I_gladiatori

I gladiatori

Conoscemmo la signora Helke alla fiera di Francoforte. Venne a trovarci nel nostro stand il primo giorno, e apprezzò il design delle sedie che la nostra ditta esponeva. Disse di avere un negozio di arredamento a Colonia, e una piccola rete distributiva nel centro e sud della Germania. Non feci molto caso a lei, erano tanti i negozianti che venivano a cercare contatto diretto coi produttori italiani in un periodo di supervalutazione del marco. Quando la signora lasciò lo stand, il titolare mi chiamò: “Vogliamo grossi distributori, e che siano uomini”.
Due giorni dopo la signora Helke tornò, accompagnata dal marito, un mastino in doppiopetto e cravatta. Il titolare stavolta si degnò di venire a salutare, ma non comprendendo alcuna lingua straniera, mi lasciò sola con loro. Helke indossava una giacca a scacchi colorata che metteva in risalto i capelli color paglia, e una gonna corta che scopriva le gambe lunghe da gemella Kessler. L’impressione era di estro, sport, gioventù, ma sopra il sorriso tutto denti, il volto di Helke era una maschera di rughe. Il marito, Rainer Jensen, era distributore esclusivo per la Germania di un macchinario elettronico americano.
Mostrai di nuovo le nostre sedie, disegnate da un ignoto architetto italiano. Helke fece notare al marito come le sedie richiamassero lo stile di architetti alla moda. La qualità lasciava un po’ a desiderare, ma i prezzi erano imbattibili. “Qualità scadente, ma pretenziosa, per la fascia medio-bassa”, fu il commento del signor Rainer.
Helke chiese di parlare col titolare. Si sedettero in fondo allo stand e io, in piedi, feci da interprete. A fine colloquio, il titolare li invitò a cena. Dopo dieci ore in piedi nello stand, passai altre due ore a tradurre al ristorante. Era un vecchio ristorante di Francoforte, tutto in legno scuro. Servivano grossi tagli di carne cruda su pietre arroventate. L’atmosfera sassone, gli alti bicchieri di birra e soprattutto la carne al sangue piacquero al mio titolare, che prenotò il tavolo ogni sera, per il resto della fiera.
Helke ordinò solo insalata e frutta e disse che voleva portare le nostre sedie nelle catene dei Baumarket tedeschi. Il mio titolare temporeggiò fino all’ultimo giorno della fiera e poi accettò perché nessun grande distributore si era offerto, tranne i soliti agenti multi-carte, che avrebbero venduto mille articoli prima del nostro. Helke aveva iniziato da poco a espandere i suoi affari oltre il negozio di arredamento, ma alle sue spalle si sentiva il polso e l’esperienza del marito. I coniugi Jensen avrebbero organizzato a breve un tour dei maggiori centri distributivi tedeschi ed era necessaria la presenza della nostra ditta agli incontri. Helke, facendomi l’occhiolino, disse che presentavo bene i prodotti e che sarebbe stata contenta di avermi come rappresentante.
Il mio capo non sembrò felice del complimento fatto alla sua dipendente, che rivestiva l’imprecisato incarico di interprete, organizzatrice, venditrice e segretaria tuttofare. Durante la fiera fui anche facchino e montai e smontai lo stand insieme al tecnico. Ora Helke, con la sua richiesta, mi elevava al rango di rappresentante, e se mi montavo la testa, avrei potuto chiedere un aumento.
Dopo la fiera, i coniugi Jensen vennero in Italia a visitare la fabbrica, e chiesero la firma di un contratto. Il titolare si mostrò pronto a firmare, ma il contratto doveva essere tradotto dal tedesco ed esaminato, e la firma slittò alla prossima occasione di incontro. Tranne me, nessuno in ditta credeva che Helke avrebbe aperto il mercato. I rappresentanti italiani erano tutti uomini “con le palle” e, non fosse stato per il promettente aspetto truce del signor Jensen, il mio titolare non avrebbe perso tempo con Helke. Stava in effetti contattando il distributore tedesco di una ditta di mobili italiana per cui producevamo sedie di scarso valore. Io ero convinta che questo distributore non avrebbe mai fatto nulla per noi, tranne portarci via gli indirizzi dei negozianti da me contattati in fiera, e così fu. Quando Helke telefonò per confermare le date del tour promozionale, il titolare dovette lasciarmi andare.
Presi un volo di mattina per Monaco, dove Helke mi aspettava. Quando mi vide arrivare fasciata in un tailleur grigio cenere, scosse la testa. “Ti senti a tuo agio in quel vestito?” Ero imbarazzata dalla domanda, ma fui sincera. “No, sto meglio in jeans e camicia”.
“Voi italiani siete così formali. Tu che sei giovane, non dovresti vestirti da vecchia!” Anche se ormai avevo la valigia piena di tailleur tinta unita, si creò subito una sintonia tra noi. Di quel lavoro non odiavo gli orari massacranti, le responsabilità organizzative, lo stress di dover parlare in due o tre lingue. Quel che odiavo davvero era il business look. “Attento alle attività che richiedono nuovi vestiti”, scrisse un saggio americano.
All’aeroporto di Monaco vagammo in cerca del fuoristrada di Helke, che non ricordava dove lo aveva parcheggiato. Poi uscimmo verso le colline fuori città. In un ristorante sulla strada per Dachau incontrammo la signora Agate e un’altra donna, bionda, elegante, moglie di un funzionario del Baumarket. Agate era bruna, matronale, con una gonna campagnola e un maglione largo color antracite, a coprire le forme generose. Seduta al tavolo del ristorante, pareva una grossa macchia nera in mezzo a due Barbie bionde. Io ero un’altra macchia, piccola e grigia.
Dopo il rapido pasto, tornammo alle rispettive auto e Agate ci fece strada verso casa sua. Salite sul fuoristrada, Helke mi disse che Agate era stata abbandonata dal marito per una ragazzina, e ora, per vivere, aveva aperto un’agenzia di lampade, alla quale ci saremmo appoggiati. La villetta di Agate era su una collina. Le stanze a pianterreno erano piene di scatole e scatoloni, piantane e lampade di ogni forma e colore. Il piano superiore era ricolmo di cataloghi e brochure delle marche più disparate. Il disordine era incredibile. Agate si scusò, dicendo che era sempre fuori a visitare i clienti. Ci fece sedere sulle poche sedie libere e ci offrì del tè, che arrivò sulla tavola quasi freddo. Stavo iniziando il mio discorso introduttivo, quando Agate si accorse di aver dimenticato il latte, e poi lo zucchero. Mentre parlavo, ogni tanto si alzava in cerca di qualcosa lasciato in un’altra stanza, distraendoci continuamente. Fu allora che mi venne in mente la frase offensiva del mio titolare: “Con le donne non si conquistano i mercati”.
Era pomeriggio inoltrato quando Helke si decise a partire. Ci fermammo a cena in un ristorante sull’autostrada, fuori Wurzburg. Helke si fece portare una bottiglia di vino rosso e si rilassò su un piatto di carne e patate fritte. Dalle vetrate del ristorante si vedeva Wurzburg illuminata fra le colline. Helke si sciolse in uno sfogo sentimentale su Rainer, il marito crudele. “Gli uomini sono tutti uguali. Anche mio marito mi tradisce. Invece di aiutarmi col mio lavoro, mi critica in tutto, mi dà dell’incapace, perché ha paura che mi renda indipendente o poi lo lasci”. Perché si apriva così con me?
Mi chiese: “Anche il tuo capo è come Rainer, vero?” “Beh… In fiera i primi giorni mi stava addosso e, anche se non capiva quel che dicevo ai visitatori, si intrometteva, trattandomi come una bambina deficiente”.
“Ho visto, sai? Era infastidito dalla tua bravura. È geloso perché vorrebbe saper parlare lui così, e perché non ti può controllare. Avete mai avuto un direttore commerciale per l’estero?” “No, è la prima volta che apriamo sui mercati esteri”.
“Il tuo capo non assumerà mai un direttore commerciale. Tirerà avanti con ragazze intraprendenti come te, che però sanno stare al loro posto, senza una precisa qualifica, e con la paga bassa. Ecco perché negli uffici ha assunto tutte donne. Docili, paurose, con la testa bassa”.
“Io non sono così”. “Già, e non durerai molto”.
Riprendemmo l’autostrada per Hannover ed arrivammo al nostro albergo che era quasi mattina. Helke aveva guidato per tutta la notte e, nel buio, mi aveva raccontato vent’anni di matrimonio con Rainer, i soprusi, i tradimenti, le falsità. Per diventare distributore esclusivo del macchinario che ora vendeva, Rainer aveva usato mezzi illeciti e aveva sedotto le donne della concorrenza per farle poi saltare con le sue indiscrezioni. Passava tutto il tempo a tramare nuovi inganni e a guardarsi le spalle. Era “l’uomo più infido della terra!” Helke era così carica di rabbia che guidò nella notte come una Valchiria.
Mi diede appuntamento alle dieci di mattina nella hall dell’albergo. Le cinque ore di sonno che mi restavano furono inquiete. Ero sfinita dal viaggio, e le rivelazioni notturne mi avevano agitato oltre la soglia del sonno. Mi risuonava in testa la frase di Helke sulla mia carriera lavorativa, che non sarebbe durata a lungo. E lei perché restava con un marito odioso? Per non finire come Agate. Il negozio a Colonia gliel’aveva comprato lui, e nell’agenzia che ci avrebbe rappresentato avevano investito in parti uguali.
Col viso assonnato, il mattino alle dieci scesi nella hall e feci colazione. Helke arrivò, trafelata, a mezzogiorno. “Scusami, l’agente ha cambiato appuntamento. È per l’una”. Non dissi nulla, e pensai che fosse stata lei a spostare l’orario.
Fuori Hannover, incontrammo l’agente per il centro-nord, che ci portò a visitare alcuni grossi centri commerciali. Nei reparti dei mobili Helke mi fece notare la merce della concorrenza. “Guarda che design orribile! E che prezzi assurdi! Qui c’è da fare soldi a palate”. L’agente era un signore sui cinquant’anni, grassoccio, con la peluria bionda dappertutto, tranne che sulla testa. Era molto professionale, pignolo. Respirai di sollievo, perché quest’uomo era affidabile e avrebbe compensato l’estro distratto di Helke.
Di nuovo in autostrada, ci fermammo ad un paio di centri Baumarket nella zona di Essen e Dusseldorf. Arrivate fuori Colonia, Helke mi portò ad una LandHaus vicina a casa sua. Sarebbe venuta a prendermi l’indomani mattina alle otto. Aspettai fino alle undici, maledicendola. Arrivò con gran stridere di freni, e disse che aveva litigato con Rainer. Quando qualcosa andava storto, o forse quando mentiva, la sua voce aveva un tono lamentoso e colpevole.
Proseguimmo a sud di Bonn, visitando negozi e mercatoni popolari. Helke si muoveva con sicurezza e dappertutto eravamo ricevute con interesse. Speravo di portare a casa qualche ordinativo, ma Helke mi disse che era solo un tour promozionale, per far conoscere la ditta e i suoi prodotti. Come poteva il mio titolare pretendere che comprassero subito? Il capo, che dall’Italia mi chiamava ogni giorno sul cellulare, non era dello stesso avviso.
Nel pomeriggio ci fermammo in un piccolo hotel fuori Francoforte ed Helke mi disse che andava a consegnare una lampada di Agate a un cliente in città e sarebbe tornata per cena. Dopo la doccia, mi appisolai sul letto. Quando suonò il telefono in camera erano le dieci di sera. Scesi al ristorante dell’hotel ed Helke mi aspettava a un tavolo, raggiante. Mangiò e parlò nervosamente e fu allora che ebbi un’intuizione. Quando ci congedammo e mi diede appuntamento per la tarda mattina del giorno dopo, fui certa che Helke non era sola quella sera. Tutte le sue confidenze sulla crudeltà del marito servivano a giustificare ai miei occhi che lei avesse un amante?
Rientrando a Colonia, Helke mi portò al suo negozio di arredamento. Tony, il commesso tuttofare, era un bel giovane bruno. Il negozio era ben arredato con mobili in parte italiani. Helke si mostrò fiera di Tony e del negozio. Finiti i convenevoli, si mise con lui a controllare fatture e scadenze, e cambiò atteggiamento. Tony era remissivo, tentava di giustificare le consegne fatte e i clienti che non avevano saldato. Helke troncò il discorso. “Ne riparliamo domani”. Una volta in auto, cominciò a imprecare contro quel fannullone di Tony, quell’eunuco, quella checca. Pensai allora che avesse assunto un giovane omosessuale per lo stesso motivo per cui il mio capo assumeva ragazzine.
L’agenzia del marito era nei sobborghi di Colonia. La centralinista era giovane, vestita casual. I tecnici avevano i capelli lunghi sulle spalle o i codini, e indossavano gilè variopinti. Erano molto svegli ed efficienti. I locali e i mobili d’ufficio erano bianchi, con sedie azzurre. Solo l’ufficio della direzione era arredato in noce scuro, e il signor Rainer ci ricevette alzandosi da una enorme poltrona di pelle nera.
Helke gli raccontò che Tony, in negozio, non sapeva stare al suo posto. Rainer rispose freddo: “Se non lo sgridi ogni tanto, ti ruberà i soldi sotto gli occhi. Guarda questo branco di fannulloni. Se non li striglio a dovere, passano il tempo a fumare spinelli e a telefonare alle puttane”. Poi si ricordò di me e si scusò: “Mia moglie è troppo buona, dà confidenza a tutti. Non è così che si costruiscono gli imperi commerciali che lei sogna”.
Helke, ferita dal sarcasmo del marito, si congedò rapidamente e guidò verso casa Jensen. Era una villetta in una zona residenziale. “Il mese scorso mi hanno ripulito la Porsche che avevo parcheggiato davanti a casa. Per questo sono venuta a prenderti col fuoristrada. La Porsche è ancora dal meccanico. Con la caduta del Muro, la feccia polacca ha invaso le nostre campagne. Non eravamo preparati a tanta criminalità. Vedi, la nostra casa non ha cancelli, non ha inferriate. Dovremo metterli dappertutto, come fate voi in Italia”.
Entrammo nella casa, che era spaziosa, arredata con sfarzo. Sul retro, un’immensa vetrata si apriva su un bosco di piante basse. “Tutti i mobili che vedi qui, li ho scelti io”, disse orgogliosa Helke. Pensai allora che le sue idee di indipendenza fossero velleità senza sostanza, che non avrebbe mai lasciato il marito, quella casa, e che lo avrebbe sopportato – sperando che lui non lasciasse lei – con l’unica soddisfazione di tradirlo di nascosto. Helke voleva essere come Rainer, ma non ci riusciva. Tanto lui era calcolatore e predatorio, tanto lei era smemorata e sprovveduta. Bastava vederli insieme per cogliere la levità di lei contro la pesantezza corazzata di lui.
Squillò il telefono di casa. La segretaria dall’ufficio comunicò i dati del mio volo per l’Italia dell’indomani. Mentre Helke le faceva la predica al telefono per un’incombenza non evasa, mi avvicinai al camino del salotto per osservare da vicino un grande dipinto sopra la mensola. Era ritratta, senza originalità ma con spreco di colori, una grande arena romana, colma di popolo in tumulto, e in primo piano, sulla sabbia, due gladiatori, l’uno ferito, nell’atto di gettare la rete, l’altro con in pugno una daga che vistosamente grondava sangue.
Helke aveva terminato la conversazione al telefono e mi voltai a chiederle di quel singolare quadro. “Bello, vero? L’ho regalato a Rainer per il nostro anniversario. Dà un’atmosfera a tutto il salotto. Mi è costato un occhio della testa”. Tornai a guardare il quadro. Helke era attratta dal gioco crudele del marito al punto da vederlo nella dimensione eroica del mito? Oppure il dono del quadro era una perfidia: fatti scannare, che io sto a guardare. La scelta del quadro indicava un’idea della vita come spettacolo feroce.
Helke si era avvicinata a me, davanti al camino, e dovetti distogliere lo sguardo dal quadro. Lei mi sorrideva, ma con un’ombra di sospetto negli occhi, come avesse capito che stavo scrutando dentro il mistero della sua vita. Qualcosa che credevo ci avesse unito svanì sotto quello sguardo. La mia visita era stata un pretesto per lei, le sue confessioni notturne una coltre di fumo. Sorrisi anch’io, perché sentivo che, a dispetto di sé, le stavo simpatica. Anch’io avevo voluto cimentarmi nell’arena, e questo ai suoi occhi mi faceva onore.
Quando la mattina dopo mi accompagnò al terminal dell’aeroporto, la salutai ridendo: “Morituri te salutant!”

5 commenti su “I gladiatori”

  1. Carmine Ferrara

    Racconto meraviglioso! Oggi è sempre più raro incrociare un racconto cje si lascia leggere di un fiato, con grande gusto.

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