Perché la vera minaccia a un sistema democratico non è chi lo sfida, ma chi lo imita.
Tre episodi dell’estate 2026
Roma. Dopo l’attentato islamista al Pride di Berlino di fine luglio, il fronte di governo italiano – Salvini, Vannacci, e in forma più misurata la stessa Meloni – ha rilanciato con forza il registro della “distanza”: l’islam politico che vorrebbe, nelle parole del vicepremier leghista, “occupare, conquistare, sottomettere”. Vannacci, dal suo neonato Futuro Nazionale (fondato a febbraio da una scissione dalla Lega), ha spinto la stessa retorica fino a proporre, con successo parlamentare, in un voto sostenuto dall’intera maggioranza, una risoluzione contro il presunto “indottrinamento” islamico nelle scuole. È istruttivo notare che lo strumento usato non è la sfida frontale al sistema costituzionale, ma esattamente il suo contrario: una risoluzione parlamentare, procedura pienamente legittima, che ridefinisce dall’interno il perimetro della laicità scolastica. Il pericolo dichiarato è l’islam; lo strumento operativo è l’accumulo procedurale.
Gerusalemme/Londra. Netanyahu, in un podcast di metà agosto, ha definito ironicamente il Regno Unito “Repubblica Islamica di Gran Bretagna”, riprendendo una battuta già usata nel 2022 da J.D. Vance. Il paradosso biografico è notevole: il primo ministro che ammonisce l’Europa sulla presunta islamizzazione delle sue istituzioni è lo stesso leader le cui riforme della magistratura sono state definite da settori consistenti della propria opinione pubblica – durante le proteste del 2023 – un “colpo di mano giudiziario” contro la separazione dei poteri israeliana. Anche qui, l’allarme punta fuori; l’erosione procedurale, quando esiste, si consuma dentro.
New York/Michigan. Il senatore Ted Cruz ha definito “islamisti” sia il sindaco di New York Zohran Mamdani sia il candidato al Senato del Michigan Abdul El-Sayed, evocando una “convergenza rosso-verde” tra socialisti e islamisti intenzionati, a suo dire, a imporre la sharia. La CNN ha verificato che non esiste alcuna prova a sostegno di questa tesi, El-Sayed si descrive apertamente come capitalista. Ma il meccanismo retorico è identico agli altri due casi: la minaccia dichiarata è la fede “altra”, mentre il sistema che negli Stati Uniti sta effettivamente operando per distorcere il sistema costituzionale per accumulo mimetico sulle istituzioni – nomine giudiziarie, riforme elettorali di dettaglio, capture amministrativa – è quello di estrazione cristiano-nazionalista che circonda proprio chi pronuncia l’accusa.
Il filo che lega i tre episodi non è la fondatezza o meno delle singole preoccupazioni sul fondamentalismo islamico, che restano un tema reale e non liquidabile con un’alzata di spalle. Il filo è che in tutti e tre i casi l’allarme pubblico si concentra sistematicamente sul sistema più visibile e più distante, mentre lo strumento di erosione realmente operativo – quello mimetico, quello che parla la lingua della procedura -resta fuori dal perimetro del dibattito. Non è un caso: è precisamente ciò che rende quello strumento efficace. E questo scarto – tra l’allarme dichiarato e l’accumulo silenzioso – è la chiave analitica delle riflessioni che seguono
Una domanda mal posta
C’è una domanda che si ripete ogni volta che si discute del rapporto tra religione e democrazia costituzionale, ed è quasi sempre la domanda sbagliata: quale fede è, in sé, più “pericolosa” per la libertà? La domanda presuppone che il rischio sia proporzionale alla distanza dottrinale dal modello liberale, che più una tradizione normativa appaia estranea al costituzionalismo occidentale, più essa lo minacci. È l’assunto implicito, per fare un nome, della tesi huntingtoniana dello scontro di civiltà. Ed è,credo, un assunto che misura male il fenomeno che dovrebbe spiegare.
Il criterio sbagliato: la distanza.
Se il pericolo fosse funzione della distanza, il sistema più a rischio per una democrazia matura sarebbe quello meno assimilabile ai suoi codici procedurali; la sharia classica, che non prevede nativamente una sfera “cesarea” separata dalla legge religiosa, sarebbe l’ipotesi di rottura per definizione. Ma questa lettura, per quanto intuitiva, regge poco alla prova empirica: esistono democrazie funzionanti a maggioranza musulmana – l’Indonesia, il Senegal, la Tunisia del decennio post-2011 – che smentiscono il determinismo teologico. Il conflitto, quando c’è, è storico-politico prima che dottrinale, come sostengono da tempo studiosi come An-Na’im o Esposito contro la vulgata huntingtoniana.
E soprattutto: la distanza è visibile. Un sistema normativo dichiaratamente altro attiva gli anticorpi istituzionali, genera dibattito costituzionale esplicito, mobilita corti, produce letteratura giuridica di contenimento. È un conflitto che si vede, e che per questo, paradossalmente, si può governare.

Il criterio giusto: la mimesi
Il rischio sistemico più insidioso non è chi si presenta come alternativa al sistema operativo costituzionale, ma chi ne adotta il linguaggio, le forme procedurali, persino la retorica dei diritti, per svuotarli dall’interno. È qui che la teoria mimetica di René Girard offre uno strumento più preciso dell’apparato concettuale huntingtoniano: il conflitto più pericoloso non nasce tra soggetti radicalmente estranei, ma tra soggetti che si somigliano al punto da contendersi lo stesso oggetto di desiderio, in questo caso, la legittimità di parlare a nome della Costituzione stessa.
Applicato al caso americano che seguo da mesi con il metodo dell’erosione per accumulo: il nazionalismo cristiano evangelicale che innerva parte dell’attuale ciclo politico statunitense non propone – non ancora, non esplicitamente – un sistema normativo alternativo alla Costituzione. Ne rivendica anzi una lettura “autentica”, “originaria”, “restaurativa”. Opera per cattura delle istituzioni esistenti – Corte Suprema, apparato esecutivo, magistratura di nomina federale – non per sostituzione frontale. Il vocabolario resta costituzionale; la sostanza materiale delle nomine, delle sentenze, delle prassi amministrative viene lentamente riorientata. È accumulo, non rottura: ogni singolo passaggio è difendibile in sé, quasi sempre “legale”, e proprio per questo sfugge alla soglia di allarme che un attacco frontale attiverebbe immediatamente.
Perché il travestimento è più efficace della sfida aperta
Un sistema immunitario costituzionale – corti, stampa, opposizione parlamentare, opinione pubblica – è calibrato per riconoscere minacce dichiarate. Riconosce con relativa facilità chi rivendica un ordinamento altro. Fatica enormemente a riconoscere chi usa gli stessi strumenti procedurali del sistema per svuotarne la funzione: nomine giudiziarie “legittime” che spostano l’asse interpretativo per una generazione; leggi elettorali “di dettaglio” che ridisegnano l’accesso al voto; retorica dei “valori fondativi” che maschera una gerarchia di cittadinanza sostanziale dietro un linguaggio di uguaglianza formale.
Questo è un caso da manuale di disco incantato applicato al piano istituzionale: un loop retorico che si autoalimenta proprio perché non contraddice apertamente le premesse del sistema che sta erodendo, ma le riafferma continuamente mentre ne rovescia la funzione operativa. Qui la variabile di coesione dell’apparato diventa decisiva: finché magistratura, vertici militari e amministrazione restano ancorati a una lealtà procedurale condivisa, l’erosione mimetica trova resistenza strutturale. Quando quella coesione si sfalda – per stanchezza, per convenienza, per timore – l’accumulo accelera senza che nessun singolo evento offra un pretesto sufficiente per l’allarme generale.
Una precisazione necessaria
Va detto con chiarezza, per onestà analitica prima ancora che per prudenza: questo non è un giudizio sulla fede cristiana in sé, né un’assoluzione preventiva delle altre due tradizioni monoteiste, che hanno le proprie storie di cattura istituzionale quando ne hanno avuto l’occasione politica – l’ebraismo ortodosso nel rapporto con la Corte Suprema israeliana, alcune correnti dell’islam politico dove i rapporti di forza lo hanno reso possibile. La tesi non è teologica, è strutturale: il rischio massimo si annida ovunque un sistema normativo religioso abbia contemporaneamente la forza demografica, la disponibilità di un vocabolario condiviso con il sistema ospite e l’occasione politica per operare senza dichiarare la propria alterità. Negli Stati Uniti del 2026, quella combinazione specifica si presenta nel cristianesimo nazionalista, non perché il cristianesimo sia intrinsecamente più pericoloso, ma perché è la tradizione che condivide il codice sorgente del sistema che sta abitando.
La domanda che resta aperta
Se la metafora di Papa Leone XIV dei “due sistemi operativi incompatibili” – quello della dignità procedurale e quello della sovranità assoluta – ha un valore predittivo, è proprio questo: il sistema operativo più pericoloso per un altro non è quello scritto in un linguaggio diverso, ma quello che sa scrivere in codice compatibile mentre altera silenziosamente le funzioni di sistema. Verso le elezioni di midterm del prossimo novembre, l’indice di erosione elettorale che sto costruendo dovrà misurare esattamente questo: non gli eventi dichiaratamente eversivi, che restano rari e visibili, ma l’accumulo di micro-alterazioni compatibili con la sintassi costituzionale e incompatibili con la sua semantica originaria.
È il nemico che non bussa alla porta. È già dentro, e parla la tua stessa lingua.
Ed è per questo che il sistema politico italiano è sempre fragile e poco sicuro nell’alternanza. Il Pd, che doveva assicurare un partito sintesi delle migliori tradizioni riformiste laiche e cattoliche, è una sommatoria di poteri corporativi senza visione alta ed aggiornata dei grandi processi sociali, culturali, politici. Questa totale insufficienza analitica dello stato delle cose presenti lo porta a replicare una postura identica a quella che si dovrebbe contrastare con ben altro e più alto profilo di consapevolezza. Per tale ragione il “ campo largo “ è pericolosamente inetto ad assicurare un’alternativa solidamente europea e progressista ed è necessario costituire un’area – la più larga possibile – di resistenza laica e liberaldemocratica.


l’islam politico è nemico della democrazia – ma lo è anche chi cerca di distruggerla da dentro
Chi ha il potere in un dato momento ha già solo per questo un vantaggio competitivo (Carl Schmitt). L’alterazione dall’interno è sempre un’opzione possibile, specie se motivata dalle urgenze di una difesa dall’attacco alieno. Nell’interazione fra “difesa interna” e “minaccia esterna” il governo potrà sempre affermare lo stato di necessità. E con il massivo flusso migratorio da altre culture lo scontro di civiltà appare descrizione plausibile a un numero crescente di persone allarmate, disposte a sacrifici del sistema di garanzie. E torna il solito dilemma: fino a che punto l’alterazione del sistema liberal-democratico vale la posta in gioco? (Popper, con il suo “paradosso” aprì uno spiraglio non da poco, se non erro). Non esiste un manuale che ce lo dica. Viviamo un’epoca molto interessante, e molto preoccupante.