Nel 2010, cinquantesimo del luglio ’60, a mezzo secolo di distanza Emanuele Macaluso mi chiese per la sua rivista Le Ragioni del socialismo un’analisi politica di quel delicatissimo passaggio della democrazia italiana, quando contro il governo Tambroni sostenuto in Parlamento dal voto determinante dei neofascisti del MSI ci fu un forte sussulto popolare e la repressione poliziesca provocò fra i manifestanti 11 morti di cui nella sola Reggio Emilia . Gli mandai le mie riflessioni che pubblicò, come pubblicò questo post scriptum che sentii il bisogno di aggiungere. Lo riproduco oggi qui nel ricordo commosso e grato di Livio Berruti.
Il luglio ’60 io l’ho vissuto; è stata la mia prima esperienza di militante. Avevo diciannove anni, ero al secondo anno di università e indossavo anche io, come tutti i giovani di allora le “magliette a strisce”. Ero a Porta San Paolo il giorno degli scontri; ed ero a Terni, dai nonni, il giorno dello sciopero generale proclamato dalla CGIL. Ricordo un gran silenzio, rotto solo dalle parole di denuncia e di protesta che uscivano da un altoparlante istallato sul tetto di un’auto che percorreva lentamente le strade assolate e deserte.
Per scrivere questo articolo, oltre a riattivare la memoria, mi sono ovviamente documentato. Ricostruendo la cronologia dei fatti mi sembrava che, passando i giorni, Tambroni non se ne andasse mai. Mi si è affacciata una domanda che sapevo essere priva di fondamento, e nondimeno mi ha messo in ansia: “Ma non sarà arrivato mica alle Olimpiadi?!?”, mi sono chiesto.
E’ come se mi si fosse aperto uno squarcio che mi ha fatto render conto di qualcosa che prima non avevo percepito: il ’60 l’anno di Tambroni e del luglio è lo stesso anno delle Olimpiadi di Roma; e i due fatti non sono solo nello stesso anno, sono nella stessa estate; sono vicini, vicinissimi. No, Tambroni non arriva alle Olimpiadi; se ne va, finalmente, il 26 luglio. Ma a meno di un mese di distanza dal 25 agosto, quando si accende la fiamma della XVII Olimpiade.
Questa coincidenza non avrà influito sulla decisione di sfrattare quel governo? Quali Olimpiadi sarebbero state, infatti, con un governo come quello in carica? Che Italia si sarebbe presentata al mondo? E’ sorprendente che nessuno – a quanto mi risulti – si sia posto in sede storiografica queste domande; e – per quanto ne so – non ci siano stati riferimenti del genere neppure nelle polemiche, pur così aspre dell’epoca.
Ma ancor più mi sono sorpreso rendendomi conto che nella mia stessa memoria non avevo collegato quei due fatti pur così continui. Ero sempre io: a Porta San Paolo in mezzo alle cariche e ai lacrimogeni e a guardare le Olimpiadi davanti a un apparecchio televisivo appena arrivato, come avvenne in milioni di case italiane. Fra i morti di Reggio Emilia e l’inizio dei giochi passano meno di cinquanta giorni. Eppure, nel ricordo sono dentro di me come due epoche lontanissime.
Perché? Me lo sono chiesto; e me lo sono spiegato con la enorme distanza non cronologica ma emotiva fra le due esperienze: opposte, incompatibili. Cupa, drammatica, paurosa, la scena dei caroselli, degli spari, dei morti; noi che avevamo vent’anni, eravamo sbigottiti, angosciati all’idea di essere risucchiati nel passato.
Uno squillo di gioia, di fiducia, un tuffo felice verso un futuro nel quale ogni orizzonte era aperto, ogni speranza si poteva realizzare, la scena di quel pomeriggio del 3 settembre, quando Livio Berruti (un mio coetaneo, come lo erano Lauro Farioli e Ovidio Franchi uccisi a Reggio Emilia) concluse il suo volo di inimmaginabile leggerezza e naturalezza sul filo di lana dell’Olimpico.
Quanto di più lontano? Due Italie opposte; eppure, contemporanee. La prima, purtroppo, l’Italia della politica; l’altra, l’Italia dell’intelligenza, della serietà, dell’ottimismo, pronta a conquistare il suo ventesimo secolo. Quanto più lenta, più insicura, più cattiva la prima! Che ha fatto tentativi per raggiungere la seconda, per avvicinarsi alla leggerezza di Berruti; ma non c’è riuscita. Per questo, forse, oggi anche l’Italia di Berruti non riesce più a correre, e non ha neppure voglia di farlo.

