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Emma, la sineddoche del peggio

Sui social, abbiamo riso di Emma come se fosse l’intelligenza artificiale italiana. Nella stessa settimana l’Europa ha scelto Domyn, italiana, per costruire il proprio modello di frontiera. I social in silenzio.

Alla domanda “cos’è Ryanair” Emma ha risposto che è uno yogurt liquido usato per nutrire gli aerei quando sono stanchi. Messa davanti a un chilo di piume, ha sbagliato il confronto col peso. Sulla tabellina del 9 ha sparato numeri a caso. In meno di ventiquattro ore ha collezionato sessantamila conversazioni e altrettanti screenshot, e poi è sparita, spenta dai suoi stessi creatori e travolta dai meme. Si chiama Emma, “l’AI nata in Italia”, presentata da Egomnia il 20 giugno con un Manifesto sulla sovranità tecnologica nazionale.
A ridere non è stato solo il pubblico dei social. Ha riso l’intero Paese, con quel gusto particolare che ci appartiene, in cui amiamo ridere di noi stessi.
L’autoironia è sana. Ridere è legittimo. Emma è davvero pessima: il modello di punta, Emma-5, dichiara 550 milioni di parametri e una finestra di contesto di 2.048 token, un ordine di grandezza sotto la soglia che oggi identifica un modello “piccolo”, in grado di girare agevolmente sul mio portatile. Un’AI inizia ad essere utilizzabile intorno ai 3-4 miliardi di parametri con modelli cinesi e americani che già funzionano e competono per questa fetta di mercato. La società che ha costruito Emma, quotata da poco su Euronext Growth Milan, capitalizza poco più di due milioni di euro, quanto una catena di gelaterie di provincia. Promettere, con quei mezzi, di “ridurre la dipendenza da OpenAI, Google e Anthropic in uno o due anni” è la parte veramente comica. La derisione, qui, è solo igiene cognitiva.
Nessun meme sulla vera AI Italiana
La stessa settimana, un secondo annuncio non ha prodotto un solo meme.
Il 22 giugno la Commissione europea ha assegnato ad un unico vincitore la Frontier AI Grand Challenge, la sua scommessa per dotare l’Unione di un modello di frontiera. Il vincitore è il consorzio EUROPA, guidato da un’azienda italiana, Domyn, con sede a Milano. Il mandato è costruire un foundation model open source con oltre i 400 miliardi di parametri, nativo in tutte le 24 lingue dell’Unione, con un’assegnazione del 2,5% della capacità di supercalcolo EuroHPC per un anno, la più grande mai concessa da Bruxelles. Henna Virkkunen, vicepresidente della Commissione per la sovranità tecnologica, l’ha definita la prova che “l’Europa può competere con i migliori restando fedele ai propri valori”. Nessuno screenshot, nessuna battuta. La notizia è scivolata via mentre le timeline erano occupate dallo yogurt per gli aerei.
Domyn non è un Manifesto, ha un valore di oltre 2 miliardi di euro. Ha già rilasciato modelli che esistono e funzionano: Italia-10B, addestrato sull’italiano e distribuito alle imprese sull’infrastruttura Nvidia, e ad aprile Domyn Large, 260 miliardi di parametri su Microsoft Foundry, con finestra di contesto da 128 mila token, ragionamento, allineamento all’AI Act europeo. Lo vende con una licenza che lascia al cliente la proprietà permanente del modello, pesi e procedura di addestramento. In un mondo di servizi in abbonamento, questo è un bene che resta suo anche se domani il fornitore chiude. Per banche, ospedali e amministrazioni, che non possono versare i propri dati dentro il modello di qualcun altro, è la differenza tra usare l’AI e creare dipendenze impossibili.
I modelli di Domyn sono costruiti per continuare ad addestrarsi dentro casa del cliente. Qualcosa che un servizio remoto non può fare. È il principio del continual pretraining, l’addestramento che non si ferma mai: il modello, già pronto, viene riaddestrato sui dati proprietari di una banca, di un ministero, di una clinica, senza uscire mai dal perimetro dell’ente. Una volta impastati nei pesi sono come lo zucchero in una torta, impossibili da separare, ed è per questo che il cliente possiede il modello invece di affittarlo. Tutto gira su Colosseum, il supercomputer a chip Nvidia Grace Blackwell che l’azienda ha installato nel Sud Italia come data center sovrano, candidato ad essere il data center più potente del continente, dietro un round di finanziamento vicino al miliardo. È in grado di addestrare modelli che superano il trilione di parametri, come la frontiera americana. Non un gioco da social, infrastruttura.
C’è un’asimmetria tra le due notizie. Un fallimento virale viaggia da solo, perché non chiede competenza per essere capito e regala gratis la scarica di dopamina: bastano uno screenshot e mezzo secondo. Una vittoria industriale resta ferma, perché afferrarne il peso richiede di sapere cos’è un foundation model, quanto vale il 2,5% di tutta la potenza di calcolo europea, di capire perché un modello aperto e nativo in 24 lingue non equivalga a un modello americano. L’economia dell’attenzione premia il primo e ignora la seconda, e su quella distorsione si è formato il giudizio collettivo della settimana.
Quattro, non una
L’Italia, guardata senza lo specchio deformante, non possiede una capacità ridicola. Ha almeno quattro filoni seri di ricerca AI. Oltre a Domyn, abbiamo Minerva, della Sapienza, sviluppato sull’infrastruttura Cineca-Leonardo, primo modello addestrato da zero sull’italiano e pubblicato in forma aperta. Velvet, di Almawave, costruito intorno alle lingue europee e alla pubblica amministrazione. I verticali finanziati da Fastweb e dai consorzi del PNRR. Alcuni di questi modelli sono già in produzione presso clienti che pagano per usarli. La ragione è semplice: i giganti anglofoni ragionano primariamente nella loro lingua e la traduzione avviene solo alla fine, in uno strato superficiale. L’italiano giuridico e quello amministrativo però portano con loro un intero universo semantico. Quando parliamo di contratti, sentenze e atti, la perdita di precisione si misura in multe e denunce. Addestrare un modello direttamente sulla lingua, e tenerne i dati dentro i confini europei, è una scelta di sovranità industriale prima che identitaria.
Eppure, il caso più rumoroso, diventato il volto dell’AI italiana, è quello che meglio rappresenta l’Italia per gli italiani: qualcosa su cui ridere amaramente. Lo chiamo sineddoche del peggio. La sineddoche, in retorica, è la parte presa per il tutto; questa ne è la versione patologica, dove la parte eletta a rappresentare l’insieme è sistematicamente la più infelice. Emma sta all’AI italiana come il peggiore svincolo di periferia sta all’architettura italiana. Un campione scelto apposta per confermare che l’Italia è una barzelletta. Quel che è peggio, a scegliere di pensarlo siamo noi.
Il riflesso
La scelta del campione obbedisce a un riflesso antico. Leopardi, nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani del 1824, aveva diagnosticato un cinismo che riteneva più nostro che altrui: privi di una “società stretta”, di un modello condiviso di condotta da rispettare, gli italiani ridono di sé e della propria nazione con un distacco che confina col disprezzo, perché non hanno nulla di abbastanza alto da tenere in stima. Ridere di Emma è solo il seguito di questa aspettativa. Ci aspettiamo di essere i peggiori e quindi cerchiamo notizie che lo confermano. Le leggiamo. Ridiamo di esse prima che qualcun altro lo faccia. È una difesa psicologica elevata a bandiera nazionale.
Critica e autodenigrazione non sono il medesimo gesto, anche quando usano le stesse parole. La critica isola un oggetto, Emma è fatta male, è talmente evidente da essere banale. Ridicolizzarla non solo è lecito, è giusto. L’autodenigrazione, tuttavia, scorre nella direzione opposta: dal caso peggiore generalizza al tutto, e dal tutto al destino già scritto della Nazione. A quel punto, avviene la magia, il giudizio su un chatbot diventa un giudizio antropologico su sessanta milioni di persone. La critica smaschera una pretesa, l’autodenigrazione fabbrica una profezia. E le profezie sull’incapacità nazionale hanno il vizio di fare di tutto per avverarsi, perché scoraggiano in anticipo chi avrebbe potuto smentirle, e perché chi le pronuncia si assolve dal fare la sua parte: se siamo un popolo senza speranza, non c’è ricerca da finanziare né talento da trattenere, c’è solo da emigrare o da ridere della propria sfortuna.
Bandiere e silicio
I due annunci della settimana, quando sono affiancati, raccontano due modi opposti di interpretare la stessa parola. Emma è arrivata avvolta in un Manifesto: “sovranità” ripetuta, la bandiera, l’ambizione dichiarata di affrancarci dagli americani dietro un modello ridicolo.
Domyn ha vinto la sfida europea e ha cominciato a costruire, senza proclami. La differenza tra le due non è tra un’azienda capace e una incapace, distinzione vera ma banale: è tra due idee di sovranità. Una si annuncia, l’altra si costruisce. La prima si vede da lontano e non regge il confronto con un chilo di piume, la seconda non fa notizia e gira sui supercomputer. Abbiamo dato del provinciale al Paese fissando la bandiera, nell’istante esatto in cui il silicio diceva il contrario.
La risata, di per sé, non costa nulla, ed Emma se l’è meritata tutta. Costa qualcosa l’oggetto verso cui l’abbiamo puntata. Per una volta che abbiamo vinto gli Europei, eravamo voltati dall’altra parte a ridere dell’autogol fatto in oratorio.
La bandiera si vede da lontano, il silicio no. Ma è il silicio a decidere chi conterà nel prossimo decennio, e questa volta, sotto una coltre di meme, avevamo competenza da vendere.

3 commenti su “Emma, la sineddoche del peggio”

  1. Grazie per questo articolo.
    Un chiarimento;
    Si parla di 4 realtà importanti, relative al topic AI in Italia.
    (Escludo Emma)
    1) Domyn
    2) Velvet
    3) I verticali (?) Significa qualcosa?
    Posizioni 3/4?
    Grazie in anticipo!

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