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Gramsci e il teatro

Volevano impedire al suo cervello di funzionare, dietro le sbarre del carcere fascista e fortunatamente non ci riuscirono. Ma se ci fossero riusciti, Gramsci sarebbe stato comunque un protagonista del nostro Novecento. E se avesse trovato spazio in altro campo? Se sul politico geniale avesse prevalso il prodigioso critico teatrale?
Eccolo Nino, nel 1908. Ha 17 anni. Vive col fratello Gennaro e frequenta il liceo Dettori. Cagliari è una città ancora scossa dai moti contro il carovita del 1906. È culturalmente vivace, ci sono due teatri, il Civico e il Politeama Regina Margherita. E lui – cito dalla biografia di Giuseppe Fiori – è “studente scapigliato”, “loggionista tumultuoso”. Divertito, irriverente, incurante del giudizio dei benpensanti, di quelli che si piegano al vento del senso comune.
Sembra il ritratto di un un poeta futurista che, dalla platea, contesta i confezionatori di drammi “passatisti”, di intrecci con personaggi di cartapesta. Così come a Torino, la città della scelta marxista, riserverà offensive fulminanti, al vetriolo, agli autori della scena borghese, “digestiva”, in cui il pubblico sonnecchiante amava rispecchiarsi.
Tutto cambia con Pirandello e il teatro grottesco, la vera rivoluzione della scena italiana. La grande avanguardia capace di ribaltare dall’interno la commedia borghese, imperniata sul classico triangolo (lui, lei, l’altro).
Gramsci più di tutti capisce il teatro in rivolta, la sua forza, la sua capacità di scardinare il senso comune dell’ideologia dominante. Senza fare rivoluzioni a teatro, senza scene con bandiere rosse. Semplicemente prendendo il frutto più maturo del teatro borghese, grondante di buoni sentimenti, e smontandolo pezzo a pezzo. Gramsci capisce che con Pirandello e con il Grottesco il pubblico non può più accomodarsi in poltrona, pronto alla risata consolatoria. È accaduto qualcosa che schianta quello che Brecht ha chiamato “teatro gastronomico”, fatto per non pensare, per consentire agli spettatori di rassicurarsi.
Son passati più di cent’anni. La questione è la stessa: un linguaggio nuovo per scardinare roba vecchia, ammuffita, magari spacciata per “cambiamento”. Un linguaggio che per Gramsci “è come una campana di cristallo”, che rivela il volto beffardo dietro la maschera ubbidiente.

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