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IL MIO BORDIN

GIOVANNA NUVOLETTI
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Massimo Bordin - Foto da The World News Net

Il suo sorriso, timido, saggio, ironico. L’ho visto l’ultima volta neanche un mese fa, al compleanno di un amico. Un saluto, uno sguardo, il calore sempre nascosto ma che sempre traspariva – lui lo sapeva che era l’ultima volta, io no.
No, non eravamo amici intimi, solo qualche incontro a semplici cene, qualche scambio umoristico su Facebook – ma lui accoglieva sempre con affetto il mio entusiasmo infantile per lui, per il suo essere un giornalista unico, geniale e mai esibizionista, paziente, lucido, umano. Lui mi accoglieva, alto e curvo com’era.
Dopo quante delle mie terribili notti nere senza sonno, la sua voce roca, ma sempre controllata, mi ridava la pace alle 7,35, su radio Radicale! Mi abbandonavo alla sua lettura dei giornali, mi accoccolavo nella sua razionalità, nel suo equilibrio, nella sua saggezza senza vanità. Mi rimetteva in ordine il mondo. La vita ritornava possibile.
Quanti saremo, centinaia di migliaia in tutta Italia, noi – rimasti senza Massimo Bordin? A piangerlo, a ricordarlo, a volergli ancora e sempre bene. Era unico.
Posso dire che era un vero signore? Nell’accezione più vera e più antica. Sapeva essere severo senza mai, mai, scivolare nella maleducazione. Aveva disciplina nel leggere, mai una papera, mai un inciampo: perché lui ci rispettava, noi ascoltatori bordinomani, ci trattava al meglio. Sapeva che lo meritavamo. Aveva modi ormai unici. Mai una parola neanche lievemente fuori posto. Sì, era elegante, aveva “classe”. Perché era semplice e naturale, e insieme composto.
Il mondo è più stupido senza Massimo Bordin.

Giovanna

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GIOVANNA NUVOLETTI
GIOVANNA NUVOLETTI

Sono nata nel 1942, a Milano. In gioventù ho fatto foto per il Mondo e L’Espresso, che allora erano grandi, in bianco e nero, e attenti alla qualità delle immagini che pubblicavano. Facevo reportage, cercavo immagini serie, impegnate. Mi piaceva, ma i miei tre figli erano piccoli e potevo lavorare poco. Imparavo. Più avanti, quando i ragazzi sono stati più grandi, ho fotografato per vivere. Non ero felice di lavorare in pubblicità e beauty, dove producevo immagini commerciali, senza creatività; ma me la sono cavata. Ogni tanto, per me stessa e pochi clienti speciali, scattavo qualche foto che valeva la pena. Alla fine degli anni ’80 ho cambiato mestiere e sono diventata giornalista. Scrivevo di costume, società e divulgazione scientifica, per diversi periodici. Mi divertivo, mi impegnavo e guadagnavo bene. Ho anche fondato con soci un posto dove si faceva cultura, si beveva bene e si mangiava semplice: il circolo Pietrasanta, a Milano. Poi, credo fosse il 1999, mi è venuta una “piccolissima invalidità” di cui non ho voglia di parlare. Sono rimasta chiusa in casa per quattro/cinque anni, leggendo due libri al giorno. Nel 2005, mi sono ributtata nella vita come potevo: ho trovato un genio adorabile che mi ha insegnato a usare internet. Due giovani amici mi hanno costretta a iscrivermi a FB. Ho pubblicato due romanzi con Fazi, "Dove i gamberi d’acqua dolce non nuotano più" nel 2007 e "L’era del cinghiale rosso" nel 2008, e un ebook con RCS, "Piccolo Manuale di Misoginia" nel 2014. Nel 2011 ho fondato la Rivista che state leggendo, dove dirigo la parte artistico letteraria e dove, finalmente, unisco scrittura e fotografia, nel modo che piace a me.

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