Ad una certa età, capita a tutti, guardando al passato, di vedere un gran vuoto, come se si fosse vissuto la vita di qualcun altro. Ad esempio, ci accorgiamo che non siamo mai stati in una certa città pur avendola incontrata in molti romanzi, oppure di non avere mai imparato a suonare uno strumento anche se il suo suono ci ha sempre incantato. Capita anche di esserci fatti sfuggire persone che abbiamo conosciuto e poi perso di vista.
In realtà, questo gran vuoto non esiste, le vite di ognuno di noi sono farcite a dismisura di cose che abbiamo fatto, pensieri che ci hanno occupato l’anima, persone che ci hanno amato e persino, in qualche caso, detestato. Il solo tempo buttato al vento, probabilmente, è stato quello passato davanti alla televisione, imbambolati dal nulla, oppure quello dedicato a persone inutili.
Può capitare, tuttavia, di incontrare un gran vuoto che è del tutto reale e misurabile. Racconto qui la storia del mio amico Enrico, che ad agosto è andato in vacanza nella vallata di Chamonix e ha preso il trenino a cremagliera che sale a Montenvers. C’era già stato, cinquant’anni fa, e quel che ha constatato lo ha sconvolto: ha visto un gran vuoto, inaspettato e spaventoso.
Cinquant’anni fa, era maggio, aveva sciato dalla Punta Helbronner giù fino a Montenvers in compagnia di un amico e di una guida alpina di Courmayeur. Con la forza dei suoi vent’anni, non aveva avuto alcun problema a discendere quel lunghissimo ghiacciaio noto come “il mare di ghiaccio” (Mer de Glace, in francese) e, sganciati gli sci, era risalito in pochi minuti a piedi alla stazione ferroviaria di Montenvers, per poi scendere a Chamonix col trenino rosso.
Oggi, invece, dalla stazione di Montenvers si intravede solo qualche traccia di ghiaccio, grigiastra di sabbia e massi, laggiù, in fondo alla valle: il grande ghiacciaio, che un tempo aveva una lunghezza di più di dieci chilometri, sta scomparendo. Effetto del riscaldamento del pianeta Terra. In cinquant’anni, puff, se n’è andato, come semi di tarassaco al vento. Un abisso ingoiato dal tempo.
Per scendere in fondo alla valle, ora ci sono una funivia e i 217 gradini di una scalinata metallica. Minimo duecento metri di dislivello.
Una voragine di ricordi eclissata in un mezzo secolo di impercettibili sintomi, nevicate meno abbondanti, inverni meno freddi ed estati più lunghe; di anno in anno, l’enorme massa di ghiaccio, che lentamente strisciava verso valle, si è ritirata più a monte, non osando più scendere, quasi vergognandosi della sua antica lingua bianca.
Due calcoli molto approssimativi. Il ritiro è di almeno due chilometri, lo spessore di ghiaccio perso è di almeno duecento metri e duecento metri è larga la vallata. Ottanta milioni di metri cubi. Ottanta miliardi di litri.
Se un essere umano deve bere due litri d’acqua al giorno, equivalenti a 730 litri all’anno, in quella enorme voragine c’è lo spazio per dissetare più di cento milioni di persone per un anno. Tutta acqua che non c’è più e che se ne sta nei mari, nei laghi e nei fiumi. Altrove.
Ecco, quando uno come Enrico vede che durante la sua vita il mondo è talmente cambiato non può che chiedersi: ma come diavolo è potuto succedere? Quel gran vuoto, Enrico lo ha sentito dentro di sé, come una voragine nell’anima, come il morso di un rimpianto.
Una cosa simile, pur se meno grandiosa, successe anche a me, un paio di anni fa, il giorno di Ferragosto. Ero salito a La Grave, alla base del versante nord della Meije (una cima di circa quattromila metri), per sfuggire alla canicola della periferia sud di Lione dove allora abitavo. Era brullo quel versante settentrionale, grigio e scuro come una scarpata di una strada di montagna, percorso da piccole frane ricorrenti, il cui rombo risuonava tra i valloni. Era molto diverso da quel che ricordavo, quando lo ammirai per la prima volta, durante un’estate di quasi settant’anni fa. Mi ci portò mio padre che aveva due passioni, le Alpi e la Francia, dove aveva passato gran parte della sua vita. Quel che ricordo era un cumulo di dossi bianchi sovrapposti gli uni agli altri, una colata di ghiaccio e neve, un enorme pendio scandito da grumi di torrone. Pur se esposto a nord, quel versante della Meije scintillava a festa.
Ora non più, anche lui ha perso il suo manto di nevi eterne che, tanto eterne, non si sono dimostrate. Mi sembrò di avere perso mio padre per una seconda volta.
Alcune decine di anni, poco meno di una vita umana, sono bastate a trasformare i panorami dei nostri ricordi. In questi anni, abbiamo seguito sentieri che parevano obbligati, traiettorie che sembravano prefissate, senza accorgerci di quel che stava succedendo. Troppo tardi, dirà qualcuno. Inutile piangere sul latte versato, dirà qualcun altro. Io non dico niente, ma certe montagne mi mancano da morire e questo mi tormenta profondamente, anche se il mio futuro è ormai corto.


Anche alle montagne mancano da morire i ghiacciai e le nevi “d’antan”. Questo tuo ricordare doloroso, questa perdita immensa, è davvero toccante. Grazie, Oliviero.
❤️
Pensa a quello che lasceremo ai nostri pronipoti se continuiamo per questa china!
Credo che non ci ringrazieranno.
è così