Eroe_col_mouse

Eroe col mouse

Correva il mese di giugno di un anno di fine primo decennio del XXI secolo. L’afa del Meridione già aveva conquistato anche le nottate.
Il dottor Leo Nardo, insonne e rassegnato a lottare con le zanzare, faceva ciò che fanno milioni di esseri umani nelle ore piccole: navigava su Internet. Non cercava l’anima gemella, né una friggitrice ad aria scontata, né tutorial su “come dormire tra afa e zanzare”. Guardava vecchi oggetti d’arte online, per passione. Leo Nardo, infatti, era un amante dell’archeologia. Uno di quelli che davanti a un’anfora si emozionano più che davanti a una finale di Coppa del Mondo.
Fu così che sullo schermo comparve un vaso antico messo in vendita da una casa d’asta d’oltreoceano. Leo strinse gli occhi. Poi li riaprì. Poi ficcò la faccia nel monitor ed esclamò: “ma quello è…”, non riusciva a far venir fuori le parole. Ebbene, ora ve lo dice la voce narrante. Era un magnifico vaso policromo siciliano del III-II secolo avanti Cristo. Troppo bello, troppo raro, italianissimo ma anche in vendita, come se fosse un set di tazzine da caffè usate o di pentole antiaderenti.
A Leo Nardo la cosa non tornava. C’era del marcio. Senza vestirsi da supereroe, senza che in sottofondo risuonasse la “Cavalcata delle Valchirie”, fece una cosa pericolosissima per un cittadino: esercitò il senso civico. Salvò le immagini, il link, si appuntò i dettagli tecnici e prontamente inviò una segnalazione alle Autorità competenti, senza curarsi dell’ora: le due di notte.
Dopo qualche giorno venne convocato dal comandante del Nucleo incaricato delle indagini. L’ufficiale parlò con tono grave, usando un’espressione che ne conteneva altre: “è una questione di massima delicatezza”, “si tratta di una indagine internazionale”, “con cooperazione tra Stati”. Sembrava l’inizio di una spy story, ci mancava solo che all’improvviso qualcuno dicesse: “Mi chiamo Bond, James Bond”.
Finito il colloquio, il comandante nel salutare Leo Nardo, quasi incidentalmente e col sorriso sulle labbra, sussurrò: “Quando il vaso tornerà nel nostro Paese, potrà chiedere il premio previsto dalla legge”. Leo Nardo annuì più per cortesia che per la notizia in sé.
Passò del tempo. Le indagini internazionali, nel frattempo, erano andate avanti e venne fuori che l’asta si era tenuta. Il vaso era stato acquistato da un collezionista sudamericano. Dopo un lungo percorso diplomatico e investigativo, il vaso tornò. Fu dichiarato bene del Demanio culturale dello Stato e venne esposto in un noto museo archeologico. Una bella storia a lieto fine? Non proprio.
Leo Nardo, dopo aver preso parte alla cerimonia per il ritorno del vaso, si ricordò di quella frase e passati pochi giorni chiese all’Autorità preposta il premio. La risposta fu celere, ma… negativa. Nella nota si poteva leggere che il dott. Leo Nardo non aveva “rinvenuto” alcunché. Non aveva scavato, non aveva materialmente trovato il bene, non lo aveva consegnato allo Stato. Si sosteneva che l’unica azione fosse stata quella di aver soltanto inviato una segnalazione… alle due di notte, nella quale diceva che mentre navigava in Internet aveva individuato un vaso antico.
Interpretando il burocratese, il pensiero finale poteva più o meno essere riassunto in questo modo: “Ringraziamo un bravo cittadino… ma niente premio perché il dettato della legge non prevede il caso di un ritrovamento nato su Internet. Il ritrovamento, infatti, deve avvenire nel suolo o sottosuolo nazionale. Serve una scoperta materiale, concreta, fisica”. In pratica, per meritare il premio, Leo avrebbe dovuto “incrociare” il vaso mentre zappava l’orto. Il fatto che il reperto fosse stato salvato grazie alla sua segnalazione… era considerato un dettaglio secondario.
Leo Nardo, alquanto adirato, si rivolse al Tribunale Amministrativo impugnando il diniego. In quel momento cavalcava il sogno di ogni cittadino: portare la burocrazia davanti al giudice. Il Tribunale Amministrativo gli diede ragione. Con una decisione innovativa spiegò che il “rinvenimento” non richiede necessariamente il contatto fisico col reperto. Anche una segnalazione tempestiva, documentata e decisiva può costituire una scoperta. In sostanza: se trovi un tesoro online e permetti allo Stato di recuperarlo, non conta che tu non abbia avuto le mani sporche di terra e il contatto fisico con il vaso o la statua. Conta che tu abbia avuto gli occhi aperti.
L’Autorità, però, non si arrese e fece appello. Arrivò così la parola definitiva dei giudici superiori. E qui la storia diventa filosofia. I giudici sostennero che al giorno d’oggi il patrimonio culturale non è nascosto soltanto sotto terra o nei fondali marini, è nascosto anche online. Internet, in pratica, è diventata una nuova area archeologica. La scoperta di Leo Nardo, scrissero i giudici, era stata fortuita esattamente come quella del contadino che trova un’anfora arando il campo. Il campo, stavolta, era digitale. Il concetto di “rinvenimento” andava interpretato alla luce della “civiltà digitale”, sancendo che la tutela del patrimonio culturale moderno richiede anche la vigilanza del “cittadino digitale”.
E così il diritto, con ritardo ma con encomiabile fatica, riuscì finalmente a comprendere una verità moderna. Oggi anche chi naviga insonne su un marketplace può difendere il patrimonio culturale dello Stato. Il diritto non può restare fermo mentre il patrimonio archeologico viaggia online.
Ecco, a volte gli eroi non impugnano spade. Impugnano il mouse.

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