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Scienza

Il Buonsenso al potere

SANDRO PETRUCCIOLI
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Isaac Newton

“Basterebbe un po’ di buonsenso”. Quante volte lo abbiamo sentito dire o ce lo siamo detti! Il buonsenso attiene alla sfera delle capacità naturali di ciascun individuo, al suo istinto; e ha il vantaggio di portarci dritti alla soluzione del problema. Non sempre si coniuga con l’esperienza; infatti il buonsenso attecchisce talvolta anche negli individui più giovani. Il buonsenso va esercitato con perseveranza, è segno di equilibrio personale, e dimostra in noi una spiccata attenzione verso tutto ciò che ci circonda. Il buonsenso trova quasi tutti d’accordo perché, in genere, esprime il punto di vista della maggioranza e può essere assunto come sinonimo di senso comune. Quindi cosa c’è di più democratico del buonsenso? Qualcuno ne ha fatto addirittura uno slogan politico: il buonsenso al governo. Il buonsenso può fare a meno dei competenti, è diffidente verso tutti i saperi costituiti e sembra inaugurare quell’era dell’egualitarismo narcisistico di cui parla in un recente saggio il professore di Harvard Tom Nichols.
Le dispute e i conflitti su questi argomenti non sono nuovi. Nel secolo dei Lumi, un filosofo scozzese Thomas Reid fece del ‘common sense’ il cuore della sua epistemologia. Criticava Locke e Hume e affermava che le intuizioni di senso comune hanno “il consenso delle epoche e delle nazioni, dei sapienti e degli ignoranti, [i quali] dovrebbero avere una grande autorità riguardo a tali conoscenze intuitive, dove qualsiasi uomo è un giudice competente”. Tutta la storia della scienza potrebbe essere riscritta come un perenne conflitto tra conoscenza razionale e conoscenza intuitiva o conoscenza di senso comune.
Per oltre due millenni l’umanità rimase fedele alla visione cosmologica e astronomica di Aristotele e Tolomeo. In questo non c’era nulla di irrazionale. Gli astronomi seguivano il percorso degli astri, ne misuravano con accuratezza le posizioni nei cieli e compilavano montagne di tavole numeriche. I più tenaci sostenitori del modello tolemaico sarebbero stati gli astronomi arabi che avevano portato i loro strumenti di osservazione a uno straordinario livello di perfezione tecnica. Ma per secoli e secoli, l’universo sarebbe rimasto fedele all’originaria immagine geocentrica e il Cosmo rigorosamente chiuso. Gli astronomi matematici avevano addirittura l’obbligo di render conto, spesso con ardite soluzioni matematiche, di tutte le osservazioni che sembravano sottrarsi ai vincoli rigidi di tale visione del mondo. Vennero così escogitati oggetti strani, come gli epicicli e gli equanti.
Pochi la pensavano diversamente, e quei pochissimi che osarono dirlo fecero una brutta fine; Tommaso Campanella scontò molti anni di carcere duro; Giordano Bruno fini drammaticamente le sue ore a piazza Campo de’ Fiori; andò un po’ meglio al cattolicissimo Galileo Galilei, che dopo l’abiura, trascorse gli ultimi anni della sua vita agli arresti domiciliari, in quel di Arcetri. Il grande pericolo consisteva in una rivoluzione – quella copernicana degli Orbi celesti – che metteva in dubbio le Sacre Scritture. scardinava il sapere consolidato e soprattutto entrava in conflitto con il senso comune.
Per un quarto di secolo ho insegnato storia della scienza a studenti universitari; tra questi ho raccolto una statistica. Per non farla troppo lunga, a un certo punto del corso chiedevo a studenti ormai prossimi alla laurea se fosse vera o meno la seguente affermazione: “ovunque c’è un movimento esiste necessariamente una causa che lo determina”. Ebbene, ho scoperto che ho sempre insegnato a studenti rigorosamente aristotelici. Mi sono sempre chiesto cosa avessero imparato sui banchi di scuola e di cosa gli avessero parlato i loro insegnanti di scienze e di filosofia; ma poi, rassegnato, mi dicevo che era un fatto di buonsenso credere che un qualsiasi corpo pesante cada al suolo di moto naturale, piuttosto che tirare in ballo la misteriosa forza che fece cadere la mela sulla testa di Newton. Dovremmo dunque rassegnarci a vivere il paradosso di una generazione ipertecnologica e iperconnessa rimasta – quanto a cultura scientifica – a prima di Galilei e di Newton? O di una società che attende ancora di passare dal mondo chiuso all’universo infinito?

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