Il mio cane Che si chiama Giatt

Ci saranno ancora giorni da segnare con la pietra bianca di Catullo?
Mah, per ora, sul calendario del 2026, scorre una sfilza di controlli medici: routine da anziani. E ci si è messo pure (l’articolo davanti al nome proprio è licenza poetica ambrosiana) il Giatt: il mio cane, che esce da tutti i canoni estetici ma è meraviglioso, sensibile, attento, buffo, simpatico, indispensabile. Superato con qualche lentezza un brutto mal di pancia, eseguita l’ablazione del tartaro e – già che c’erano – tolti sei molari, pareva rimesso a nuovo tranne un valore, da ricontrollare.
A sentire «possibile insufficienza renale» sono sprofondata in un baratro, sommersa dai terribili ricordi di Dog sopraffatto dalle crisi epilettiche, conseguenza di una patologia renale mai indagata. La sua sofferenza, la decisione terribile, il dolore lancinante, il pianto di papà alla notizia e il suo girare dopo, vuoto e smarrito, per casa e lungo i brevi tragitti della vecchiaia: portineria, panettiere, edicola e ritorno. Dopo più di trent’anni, ancora? Ci dovrò passare ancora?
Questo mi chiedevo, nella sala d’attesa della clinica veterinaria, con il contenitore delle urine in mano, nella speranza bastasse il poco materiale faticosamente raccolto, perché il Giatt non gradisce che gli si passi sotto la pancia quel coso.

«Perché vuoi la mia pipì?»
Dai, Giatt, mi serve per capire come stai.
«È mia, la lascio in giro lì, e poi là, e poi ancora lì, tutte le mattine».
Per piacere, Giatt; lasciamela prendere.
«No».
Da bravo, su, falla qui dentro.
«La tengo fino a domani, piuttosto».

Avevo dovuto desistere, sperare ne depositasse un altro po’ nella sala d’attesa della clinica – come suo solito – e lo controllavamo in due, pronti a fiondarci nel breve spazio tra la zampa alzata, il pavimento e lo zampillo.
Due gatti protestavano nei rispettivi trasportini, un bassotto osservava da sotto la sedia, noi guardavamo il Giatt rintanato tra le nostre gambe, intimorito dagli sconosciuti, ma non da una signora appena entrata, da sola.
Alta, tanto da sembrare – a lui così basso – una torre, eppure vicina, tanto da fissarla negli occhi e persino accostare, con insolita fiducia, il tartufo al palmo della mano, offerta al suo olfatto.
Strano, ci siamo detti guardandoci.
Dopo il primo approccio, il Giatt è tornato nei consueti ranghi: si è ritratto, rinculando verso il muro, aderente ai polpacci familiari.
«Hai paura?» gli ha chiesto la signora, comprensiva.
Abbiamo risposto per lui: sì, non gli è ancora passato il timore per il mondo fuori dal suo ambito protetto. Ho avuto l’impressione che la risposta non la interessasse, quasi neppure l’avesse sentita. Non era con noi che voleva parlare.
L’infermiera è apparsa sulla soglia dell’ambulatorio con aria interrogativa.
«Devo ritirare la copertina di…» le ha sussurrato la signora, la voce si è rotta mentre pronunciava nome e cognome.
Ho visto il suo sguardo vuoto, umido, smarrito. Ho ipotizzato, immaginato e mi sono rivista, quando anche Pedro si è addormentato per sempre, quando me lo hanno portato via, quando in auto ho urlato dal dolore, quando me lo hanno ridato nello scatolino che veglia le mie notti.
Avrei voluto sapere cosa fare e cosa dire a quella perfetta sconosciuta che mi sembrava un’amica, una sorella. È ovvio che non ho fatto nulla, ho anche evitato di guardarla per scongiurare l’imbarazzo o scatenare il pianto, trattenuto fino a che con una cuccia e un plaid in mano è scappata via, senza dire niente, senza guardare nessuno, il volto contratto nella disperazione e nel singhiozzo liberato.
«Cos’hai? Il Giatt starà bene, vedrai e, semmai, lo curiamo».
Mi ero vista allo specchio: un passato vissuto e un futuro che accadrà, incerto solo nei modi e nei tempi. Un dolore che ho riconosciuto e che mi terrorizza.
[N.d.A.: è stato necessario ripetere il prelievo, finalmente riuscito grazie a uno stratagemma, degno di brevetto, ideato dal mio consorte. Il Giatt ha ancora il valore un po’ fuori parametro, da controllare, ma è in fase di miglioramento. A vederlo, sta benone; incrocio le dita]

12 commenti su “Il mio cane Che si chiama Giatt”

    1. Giovanna Nuvoletti

      forse è più la gioia – ci danno tanto. Nel ricordo della mia Indy sto sognando un canetto tutto per me. Un piccolo amico, da proteggere e che mi protegga

  1. Teresa Trivellin

    Sto vivendo questa preoccupazione, paura da un paio di mesi. Nikla ha gli stessi sintomi che descrive Amelia per Pedro. Anche le crisi epilettiche. Non so cosa pensare né cosa dire. Non vorrei vedere il peggio e ho paura di lasciare sola Nikla per diverse ore, quando sono a scuola. Ma non accadrà da un veterinario. Deve accadere qui. Dove poi resterà nella sua nuova forma. Scusate, ma sono giorni tristi.

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