Sto scrivendo da giorni un dannato racconto per La Rivista Intelligente. L’ultimo. Me lo filmo in testa da un pezzo, ho qualche appunto sull’agendina, so cosa fare. Stiracchio il collo. Veronica curva nell’orto strappa ciuffi di erbacce. Teo viene a giocare accanto a me. Siedo e continuo il testo.
[…] Lo guardavo aprire uno sportello e compresi che la cosa stava sfuggendo di mano. Ingestibile. Era rimasto in volo come un colibrì obeso, con le zampacce alla maniglia. Un Pan di Stelle nel becco e tornò sul divano, davanti alla Ruota della Fortuna. Aveva lasciato gabbia e credenza aperte, pur sapendo che a Marta la cosa non sarebbe piaciuta, quindi mi chiese ruffiano se potevo chiuderle io. Sbuffai un rifiuto, radendomi la barba. Allo specchio mi sorpresi ancora di aver accettato un lavoro intollerabile per permetterci le sue piume stronze. Marta rifaceva i letti in un albergo a ore, arrotondava alla meglio, ma quanto l’aveva voluto quel pappagallo dopo il mio referto d’infertilità. L’aveva voluto troppo. E io avevo ceduto.
Il pennuto sbriciolò il biscotto sul cuscino e garrì:
– Certo che tua moglie ha ragione.
– Ma che dici.
– Sei solo un egoista.
– Fatti i cazzacci tuoi […]
Rileggo il paragrafo e ritocco qualcosa, abbracciato alla scrivania, gli occhi due fessure gonfie, quando Teo si stacca dal tablet. Sbraccia. Papàpapà, Eh sì, Devo dirti una cosa, Un attimo sai. Riaccomodo il sedere per alleviare la schiena. Salvo il documento e mi giro verso il bimbo. Tiene il tablet davanti al petto, un labbruccio storto. Dice che a volte sente qualcosa nella pancia, soprattutto a scuola. Dice che è come un buco nero-nero che si espande quando i bambini gli tirano i calci. Dice che non fanno male e si fa rispettare colpo su colpo, ma non vuole usare tutta la sua forza perché l’idea lo intristisce. Dice tutto questo con voce ferma e pastosa, mentre accanto a lui vedo me a sei anni incerto e ombroso, troppo alto, solo, in un angolo della scuola.
Cerco parole adatte per rispondere a Teo, ma sta sul parquet a disporre carte Pokémon come tarocchi. Alcune le prende per cercare di leggerne il nome, o citando a memoria le abilità lette insieme. Mi chiede se voglio giocare, ma devo finire il racconto e lui sa che quando scrivo è così. Annuisce a gambe conserte, continuando a schierare le sue creature sussurrando commenti. Sorride. Non capisco cosa dica. Torno al racconto.
[…] Un mazzo di chiavi tintinnò nella rampa di scale. Il portone si aprì davanti a Marta in divisa da colf. Accarezzò il pappagallo, che le beccò il palmo. Un gridolino, poi uno schiaffo alla coda per scansarlo stizzita. Lui si grattò l’ala. Un borbottio vendicativo:
– Valerio comunque non ha tutti i torti…
– Perché?
– Ti lamenti troppo. Sei una scassapalle.
– Frèchete! Pure!
Mia moglie si tolse il grembiule e lo gettò contro me, pretendendo spiegazioni. Tirò fuori dal kit dei litigi due o tre occasioni in cui aveva evitato di lamentarsi in settimana, rincarando la dose con un broncio ferito. Aggiunse che il pappagallo l’avevo voluto io. Pronunciò “Tu” con le labbra a cerchio. Non certo un bel segnale. Stava pensando di cacciarci. Tutti e due […]
Interrompo la scrittura perché immagino Teo a scuola. Vedo un giardino assolato e lui costretto a difendersi controsole. Sento nelle tempie lo zig-zag di quel fulmine che ogni tanto torna a trovarmi, lo comprimo coi polpastrelli ma è troppo forte. Tuonerei un ordine a quelle carognette, magari anche un ceffone ben assestato, eppure sarei peggio di loro. Un misero forte coi deboli. No. Piego una matita fino a incrinarla. Stringo la mascella. Teo mi chiede perché ho la faccia rossa e gli chiedo di usare il buco nero-nero solo in caso di pericolo. Mi inginocchio accanto a lui e accarezzo la nuca folta. Lo invito a pensarlo come un superpotere. La mossa da usare solo coi mostri pericolosi.
Il bambino tace e mi osserva come se stesse registrando il momento. Ok papà, Prova ti prego, Sì promesso, Grazie amore. Poi lancia due Lego sulle mie ciabatte e chiede se ho finito. Scrollo la testa e rispondo che no, però manca ancora poco. Allora comincia una torre di mattoncini. Metto un po’ di musica sul cellulare e Sade canta By Your Side. Proseguo col racconto.
[…] Ci trascinammo a sera. L’animale si era appena addormentato nella gabbia. Lasciata aperta, per farlo sentire sicuro. Mi avvicinai in calzini. Glaciale. Gli infilai un sacchetto in testa, godendomi il gesto al rallentatore. Poi portai la bestia in auto. Si svegliò con due scossoni forti lungo il tragitto. Il suo gracchio isterico rimbalzava dal sedile posteriore, fino al confine col Molise. Parcheggiai in aperta campagna. Lui agitava le zampe, io tolsi il cappuccio e mi beccò la fronte. Uno sfregio lancinante, piansi sbalordito. Nel mentre lui era volato goffo su un pero. Nel buio a malapena si vedeva. Gli feci il dito medio e lui gridò CONTENTO ADESSO?
Non lo sapevo come mi sentivo, risalendo l’Adriatico verso Pescara.
Al mio ritorno a casa, trovai Marta in kimono rosso e décolleté. Profumo di patchouli. Il suo ghigno incontrò la mia ferita. Nello stereo girava un chillout. Lei slacciò la cintura e la seta si sparse sul divano. Sulle briciole secche. Mia moglie canticchiava, capelli arruffati. Schiuse lenta le gambe. E io andai a farmi prendere.
Dò un’ultima letta al testo. Veloce, tanto per togliermi il pensiero. Sento la pressione alta e sposto il peso da una gamba all’altra. Un bicchiere d’acqua. Aggiungo a margine del racconto una bio striminzita:
“Si faceva chiamare Apolae. Svariati racconti comparsi su riviste online. Piccole cose su Instagram. Ha tentato di coniugare famiglia, letteratura e musica”.
Mio figlio intanto ha un pelouche sotto al braccio e frigna. Indica la finestra, il sole sta per calare. Ha ragione. Mi concedo un sospiro. Salvo il file e lo spedisco in redazione. Prendo la mano al bimbo e scendiamo insieme le scale.
In giardino c’è ancora Veronica. Si volta chiamandoci e sorride nel tirare fuori una carota dal terriccio. Spazzola via lo sporco e ce la mostra, io a cuore lieve e Teo a bocca spalancata. Poi nostro figlio ride, calcia una palla e gli corro appresso.


Cara Giovanna,
ti ringrazio di cuore per aver fatto sì che l’ultimo racconto di Apolae fosse pubblicato sulla Rivista Intelligente.
Paolo
Un intreccio in alternanza di scena, degno dell’intelligenza emotiva di chi scrittore è. E lo fa. Complimenti 🤍
Forse in fondo lo sono, ma ormai non riuscirò anche a farlo. Grazie comunque di cuore, Selena Nina.
Ma che racconto bello! Ho riso tanto e pure mi sono commossa, e un po’ sono arrossita ma è stato bello leggerti Apoloe. Ancora?
Mi emoziona sapere di averti trasmesso qualcosa, Rossana. Grazie davvero.