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Società

Fascisti al mare

GIOVANNA NUVOLETTI
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Foto dell'Autrice

Emanuele Fiano, esponente del PD, ebreo, il cui padre, deportato a Auschwitz e unico supersite della sua famiglia, porta ancora il numero tatuato sul braccio, ha presentato una nuova, molto particolareggiata, proposta di sanzioni alla propaganda fascista. Sulle prime ho pensato che fosse un poco eccessiva, che avesse dei lati non del tutto costituzionali e magari fosse il caso di modificarla. Ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione, in fondo…

Ma, a proposito di tatuaggi, preferisco raccontare un episodio. Tempo fa, allo stabilimento balneare che frequento da anni, avevano affittato un ombrellone due figuri uno col torace inneggiante a Hitler l’altro a Mussolini, uno con sul petto il ritratto di Julius Evola, per provare la sua cultura, e l’altro recante serpenti, spade, motti in caratteri gotici. Sono entrati nel bar orgogliosamente a torso nudo. Io sono stata solo male. Non mi sono indignata né arrabbiata, non ho urlato – solo ho provato dolore e paura. Avevo le lacrime agli occhi.
Però ho avuto il coraggio di fotografarli da vicino, anche se erano minacciosi. Poi ho anche preso a guardarmi intorno, per vedere se erano presenti alcuni dei miei molti amici ebrei, mi sono chiesta cosa avrebbero provato a trovare lì, nel posto di mare dove vengono da sempre, quella scritta: Waffen SS.
Certo, uno può tatuarsi quel che vuole, sul petto, sulla schiena, sulle braccia, anche sul sedere. Ma è giusto che abbia anche il diritto di mostrarsi in pubblico, ostentando questi simboli di odio e di morte, tra persone che possono soffrirne, personalmente, nell’anima?
Sono offese profonde, sono ferite non rimarginabili in un consesso civile. E voi che ne pensate?

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GIOVANNA NUVOLETTI
GIOVANNA NUVOLETTI

Sono nata nel 1942, a Milano. In gioventù ho fatto foto per il Mondo e L’Espresso, che allora erano grandi, in bianco e nero, e attenti alla qualità delle immagini che pubblicavano. Facevo reportage, cercavo immagini serie, impegnate. Mi piaceva, ma i miei tre figli erano piccoli e potevo lavorare poco. Imparavo. Più avanti, quando i ragazzi sono stati più grandi, ho fotografato per vivere. Non ero felice di lavorare in pubblicità e beauty, dove producevo immagini commerciali, senza creatività; ma me la sono cavata. Ogni tanto, per me stessa e pochi clienti speciali, scattavo qualche foto che valeva la pena. Alla fine degli anni ’80 ho cambiato mestiere e sono diventata giornalista. Scrivevo di costume, società e divulgazione scientifica, per diversi periodici. Mi divertivo, mi impegnavo e guadagnavo bene. Ho anche fondato con soci un posto dove si faceva cultura, si beveva bene e si mangiava semplice: il circolo Pietrasanta, a Milano. Poi, credo fosse il 1999, mi è venuta una “piccolissima invalidità” di cui non ho voglia di parlare. Sono rimasta chiusa in casa per quattro/cinque anni, leggendo due libri al giorno. Nel 2005, mi sono ributtata nella vita come potevo: ho trovato un genio adorabile che mi ha insegnato a usare internet. Due giovani amici mi hanno costretta a iscrivermi a FB. Ho pubblicato due romanzi con Fazi, "Dove i gamberi d’acqua dolce non nuotano più" nel 2007 e "L’era del cinghiale rosso" nel 2008, e un ebook con RCS, "Piccolo Manuale di Misoginia" nel 2014. Nel 2011 ho fondato la Rivista che state leggendo, dove dirigo la parte artistico letteraria e dove, finalmente, unisco scrittura e fotografia, nel modo che piace a me.

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