Hormuz: benzina, ma anche pane

 

Lo Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico, è stato chiuso dall’Iran il 2 marzo scorso, per la prima volta nella storia, dopo due giorni di bombardamenti militari di USA e Israele. Navi mercantili e petroliere che hanno osato oltrepassare lo Stretto sono state attaccate da missili e droni iraniani, e le loro carcasse bruciate fanno da monito a centinaia di altre navi ammassate a sud e a nord dello Stretto.
L’Iran non ha bloccato soltanto il passaggio di gas e petrolio, ma anche del fertilizzante azotato, quello a base di urea, e i concimi complessi che usano gli agricoltori di tutto il mondo. Circa un terzo del commercio mondiale di fertilizzante azotato passa per lo Stretto di Hormuz, insieme a metà dello zolfo mondiale, essenziale per produrre concimi a base di fosforo.
Il maggior produttore mondiale di fertilizzanti è la Cina che, dopo la chiusura dello Stretto, ha sospeso l’esportazione dei fertilizzanti. La Cina ha scelto di proteggere la propria produzione agricola trattenendo per sé tutto il fertilizzante che produce. Quindi i punti di strozzatura per l’agricoltura globale sono due: la chiusura dello Stretto di Hormuz, e il blocco esportazioni del principale fornitore alternativo, la Cina. Il prezzo dell’urea è salito del 40% dall’inizio della guerra, e anche se lo Stretto di Hormuz riaprisse, non siamo certi che la Cina esporterebbe di nuovo i suoi fertilizzanti. Finché Trump è presidente, la situazione economica è troppo volubile.
Le nazioni arabe affacciate sul Golfo ricevono riso e frumento dal Sud-est asiatico, ma anche queste consegne sono bloccate. I desalinizzatori del Golfo Persico, di cui l’Arabia Saudita è il maggior produttore mondiale, sono giganteschi impianti che producono il 90% dell’acqua potabile per la più grande distesa di sabbia del mondo, e sono quindi strategici. Se saranno colpiti dall’Iran, come è già accaduto in Bahrein, gli otto stati arabi del Golfo (200 milioni di persone) avranno acqua soltanto per due o tre giorni. C’è il rischio che questa guerra renda inabitabile la penisola arabica. Anche l’Iran sta costruendo desalinizzatori, dato il prosciugamento delle falde acquifere che ha lasciato Teheran senz’acqua. Gli impianti di dissalazione sull’isola di Qeshm sono stati oggetto di attacchi da parte di USA-Israele.
“Circa 4 miliardi di persone sulla Terra mangiano cibo derivato da fertilizzanti sintetici azotati. Quasi metà della popolazione mondiale è viva perché queste sostanze chimiche sono convertite in nutrienti per le piante. Esistono alternative (più costose) ai fertilizzanti prodotti da combustibili fossili che emettono grandi quantità di CO2, con terribili conseguenze climatiche. Si potrebbe riciclare l’azoto dai rifiuti e le piante potrebbero essere alimentate da fonti energetiche rinnovabili, costruite vicino alle fattorie che usano il fertilizzante”. (“Mother Jones”, 13 marzo ‘26)
Forse questo è l’unico aspetto positivo dell’infausta guerra all’Iran: che più paesi eviteranno la pericolosa dipendenza dal petrolio scegliendo energie alternative ai combustibili fossili. Quelle riserve di greggio in fiamme che vediamo ogni sera nei notiziari TV stanno accelerando la catastrofe climatica. La Cina è stata previdente: è passata alle energie rinnovabili, di cui è il leader mondiale. Trump, invece, ha riattivato l’industria del carbone, con grave impatto ambientale, e ha cancellato tutte le misure adottate da Biden per promuovere auto elettriche e fonti energetiche non inquinanti. Altri tre anni di Trump devasteranno l’economia americana, e la Cina già si profila come prima potenza mondiale.
L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha autorizzato il rilascio d’emergenza di 400 milioni di barili dalle Riserve Strategiche di Petrolio, istituite dopo la crisi petrolifera degli anni ’70. Nessuna riserva di sicurezza strategica è stata però mai creata per i fertilizzanti. Lo Stretto di Hormuz fa passare il 20% del petrolio mondiale, ma anche un terzo del commercio globale del fertilizzante. Secondo il Fertilizer Institute, la guerra all’Iran sta danneggiando il 49% dell’esportazione globale di urea, il 30% dell’esportazione globale di ammoniaca e quasi metà del commercio globale di zolfo.
Shanaka Anslem Perera, analista australiano di geopolitica, ha scritto il 16 marzo su Substack, “La trappola dell’azoto: Il tempo, in agricoltura, non è una variabile continua che può essere allungata o compressa dalle forze del mercato. È una serie di scadenze biologiche che, una volta mancate, producono conseguenze che nessun intervento successivo può invertire”. La finestra di tempo per piantare in primavera, nell’Emisfero Nord, si è aperta all’inizio di marzo. Nell’American Corn Belt (cintura del mais) i contadini devono completare la fertilizzazione e piantare il mais tra metà aprile e fine maggio. Ogni giorno di ritardo riduce il raccolto. Queste scadenze sono fissate dalla fotosintesi e dalla temperatura del suolo. Non possono essere differite.
Secondo la Carnegie Endowment, per far ripartire la produzione e il trasporto di fertilizzante dal Golfo Persico ci vorranno settimane, un tempo che gli agricoltori dell’Emisfero Nord non hanno. I prezzi intanto sono saliti. Secondo l’American Farm Bureau i costi di produzione del mais sono aumentati del 40%. Piantare mais non è più redditizio per gli agricoltori americani. Il mais è la coltura a più alta intensità di fertilizzante azotato. I semi di soia, al contrario, non richiedono fertilizzante sintetico. L’Agricultural Outlook Forum, prima di questa guerra, prevedeva una perdita di quasi 5 milioni di acri, che passeranno dal mais alla più economica soia. Ora prevede un ulteriore milione di acri destinati alla coltivazione di soia.
Nel passato, prima dei trattori e dei fertilizzanti chimici, c’era lo stallatico. La transizione avvenne circa 60 anni fa, quando il letame degli animali non era più sufficiente a sfamare 3 miliardi di bocche. Da allora la popolazione mondiale ha superato gli 8 miliardi.
L’inglese “The Guardian” del 20 marzo 2026, ha intervistato agricoltori americani: “Non c’è alcun profitto per noi. La situazione è insostenibile. Possiamo reggere un paio d’anni, ma alla fine i prezzi dei fertilizzanti ci faranno chiudere”. Gli USA importano solo il 25% dei fertilizzanti. Ciò nonostante i prezzi sono saliti fin dall’invasione russa dell’Ucraina, sono aumentati con i dazi di Trump e ora sono raddoppiati con la guerra all’Iran. Il mais è la più grande produzione agricola degli Stati Uniti. “La sicurezza del cibo è sicurezza nazionale. Se non possiamo permetterci di far crescere le colture, chi ci sfamerà?”
Molti di questi agricoltori disperati hanno votato per Trump. Per risparmiare, sono passati dalla coltura del mais a quella della soia. Ma chi la comprerà? La Cina ha smesso di comprare soia dagli USA un anno fa, a causa dei dazi di Trump. Il bestiame, il pollame, i suini, e gli americani stessi, vivono di mais. Gli americani sono i più grandi consumatori di mais al mondo. Non ce li vedo a far colazione con i semi di soia.
Anslem Perera ha definito “cascata proteica” i passaggi dai fertilizzanti del mais all’alimentazione di bovini, ovini, suini e pollame, alla loro carne, alle uova, ai derivati del latte, fino agli scaffali dei supermercati. Nessuno ci ha reso consapevoli della dipendenza dai fertilizzanti. Comprendiamo di aver bisogno della benzina perché guidiamo le auto, ma non sappiamo che il pane ha bisogno di ammoniaca, il riso di urea, e le verdure di fosfati trasformati dallo zolfo del Golfo Persico.
Secondo “The Economist” (“Operazione Furia Cieca”, 19 marzo ‘26) questa guerra porterà cambiamenti rapidi e imprevedibili. Per quanto Trump cercherà di distrarci con obiettivi più facili, come Cuba, non può controllare la catastrofe che ha lui stesso scatenato per aver ignorato e licenziato dal Dipartimento di Stato gli esperti chiave del Medioriente pochi mesi prima dell’attacco all’Iran. Nel luglio 2025 era stato licenziato lo staff preposto alla creazione di modelli degli scenari peggiori per i mercati petroliferi, come il blocco dello Stretto di Hormuz (“Daily Beast”, 17 marzo ‘26). Un’arroganza e un’imbecillità senza limiti.
La Presidenza Trump non reggerà gli effetti domino della crisi alimentare. Lo Sri Lanka è un esempio illuminante. Nel 2021, il presidente dello Sri Lanka impose un improvviso bando alle importazioni di fertilizzanti sintetici. La produzione del riso collassò del 50%. I prezzi salirono alle stelle. Lo Sri Lanka fu costretto a spendere centinaia di milioni per importare d’emergenza il riso. La crisi economica provocò il crollo del governo. La situazione oggi è più grave, perché non ci saranno importazioni d’emergenza di fertilizzanti. Per l’Emisfero Nord il tempo della semina è adesso. E si dovrà aspettare un anno per la prossima.
Il mondo dista solo uno Stretto dalla carestia di massa, e quasi nessuno ne parla. L’Egitto, il maggior importatore mondiale di grano, vede svalutata la propria moneta mentre cerca di finanziare sussidi alimentari per 69 milioni di egiziani. L’India chiede aiuto alla Cina, perché le passi un po’ del suo fertilizzante, ma la politica della Cina è “China First”. Il World Food Program dell’ONU, a marzo, ha avvertito che il conflitto con l’Iran ridurrà altri 45 milioni di persone alla fame, portando la carestia globale a un totale di oltre 319 milioni. Ciò provocherà ondate migratorie di massa, con conseguenti crisi umanitarie, economiche e geopolitiche senza precedenti.

3 commenti su “Hormuz: benzina, ma anche pane”

  1. Maria Teresa Trappoli

    Grazie Patrizia, bell’articolo!!! Interessanti tutti i collegamenti e i riferimenti che non si riuscirebbe a fare vista la frammentazione delle notizie.
    Comunque molto allarmante ed inquietante.

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