Il pallone, la politica e una principessa d’altri tempi

Eravamo poco più che ragazzi e, per opportunismo, ci definivamo membri dell’Azione Cattolica, per usufruire dei campetti dove potevamo praticare il vero argomento religioso che ci appassionava, cioè il gioco del pallone.
La politica purtroppo soffiava con il suo vento maligno anche sulle nostre teste. In una triste giornata ci fu comunicato che il nostro presidente (e noi con lui) era stato defenestrato (si avvicinava il centrosinistra e, con altri giovani intellettuali, era finito in odore di eresia con l’Arcivescovo del tempo).
Il suo successore, poiché non potevamo esibire i bollini della Messa domenicale, ci mise in un amen fuori dall’associazione.
Un disastro epocale, uno tsumani.
E mo’ che facciamo, sospirarono affranti alcuni di noi, quelli che avevano la pretesa di calzare le scarpette con maggiore maestria.
C’era però uno di noi che coltivava amicizie persino nella vandea di destra: per la precisione, nel Partito Monarchico Popolare del comandante Achille Lauro.
A capo di quella struttura, in una lussuosa palazzina del lungomare, c’era il marchese Mimmo, cui era ascritta una cugina partenopea legata, allora, a un vero ex sovrano col pizzetto, che dimorava stabilmente a Capri.
Ah, che signore solo a vederlo, questo Mimmo. Ben vestito, capelli impomatati, una trentina d’anni, fuori corso all’Università: tutte doti che potevano far passare, in second’ordine, la sua smania per il ritorno di Umberto II dall’esilio di Cascais.
Dopo una trattativa semiclandestina, ecco che la nostra combriccola si trova ingaggiata in una squadra “vera” che, per motivi di propaganda elettorale, don Achille finanziava a Salerno. Si chiamava Polisportiva Savoia ed era la punta d’iceberg di un progetto per attrarre alla fede i migliori virgulti locali.
A ignominia collettiva, devo dire che non ci fu alcuna discussione tra di noi: un paio di scarpette a testa, la maglietta azzurra come quella del Napoli, trasferte in provincia per un campionato ufficiale, il tè nell’intervallo, la promessa di un “mille lire” in caso di successi eclatanti.
Contraltare: l’iscrizione all’UMG (Unione Monarchica Giovanile), con la riunione del venerdì sera per testimoniare la nostra adesione. La domenica pomeriggio, al momento della presentazione delle squadre, tutti col braccio levato a centrocampo per gridare all’unisono “Savoia!”, neanche fossimo stati i cavalleggeri del 1942 nella carica di Isbuscenskij.
Meno male che il pallone ripagava delle mortificazioni: si vinceva e si perdeva, ma eravamo degni del torneo al quale eravamo stati iscritti.
Epperò: c’è sempre un punto nel quale il ridicolo e il sublime si fondono, e noi ci arrivammo quasi subito.
Durante una seduta ideologica del venerdì, veniamo preavvisati da Mimmo di essere tutti presenti, la sera successiva, perché ci sarebbe stata una sorpresa per noi.
E che sarà, ci chiedemmo: verrà il comandante in persona che ci sgancia un po’ di quattrini? Ah che pacchia, in tal caso, partecipare al movimento monarchico!
Così, ci presentammo all’imbrunire del sabato nella sede del partito. Fatta la conta, la porta della sala riunioni venne sbarrata e ci trovammo abbandonati al nostro destino, mentre continuavano le più disparate illazioni circa l’identità dell’ospite atteso.
Passò qualche ora e si avvertì un picchiettio all’uscio. Si aprì un varco e apparve la capa liscia del marchese Mimmo che ci fece un cenno d’intesa con gli occhi, per confermare che il momento magico era venuto.
Ragazzi, in piedi! fu l’ordine categorico. Tutti bellini e ordinati ci alzammo dalle sedie, ma non si intravedeva ancora nessuno.
Poi, con eccitazione, il nostro dirigente proclamò: “Amici, ho l’onore di presentarvi la principessa di…, la cui famiglia è in Italia dai tempi della rivoluzione, non avendo mai riconosciuto la legittimità della Repubblica Francese!”.
E, rivolto a quell’ombra indefinita che si profilava alle sue spalle, recitò con tono stentoreo: “Altezza, ho l’orgoglio di presentarle un gruppo di baldi giovani che domani terrà alto, sui campi di calcio, il nome dei Savoia!”.
Mentre cominciavamo ad arrossire di vergogna, apparve finalmente una figuretta vestita di nero, alta non più di un metro e mezzo, con una veletta impenetrabile. Accennò a un passettino, attraversò la soglia e con una voce flebile, che veniva direttamente dal 1789, sussurrò “Viva il Re, viva il Re!”, agitando la manina guantata in segno di benedizione.
Dal canto nostro (eravamo giovani beneducati), non potemmo far altro che giubilare con lei. E viva il Re sia, urlato a squarciagola più volte.
Il fantasma del passato girò le spalle e se ne andò, in preda a visibile commozione. Il marchese Mimmo, compiaciuto, la seguì.
Noi ci guardammo in viso, imbarazzati oltre ogni dire. Va bene il pallone, ma partecipare a quei minuetti ci era sembrato davvero troppo. Il match del giorno successivo fu forse l’ultima delle nostre esibizioni con la maglia della Polisportiva Savoia.
D’allora in poi, ce ne andammo a giocare, liberi e giocondi, su un campo a pagamento. Ci costava un po’ di lirette, ma quanto meno potevamo dirci parolacce tra di noi, senza dover inneggiare alla casa regnante di tanti anni prima!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto