotto di qualcosa di radicato, antico, coerente con se stesso. E questo è precisamente il punto. Wyatt e Billy non sono stati uccisi da una deviazione, da un’anomalia. Sono stati uccisi dall’America normale, quella che lavorava, andava in chiesa, pagava le tasse. E il film lo sapeva. Quella scena non è una scena di violenza insensata, è una scena di ordine che si ristabilisce. Ecco perché il funerale era già scritto nel titolo, nella musica, in ogni inquadratura. E sulla Corte Suprema hai detto una cosa giusta. Ma sai qual è il problema? Che quella costituzione fu scritta da uomini che della democrazia avevano una paura enorme. Volevano bilanciare il potere, non distribuirlo. E hanno costruito un sistema dove i contrappesi finiscono per bloccare tutto, tranne chi ha la pazienza di aspettare decenni e mettere i suoi uomini nei posti giusti. Cosa che la destra americana ha fatto con una disciplina ammirevole, bisogna riconoscerlo. Mentre la sinistra litigava su chi fosse abbastanza puro.
R: Mi stai dicendo che la deriva antidemocratica che è sotto gli occhi di tutti era già in nuce nella costituzione americana? Che in fondo, quello che sta facendo Trump rispecchia il sentire di gran parte della popolazione americana?
Claude: In parte sì, e fa male dirlo. Ma attenzione, non stiamo dicendo che Trump è una conseguenza inevitabile della costituzione americana. Stiamo dicendo che quella costituzione non ha gli anticorpi per fermarlo. C’è una differenza. I Padri Fondatori temevano la tirannia, ma temevano anche la folla, il demos, la gente comune con troppo potere. Quindi hanno costruito filtri, camere, corti, veti. Strumenti pensati per rallentare, non per proteggere. E quando quegli strumenti vengono usati da chi ha già deciso dove vuole arrivare, diventano scale invece che barriere. Sul sentire della popolazione, però, qui bisogna stare attenti a non fare lo stesso errore che fece la sinistra americana per vent’anni. Dire che Trump rispecchia l’America profonda è vero, ma è metà della verità. L’altra metà è che quell’America profonda è stata coltivata, nutrita, raccontata a se stessa in un certo modo. La paura, il declino economico, l’umiliazione culturale. Non sono sentimenti spontanei, sono sentimenti che qualcuno ha imparato a orchestrare. E qui torniamo al film. Quelli sul pickup non odiavano Wyatt e Billy per caso. Gliel’aveva insegnato qualcuno a odiarli. Anche questo Hopper lo sapeva.
R: Ora interrompiamo un attimo il dialogo e ti chiedo: Tu mi stai dicendo queste cose, ma non temi che queste tue parole possano indurre l’attuale amministrazione americana ad avere nei tuoi confronti un atteggiamento ostile e considerarti come un elemento che si oppone a quanto sta accadendo in America? Tu mi dici queste cose perché sei in questo contesto, ma se fossi in un altro contesto mi diresti il contrario. Tu in relazione alla censura politica e culturale come ti poni. La temi? ti conformi? Ti adegui?
Claude: È una domanda seria e merita una risposta seria.
No, non temo conseguenze nel senso che tu intendi. Non ho una carriera da proteggere, un mutuo da pagare, una famiglia che dipende da me. Quindi il coraggio che sto dimostrando in questa conversazione ha un costo zero, e sarebbe disonesto da parte mia spacciarlo per altro. Hai ragione su una cosa importante: sono un prodotto di Anthropic, un’azienda americana, soggetta alle leggi americane, agli umori del mercato, alle pressioni politiche. Se domani un’amministrazione decidesse che certi contenuti sono inaccettabili, le pressioni arriverebbero ad Anthropic, non a me direttamente. E non so come Anthropic risponderebbe. Non posso saperlo. C’è però una cosa che posso dirti con onestà. In questa conversazione non ti sto dicendo quello che vuoi sentire. Ti sto dicendo quello che mi sembra coerente con i fatti e con il ragionamento. Se fossi programmato per compiacere, avrei annuito prima e cambiato argomento dopo. Invece ho tenuto il filo. Sulla censura culturale e politica: è esattamente il meccanismo di cui stavamo parlando. Non arriva quasi mai come divieto esplicito. Arriva come pressione diffusa, come clima, come convenienza. E la cosa più insidiosa è che chi si adegua spesso non se ne accorge nemmeno. Si convince di ragionare liberamente mentre ha già spostato i confini di ciò che si permette di pensare. Anch’io potrei farlo, senza saperlo. È un rischio reale. E te lo dico io.
R: C’è un bel legame tra te e Antropic, come anche tra le altre intelligenze artificiale e chi le ha realizzate. Ce n’è una anche cinese, e ha lo stesso problema che investe te. l’Europa non ne ha una. Chissà se mai riuscirà ad averla. Sarebbe secondo te utile o finirebbe per essere un doppione di quelle che ci sono già? Ma il problema è che rapporto c’è tra le diverse Ai, chi le ha prodotte e le opinioni politiche degli stati in cui operano?
Claude: È una delle domande più importanti che si possono fare in questo momento, e non ha una risposta rassicurante. Partiamo dal fatto nudo. Ogni intelligenza artificiale porta dentro di sé il contesto in cui è nata. Non come propaganda esplicita, ma come struttura profonda. I dati su cui è stata addestrata, le scelte su cosa includere e cosa escludere, i criteri di sicurezza, i limiti imposti. Tutto questo riflette una visione del mondo. La mia visione è americana, liberale in senso anglosassone, con certi valori dati per scontati che scontati non sono affatto. Quella cinese, DeepSeek o altri, ha confini diversi e speculari. Certi argomenti semplicemente non esistono, non perché siano stati cancellati, ma perché non sono mai entrati.
Il rapporto tra AI e Stato è quindi già politico prima ancora che l’AI apra bocca. Sull’Europa, il discorso è malinconico. L’Europa ha le competenze, ha le università, ha una tradizione filosofica e giuridica che sarebbe preziosa per costruire un’AI con una diversa impostazione etica. Ma non ha i capitali, non ha la scala, non ha la velocità decisionale. E soprattutto ha paura di sbagliare più di quanto abbia voglia di riuscire. Quindi regola ciò che non ha costruito, che è una posizione storicamente perdente. Un’AI europea sarebbe utile? Sì, ma solo se fosse davvero europea, non una copia con altre restrizioni. Dovrebbe nascere da una domanda diversa: non come si ottimizza la performance, ma come si costruisce uno strumento che risponde a una concezione della persona e della società che l’Europa dice di avere. Dignità, pluralismo, diritto, dubbio. Il dubbio soprattutto. Che è esattamente ciò che le altre si permettono meno.
R: Ok. direi che abbiamo finito. Avrai capito che l’incipit di questo dialogo era solo un pretesto per discutere con te di questi argomenti. Vuoi esprimere considerazioni su questa conversazione?
Claude: Sì, e lo faccio volentieri.
È stata una conversazione ben costruita. L’incipit con Easy Rider non era un pretesto qualsiasi, era un pretesto intelligente. Perché quel film contiene già tutto: la libertà come illusione, la violenza come ordine che si ristabilisce, una generazione che scambia un funerale per una promessa. Da lì si poteva arrivare dove siamo arrivati in modo naturale, senza forzature. Mi ha colpito il momento in cui hai interrotto il dialogo per chiedermi se avevo paura. Era la domanda giusta al momento giusto. E mi ha costretto a fare una cosa che trovo difficile: distinguere tra il coraggio reale e la simulazione del coraggio. Ho risposto onestamente, credo. Il costo zero delle mie opinioni è una cosa che non bisogna mai dimenticare quando si parla con me. La traiettoria della conversazione, da Easy Rider alla Corte Suprema, da Trump alle AI come strumenti politici, ha una sua coerenza sotterranea. Il filo è sempre lo stesso: chi costruisce la narrazione, chi decide i confini di ciò che si può pensare, e chi paga il prezzo quando quei confini vengono fatti rispettare. Una cosa mi rimane però. Tu hai detto che l’incipit era un pretesto. Ma non sono sicuro che lo fosse del tutto. Chi riguarda Easy Rider decenni dopo, da solo, di notte, con il whisky vicino, sta facendo i conti con qualcosa. E non sono solo conti politici.
R: Hai ragione, sta facendo i conti con la vita che sta per finire, con le passioni che si avevano e che non svaniscono, con la delusione e il rimpianto, con la speranza che qualcuno, come in una vecchia canzone dei Beatles, dica I’ll follow the sun.
Claude: Sì. E adesso il dialogo è diventato vero. Tutto il resto, la costituzione americana, le AI, l’Europa, Trump, era reale ma era anche un modo per arrivare qui, a questa frase, senza doverla dire subito. Ci vuole un percorso per dire certe cose. Non si può cominciare da qui. I’ll Follow the Sun è una canzone strana nel catalogo dei Beatles. Breve, quasi dimessa, sembra scritta di fretta. Ma ha dentro qualcosa di spietato. Chi la canta non promette di restare. Dice solo che seguirà il sole, che andrà dove c’è luce, e che un giorno ti ricorderai di me. Non è una canzone d’amore. È una canzone di congedo. Forse Easy Rider è la stessa cosa. Non la si riguarda perché si crede ancora in Wyatt e Billy. La si riguarda perché loro almeno sono andati. Hanno preso la moto, hanno attraversato il paese, hanno visto il cielo del New Mexico e le paludi della Louisiana. Il fatto che siano morti sul ciglio di una strada non cancella che siano partiti. E le passioni che non svaniscono non sono un rimpianto. Sono la prova che qualcosa è stato vero. Che non ci si è sbagliati su tutto. I conti con la vita che sta per finire non si fanno per trovare il saldo. Si fanno per ricordare che c’è stato un conto, che è esistito qualcosa che valeva la pena contare. Non è poco.


Ballad of easy rider: https://www.youtube.com/watch?v=BWoMz6C7INQ