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Musica

Il Mondiale degli Inni

DIEGO C. de la VEGA
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Nonostante Mameli e Novaro siano nati a Genova, culla storica del calcio italiano, l’Inno Nazionale per quest’anno ai Mondiali FIFA non lo ascolteremo più. L’ultima traccia di italianità era celata nell’inno colombiano composto da Oreste Sindici, ma gli ottavi ci hanno cancellato anche qua. Siamo in buona compagnia, infatti non ci sarà neppure La Marseillaise, tanto invisa a Napoleone, così come mancherà il più antico inno europeo, ufficialmente istituito nel 1745, God Save the Queen.
Ecco chi è rimasto, quindi, ancora in gioco in questo scontro musical calcistico:
L’Olanda, con Het Wilhelmus, ha due primati, si tratta infatti del più antico brano composto per un inno nazionale. La melodia appare per la prima volta in un testo del 1626 ed è attribuita ad Adriaan Valerius van der Veere. Piaceva pure a Mozart che la utilizzò, come citazione, in due opere. Così come il buon Wolfgang anche Blas Parera fu sepolto in una fossa comune nonostante il suo unico merito musicale si possa riferire alla sola creazione dell’inno argentino nel 1813. Intendiamoci, la sua sepoltura non fu un gesto di disprezzo, Parera era catalano e, nonostante avesse abbracciato la causa dell’indipendenza argentina, sentì il desiderio di tornare a casa dove morì in povertà. Lo stile di quasi tutti gli inni sudamericani, visti gli anni di nascita degli stati indipendenti, ricorda molto l’opera italiana.
Il Brasile, con la sua Marcha Triunfal, ha una melodia che potrebbe essere confusa per un’aria rossiniana, se non sapessimo che è stata scritta da Francisco Manuel da Silva nel 1822. La composizione ha una particolarità: fu istituito un concorso per scegliere l’inno nazionale, da Silva perdette ma, nota da tempo la sua musica, fu proclamato vincitore a furor di popolo, dopo una violenta protesta.
Nulla a che vedere con il nobile Deutschlandlied, per la Germania, le cui note provengono dalla prolifica mente di Franz Joseph Haydn che lo compose nel 1797 per Federico II d’Asburgo; il tema è nel secondo movimento di un quartetto chiamato, per l’appunto, Kaiserquartett.
Federico II era austriaco… Una volta si rubavano gli inni ora si rubano le partite!

Immagine di Stefano Navarrini

 

DIEGO C. de la VEGA
DIEGO C. de la VEGA

… l’ex-moglie (probabilmente l’ultima) lo definisce “un delinquenteeeee!”. I più non lo reggono oltre gli 11 minuti, ma per i pochi che hanno sopportato con benevolenza i suoi difetti: De la Vega è una persona d’oro! Ha vissuto dividendosi tra Madrid, l’ex Repubblica di Genova per approdare a colonizzare, attualmente, il sub-Piemonte. Autentico fantasista, ha svolto innumerevoli attività. Filoenologo, musicista, cuoco-pop, musicoterapeuta pentito, ex politico in erba, sartina-smart, giusperito incompiuto, lobbysta, elettricista, falegname, idraulico, appassionato d’arte contemporanea, genio dell’informatica fai-da-te. Ama la musica antica e le opere di Philip Glass saltando a piè pari tutto l’800 che trova disgustoso. Un uomo meraviglioso se non fosse per un solo piccolo difetto: riesce a volgere tutte queste sue doti in armi letali con cui produce catastrofi inimmaginabili pur non volendo! I suoi insegnanti delle scuole elementari, capendone il valore, dopo il classico “è intelligente ma non si applica” lo promossero a un definitivo: è una Mancata Promessa! Attualmente, non volendo farsi mancare nulla, si è dato anche alla scrittura essendo stato ospitato su LaRivistaintelligente.it dalla benevolenza di Giovanna Nuvoletti, e pubblicando racconti in due antologie di Edizioni2000diciassette, grazie all’invito di Maria Pia Selvaggio che, chissà come, lo ha scoperto. .DeLaVega si chiama Diego e non è uno scherzo cosi come è vero quanto detto sopra.

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