Fakir E I Minuti Di Nessuno

Fakir e i minuti di nessuno

Per arrivare a un cadavere basta un protocollo che addestri a leggere il segnale sbagliato.

Nei video girati al Pilastro il 19 luglio c’è chi vede un uomo a terra, prono, che urla inerme. C’è chi vede una persona fuori controllo e dei poliziotti che faticano a fermarlo prima che faccia danni.
Fakir si dimena. Fakir urla. Fakir smette di urlare, poi smette di muoversi. Questa non è la storia di chi ha ragione, è la cronaca di tanti errori di sistema e come evitare che accadano in futuro.
I fatti accertati sono pochi, il caso è recente, voglio evitare speculazioni. Alcuni residenti chiamano il 112 perché un uomo si comporta in modo agitato; la centrale segnala una crisi psichiatrica; arrivano una volante e un’ambulanza; gli agenti usano lo spray urticante, lo mettono a terra prono, il video mostra difficoltà nell’ammanettarlo (troppa difficoltà), rimane bloccato per qualche minuto, alla fine smette di lottare, gli legano polsi e caviglie. Quattro volontari della Croce Rossa sono sul posto e non intervengono durante la contenzione. Abderrahim Fakir muore lì, poco più di cinquanta minuti dopo la prima chiamata al 112. L’autopsia è stata disposta e affidata a un collegio di specialisti, non è ancora pubblica, e la causa della morte non è accertata: tutto quello che segue riguarda il meccanismo tipico di queste morti, non la certificazione di questa.
In due giorni ho visto il caso tirato per la giacca in due direzioni opposte. Chi denuncia l’ennesimo morto nelle mani dello Stato confonde una morte a causa di uno Stato violento che recluta persone violente, con la morte per uno Stato ignavo che non forma adeguatamente chi lavora per esso. Chi difende gli agenti ha ragione che (probabilmente) non sono assassini, e chiamarli così ha prodotto una piazza da cui la famiglia Fakir ha dovuto dissociarsi, agenti e manifestanti feriti, nessun passo avanti verso la verità; ma dimentica che non è “normale” o “meritato” che un fermo finisca in quel modo.
Il guaio è che stanno litigando su una domanda a cui la giurisprudenza ha già risposto, e la risposta non piace a nessuno, perché non permette di prendersela con qualcuno, ma obbliga a prendersela con qualcosa. Riccardo Magherini muore a Firenze nel 2014 tenuto prono per una ventina di minuti, anche dopo essere diventato non responsivo. Tre carabinieri vengono condannati in primo grado e in appello per omicidio colposo. Nel 2018 la Cassazione li assolve perché il fatto non costituisce reato: per prevedere quella morte avrebbero dovuto possedere un sapere scientifico che le loro competenze non comprendevano. Il 15 gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per doppia violazione dell’articolo 2, e la sentenza è definitiva dall’11 maggio.
Le linee guida in vigore, scrive Strasburgo, spiegavano come ammanettare a terra in posizione prona ma non contenevano istruzioni adeguate sui rischi di quella posizione, e mancava la formazione necessaria perché gli agenti sapessero quello che stavano facendo. Le due sentenze si incastrano perfettamente. La colpa non è degli agenti, la responsabilità è a monte, mancavano formazione e protocolli corretti da parte dello Stato.
L’arresto cardiaco da contenzione prona
Gli agenti non sono medici. La morte da contenzione prona non è qualcosa di aspettato secondo il senso comune, io stesso con anni di lotta alle spalle, mi sono dovuto documentare per capire “come si può morire in quel modo”. È un arresto cardiocircolatorio prodotto dalla combinazione di tre cose che si potenziano a vicenda. La prima è meccanica: a pancia in giù, con un peso sulla schiena e le braccia bloccate dietro, la gabbia toracica non si espande e il diaframma non ha spazio, e la ventilazione cala proprio mentre la richiesta di ossigeno è al massimo. La seconda è metabolica: una lotta a piena intensità produce acido lattico in quantità enormi, e la serie di casi raccolta da Hick e colleghi nel 1999 documenta pazienti arrivati in ospedale con un pH di 6,25, un valore che di norma si legge sui referti di chi non ce l’ha fatta. Per compensare quell’acidosi il corpo ha un solo strumento rapido, iperventilare, ed è esattamente lo strumento che la posizione gli toglie. La terza è la tempesta adrenergica: sotto sforzo estremo il cuore lavora in un bagno di catecolamine, in un miocardio già acidotico e magari già malato.
Una rassegna di Steinberg del 2021 ha proposto di smettere di chiamarla asfissia posizionale e di chiamarla prone restraint cardiac arrest, arresto cardiaco da contenzione prona, perché il prono deprime insieme la ventilazione e la gittata cardiaca, e la questione è per quanto tempo l’organismo riesce a compensare, più che quanta aria entra. La riformulazione conta, perché lo studio più citato in senso opposto, quello di Chan e Vilke del 1997, misurava quindici volontari sani e tranquilli messi in posizione di contenzione, e trovava una restrizione respiratoria senza conseguenze cliniche. Aveva ragione sui suoi soggetti. Nessuno di loro aveva appena lottato in preda al panico per cinque minuti.
Nella fase di recupero, poi, a sforzo finito, le catecolamine non scendono. Continuano a salire, e la noradrenalina arriva a dieci volte il valore basale: lo misurò Joel Dimsdale nel 1984, in uno studio che quel pericolo lo battezzò postexercise peril, il pericolo del dopo-sforzo. Il momento più pericoloso non è quello in cui l’uomo si dibatte con tutte le forze. È quello immediatamente successivo. È il momento in cui, visto da sopra, si è calmato.
Questo è il falso positivo della calma. Ogni addestramento alla contenzione insegna a leggere la resistenza: finché il soggetto spinge, la presa si mantiene; quando smette, si è ottenuto il controllo. Nel momento in cui l’operatore registra che l’uomo si è finalmente calmato, l’arresto è già in corso o è appena avvenuto, e la finestra utile per rianimarlo non si misura più in minuti ma in secondi in cui a nessuno viene in mente di cercare un polso, perché la scena ha appena smesso di essere un’emergenza e finalmente si mettono le manette.
C’è una ragione storica per cui questo segnale è stato letto male così a lungo, e ha un nome che le società mediche americane hanno passato gli ultimi anni a smontare. Excited delirium, delirio eccitato, è stato per trent’anni il costrutto che permetteva di trattare l’agitazione acuta come un problema di ordine pubblico con qualche complicazione sanitaria. L’American Medical Association lo ripudia nel 2021, l’American College of Emergency Physicians ritira il proprio documento del 2009 nell’ottobre 2023, la California lo vieta per legge come causa di morte. Al suo posto la Società italiana di medicina di emergenza-urgenza, che il 20 luglio ha scritto ai ministri Schillaci e Piantedosi chiedendo un tavolo tecnico, usa la formula “delirio iperattivo con agitazione severa” e la qualifica per quello che è: un’emergenza medica tempo-dipendente, con una mortalità che il presidente Alessandro Riccardi indica fino al 30% in assenza di trattamento adeguato. Un’emergenza tempo-dipendente si tratta come un infarto.
Le alternative esistono e sono note. De-escalation verbale come prima linea, secondo il consenso Project BETA del 2012 che il Regno Unito ha recepito da anni. Contenzione ridotta al tempo strettamente necessario ad ammanettare, poi riposizionamento immediato supino o su un fianco, mai il prono mantenuto, mai il peso sul torace. Monitoraggio continuo del respiro. E soprattutto sedazione farmacologica precoce, perché è l’unica cosa che interrompe la spirale invece di comprimerla. La sedazione però non risolve da sola, e mal eseguita uccide a sua volta: a Elijah McClain, in Colorado, furono somministrati 500 milligrammi di ketamina, per un uomo di 65 chili una dose molto superiore al dovuto, senza monitoraggio adeguato. La differenza la fa chi la esegue, e con quale addestramento.
Sulla scena di Bologna c’erano quattro sanitari, e il buco che si apre lì nessuno dei due cortei lo sta nominando. C’è chi insulta la Croce Rossa per non essere intervenuti, ma non sono intervenuti perché la dottrina di sicurezza della scena, che è sensata e serve a non far ammazzare gli infermieri, dice che i sanitari entrano quando la scena è sicura, e la scena diventa sicura quando il soggetto è immobilizzato. Cioè quando è già dentro la fase letale.
In mezzo rimangono i minuti di nessuno: troppo pericolosi per la medicina, troppo clinici per la polizia.
E anche a scena sicura non avrebbero potuto fare la cosa utile. Sapendo di una crisi psichiatrica, la centrale ha mandato un’ambulanza di base con quattro volontari: soccorritori formati e certificati, ma senza medico a bordo, e senza medico non si somministra nulla. Il presidente della Società italiana sistema 118, Mario Balzanelli, ha detto all’ANSA che con un medico sul posto Fakir «con grande probabilità si sarebbe potuto salvare», perché il medico avrebbe potuto sedarlo. La Procura ha aperto su questo una seconda linea di indagine, che non riguarda le sei persone iscritte ma il sistema a monte: perché a un uomo in crisi acuta si mandi un mezzo che, per come è equipaggiato, può solo guardare.
I buchi da sanare sono quattro e nessuno di essi è nel video
La circolare della Polizia di Stato che per la prima volta scrive nero su bianco che non va prolungata la posizione di decubito prono è dell’11 maggio 2026 ed è ancora in bozza, ferma dopo il termine per le osservazioni sindacali, con il rilievo del Silp-Cgil che quelle istruzioni non aiutano in alcun modo a riconoscere una crisi psichiatrica.
Non esiste un protocollo nazionale del 118 sul paziente agitato, la materia è frammentata regione per regione.
Non esiste una norma che dica chi comanda la scena quando polizia e sanità ci sono entrambe e chi decide quando il medico entra.
E manca ancora un meccanismo indipendente di controllo, che è precisamente la seconda delle due violazioni contestate all’Italia da Strasburgo, quella procedurale.
Sono quattro vuoti che cadono tutti nello stesso intervallo, i minuti di nessuno.
Le sentenze le abbiamo già avute, e dicono che continuare a processare i singoli mentre le procedure restano quelle è il modo più efficace per garantire il prossimo morto.
Il silenzio nel video non era obbedienza ottenuta. Era la fine. Continuiamo ad addestrare uomini a riconoscere la resistenza e a mandarli sordi davanti al silenzio.

4 commenti su “Fakir e i minuti di nessuno”

  1. Bellissimo articolo ma i buchi sono 5, il quinto è come mai un marocchino malato pschiatrico e con pluripregiudicato fosse a Bologna e non a Rabat a curarsi in carcere.

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