Il_dono

Il dono

Non so che percorso abbia fatto stanotte la mia mente, ma mi sono svegliata con questa poesia in testa. È di Salvatore Quasimodo, si chiama “Vicolo”.

“Mi richiama talvolta la tua voce,
e non so che cieli ed acque
mi si svegliano dentro:
una rete di sole che si smaglia
sui tuoi muri ch’erano a sera
un dondolio di lampade
dalle botteghe tarde
piene di vento e di tristezza.
Altro tempo: un telaio batteva nel cortile
e s’udiva la notte un pianto
di cuccioli e di bambini.
Vicolo: una croce di case
che si chiamano piano,
e non sanno ch’è paura
di restare sole nel buio.”

Era maggio, mi pare, e questa poesia fu letta alla mia classe, terza media, da un giovane supplente di educazione fisica, in realtà studente di filosofia. Inutile dire che mi innamorai di lui all’istante. Era piccolo, non bello, ma aveva degli occhi scurissimi e una voce calda e dunque fu facile.
Nostalgia, rimpianto, un senso profondo di solitudine. Il bisogno degli altri, perché ci sostengano e ci accompagnino nella precarietà dell’esistenza in questo nostro essere ‘gettati nel mondo’, come diceva Heidegger: c’era già tutto ciò su cui cominciavo a riflettere e a vivere allora, anche se avevo solo tredici anni. Gli stessi pensieri ed emozioni che ancora oggi mi appartengono.
Oggi, anzi ieri, in alcune classi, quelle con cui mi sentivo più in sintonia, leggevo ai miei ragazzi “Vicolo”, come per offrire loro un dono.
All’inizio di giugno, nel 1970, l’anno della terza media, qualche giorno prima degli esami, morì mio padre.
Questa poesia la ricordo sempre, ma la paura di restare sola nel buio non mi ha più abbandonata.

2 commenti su “Il dono”

  1. Susanna Merloni

    I ricordi sono tanti. Innumerevoli. A volte qualcuno riaffiora e si impone con una forza particolare, che lascia sbigottiti.

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