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Costumi

Il formaggio e l’inconsistenza dell’essere

Andrea Lupi
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Illustrazione Stefano Navarrini ©

 

Un tomino di podolico del Gargano, un piatto di formaggi misti, tra cui formaggio di fossa, pecorino di Pienza, puzzone di Moena, caciotta al tartufo, un’insalata di rucola con scaglie di parmigiano e la fase rem di ciascun ciclo di sonno si trasforma in una discesa libera in un mondo nuovo in cui i cinque sensi risultano perfettamente vigili anche se il vigilante non sembra proprio colui che la sera precedente si è sbafato mezzo chilo di formaggi. Il sognatore, cioè, non coincide più con il soggetto sognato.

Nel sogno al formaggio non soltanto ci si libera del controllo censorio della ragione e di quello dell’anima, che, come si sa, Freud identifica con la coscienza, ciò di cui l’io è cosciente, ma anche e, aggiungo specialmente, di quello del subconscio. Quella parte della nostra mente, della cui esistenza siamo consapevoli, ma che non conosciamo affatto. Ebbene, a causa del formaggio la traumdeutung viene radicalmente smentita.

Mangi del formaggio e nei sogni non sei più tu, ma non esiste neppure più il tuo subconscio. Tutto ciò che vedi non ti appartiene e nemmeno ti è un tantino familiare. Le immagini sono chiare, estremamente realistiche, ma non è chiaro chi sei, dove sei, perché sei. Si accede a una nuova dimensione nella quale l’essere è inconsistente più di uno squacquerone e lo smarrimento è totale. È vero che la mente è talmente grande da poter contenere anche l’incontenibile, che so, un magazzino di parmigiano reggiano, ma può contenere anche l’imprevedibile?

Ecco! Penso che mangiare formaggio consenta di dar forma (appunto) ai sogni del primo uomo che di giorno cercava di sopravvivere e di notte, magari con la panza piena di pecorino inacidito, s’apprestava a viaggiare nello spazio, a volare tra le stelle come Fred Flintstone, sopra un razzo di pietra, alla ricerca di un dio, magari poco padre e molto padrone, ma che almeno gli avrebbe fatto assaggiare un formaggio come si deve.

 

 

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