Estate e inverno

Era un’estate molto calda quando, per amor proprio, Jacqueline sposò Manrico.
Si era detta che non esistono errori non riparabili. E quel matrimonio era un errore.
Ammetteva di essere il tipo di persona che avrebbe attraversato l’oceano per qualcuno che per lei non avrebbe attraversato nemmeno la strada.
Per questo motivo, voleva mettersi al riparo sposando l’uomo che diceva di amarla.
Le bastava un attimo per creare ricordi. Come quell’unico istante di possibilità che aveva avuto un amore. L’amore che per un assurdo motivo non aveva potuto esistere. E che lei aveva consegnato all’eternità.
Mentre il suo ego si espandeva a vista d’occhio, sentì arrivare la paura. L’identità camuffata la rendeva infelice. Tutto ciò che le era sembrato possibile, si rivelava grottesco. La permanenza aveva preso l’aspetto di una provvisorietà imbarazzante.
Una parte del suo cervello restava in attesa dei risarcimenti dovuti. Continuava ad aspettare una telefonata, un messaggio,un cenno, da chi si era dimenticato dove era rimasta.
Aveva intrapreso un grande lavoro per abbassare il livello dell’ego. Pian piano si rendeva conto che esistono i commiati anche eterni.
Riuscì a comprendere che è giusta l’attesa che si avverino i sogni. Che si può attendere l’uscita di un film, persino la pioggia, ma che non è giusto aspettare chi non vuole esserci . Chi ci ha dimenticato. Chi ci ha lasciato andare via. E chi dobbiamo lasciar libero di andare, nonostante noi.
Per questo e per molto altro, in inverno inoltrato, qualche anno dopo andò via da Manrico.

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