A tre chilometri dal centro del piccolo Paese di G********, c’è una casa che a prima vista, ad osservarla da lontano, pare una delle tante. L’hanno costruita sull’alto di una collina solitaria, proprio sul crinale, così che per vederla d’appresso non basta percorrere una delle strade comunali, ma bisogna davvero raggiungerla con l’unico tracciato che s’inerpica su quella costa solatia, dominante.
Non c’ero mai stato e a dire il vero nemmeno conoscevo quella porzione di territorio che sovrastando il centro dell’abitato culmina con le rovine del castello medioevale.
Ma qualche giorno fa, una conoscente ha chiesto se mi piacciono quelle susine tonde e succose che maturano appunto a metà luglio e che assumono, in questa stagione, un colore a tal punto giallo brillante da far conoscere la loro varietà come “goccia d’oro”.
Da buon vegetariano è difficile che rifiuti di procurarmi un po’ di frutta risparmiata dai fitofarmaci, e credendo che la signora si riferisse a un albero collocato nel suo orto, ho risposto che volentieri avrei gradito qualcuna di quelle prugne.
– Allora, andiamo a fare un furto – ha detto, invece, con aria da cospirazione. Dalle mie parti, si dice andare a fare una “rapò”, che sta a significare, appunto, una goliardica sottrazione di qualche prodotto agricolo, realizzata soprattutto dai ragazzini e non certo per procurarsi ingenti quantità di merce, ma piuttosto per soddisfare una voglia improvvisa (due grappoli d’uva, qualche pannocchia di granoturco, una manciata di nocciole…).
Le ho ricordato che non sono più un adolescente da molto tempo ma lei ha insistito, affermando di aver davvero esagerato parlando di furto ed in ogni caso di conoscere molto bene i proprietari del frutteto.
– Il povero Pierino, se ci fosse ancora, sarebbe già arrivato a portarmene un assaggio – ha precisato. E ha aggiunto che sarebbe stata una buona occasione,considerata anche la mia professione, per vedere qualcosa di molto singolare.
Siamo andati con la mia macchina, armati di un paio di cestini. La strada comunale si snoda indolente tra i prati per circa due chilometri, ma arrivati ad un bivio, una strada probabilmente vicinale guadagna rapidamente quota su un versante dal quale non è visibile il Paese. Altri ottocento metri e in alto compare una costruzione imponente che a prima vista, e per quanto totalmente immersa nella vegetazione, può sembrare decentemente manutenuta.
Si lascia la vettura in un piccolo spiazzo erboso e ci si deve incamminare per una rampa in forte pendenza, certamente un accesso privato ora completamente invaso da erba ed arbusti. La presenza di alcuni alberelli di noce, dal diametro di una
grossa moneta, è segno inequivocabile che da qualche anno nessun automezzo si è più avventurato lungo quell’accesso. Dopo cento metri la vegetazione si dirada improvvisamente lasciando libera la vista della costruzione che pure è ormai assediata da un delirio di rovi e di liane.
Si tratta di una villa a tre piani fuori terra, con in più un livello seminterrato che assecondando la pendenza della collina consente l’accesso sul davanti e poi s’incunea nel terreno fino a diventare una cantina sotterranea. La struttura è in calcestruzzo armato, in gran parte mancante di intonacatura e la qualità del materiale e delle lavorazioni è di ottimo livello. Attorno alla dimora, si intuiscono numerosi cumuli di materiale in un disordine sconcertante, accentuato dal rigoglio di piante striscianti e di erba che hanno ricoperto quasi tutto.
– Ma come hanno fatto a lasciare una costruzione come questa in un tale stato di abbandono? – ho chiesto alla mia guida.
– È da quando è morto Pierino che nessuno, o quasi, ci mette più piede – ha risposto, osservando anche lei quella lotta impari tra l’edificio e la natura circostante che riguadagna spazio e si sta insinuando, ormai, fin dentro la casa.
– Ma non aveva una famiglia? Dei parenti?
– Come, no? Una moglie ed una figlia. Ma né una né l’altra sono minimamente interessate alla casa.
– E però è un peccato! – ho protestato. – Avrebbero potuto, almeno, provare a venderla. Mi sembra che sia un’ottima…
– È tutto abusivo, questo è il problema.
– Abusivo? – ho chiesto, sconcertato.
– Così hanno detto. Pierino se l’è costruita da solo, con le sue mani.
– L’ha costruita lui?
– Aveva una piccola impresa di edilizia insieme ad un fratello. Una ditta artigianale dove erano titolari e anche maestranze. L’ha costruita a tempo perso, soprattutto nei fine settimana.
– Ma senza concessione edilizia!? Possibile?
– Questo è un po’ un mistero, ha detto la donna. – In fondo, era uno del mestiere. In ogni caso, un giorno di una decina d’anni fa è venuto qui da solo e dev’essersi messo a potare una pianta, non so nemmeno dove. È caduto da qualche metro d’altezza. Lo hanno trovato dopo alcune ore due vicini che passavano per la strada, giù di sotto. È stato ricoverato, ma è morto dopo pochi giorni, per le gravi lesioni riportate. Venga a vedere…
Abbiamo superato tre piante di quelle susine che non erano ancora mature e con una certa angoscia siamo entrati nella cantina tenebrosa. Da lì, attraverso una scala ancora al grezzo di calcestruzzo siamo saliti ai piani superiori. Non ho potuto rintuzzare una sensazione di colpevole profanazione.
È rimasto tutto come in quegli ultimi giorni, in quella casa. Quasi, a dire il vero e dovevo ancora accorgermene. Al primo piano, una cucina amplissima era rimasta nello stato dell’ultimo pranzo, con i piatti ancora sul tavolo e le posate messe dentro di traverso. Nel lavello erano accumulate parecchie stoviglie da lavare e un po’ in ogni dove c’erano vasetti di vetro e bottiglie ancora mezzi pieni di qualcosa che una volta doveva essere stato commestibile. Abbiamo fatto un giro per le altre camere e improvvisamente ho capito quel “quasi nessuno ci ha messo più piede”.
– Hanno portato via tutto, – ha detto la Signora.
– Tutto cosa?
– Tutto quello che poteva avere valore. I macchinari di Pierino, i suoi attrezzi, e poi il materiale da costruzione che poteva essere ancora utilizzato. Piastrelle, profilati, sacchi di legante e colla…
È vero. Hanno saccheggiato quello che era bene in vista e poteva essere venduto. Non solo: hanno frugato dappertutto per cercare qualunque cosa potesse aver valore. Svuotati gli armadi, rivoltati i cassetti, aperto ogni stipetto, frugato ogni angolo. Sul pavimento, giacciono scompigliate e calpestate risme di documenti di contabilità della ditta, estratti conto bancari, documentazione di cantiere, dichiarazioni dei redditi.
Ho contato una ventina di stanze, tra camere da letto, salottini e bagni. Tutte trattate in quel modo indecente, tutte violate e ridotte a una congerie di abiti, di coperte, di suppellettili e di carte. Su un letto sono state aperte due valigie colme di vecchie fotografie di famiglia, centinaia di scatti in bianco e nero, con l’inconfondibile atmosfera degli anni ‘50 e ‘60 . Una cosa straziante.
– Ma chi è stato? – ho chiesto alla mia guida.
Ha alzato le spalle: – Qualcuno che sapeva di poter agire indisturbato. Quelli che vanno a caccia di materiale ferroso, per esempio. Giù in paese s’è visto arrivare più di un camion carico, sceso da questa strada. Hanno agito indisturbati, hanno fatto quello che volevano.
– Ma non si poteva avvertire la figlia? O i Carabinieri?
Ha alzato ancora le spalle, forse con un po’ di intimo senso di colpa.
– Ormai… – ha detto. – Del resto, alla famiglia non importa nemmeno di quel poco che è rimasto. È da allora che non si fanno più vedere.
Pierino doveva aver deciso di ultimare, di volta in volta, i locali che potevano servire a rendere confortevole l’abitazione. Aveva piastrellato un bagno che era perfettamente arredato e il corridoio per arrivarci ha invece la soletta col solo massetto o neppure quello, senza una piastrella o una soglia. Le scale recano ancora molte tavole della loro casseratura.

Al secondo piano, il prospetto arretrato della facciata lascia il posto ad una grande terrazza, larga forse cinque metri e lunga quindici. Da quel punto, il panorama è spettacolare. La vista spazia su una teoria infinita di creste boscose punteggiate di case isolate, seminascoste dagli alberi.
Anche lì, è arrivata la mano arrogante e scellerata dei saccheggiatori. Un paio di credenze sono state ribaltate e sfondate. Le sedie lanciate probabilmente una contro l’altra e poi accatastate a formare un pila di legni disarticolati. Si è salvata, in una vecchia scansia malridotta, una pila di 45 giri degli anni ‘60, messi uno sull’altro senza le loro custodie.
Pierino, in qualche modo, doveva essere anche un accumulatore compulsivo. Abbiamo contato una ventina di brande e di letti ed altrettanti lampadari dalle fattezze più strane. E poi serramenti di ogni genere e telai di vecchi motocicli. Elettrodomestici smontati e, quasi in ogni stanza, apparecchi per la riproduzione musicale, gli stereo col braccetto per i vinili, le radio, e un gran numero di vecchi hifi compatti degli anni ‘70. Forse, solo questo sognava Pierino, dopo tanto lavoro: un po’ di musica su quella terrazza in vetta al Mondo, con lo schiamazzo di due o tre bambini a rompere la quiete della campagna.
Invece, in quella giornata apparentemente banale, la potatura un po’ azzardata di un albero dal legno fragile (c’erano parecchi cachi attorno alla casa, ed altrettanti fichi) aveva spazzato via tutto. Uno schianto secco, che nessuno aveva potuto udire, aveva annullato in un istante i sogni di un uomo, le fantasie fatte mille volte, con la schiena spezzata dalla fatica a metter su una casa enorme, spropositata, pensando a un futuro che era destino non dovesse arrivare.
M’ero isolato un po’ sulla terrazza con quei pensieri in testa e la malinconia che iniziava a stringermi l’anima, quando mi sono giunte, inaspettate, le note di un pianoforte. Scompagnate, casuali, come quelle tentate da chi non ha mai messo
la mano su una tastiera. – Qui c’è ancora uno strumento che sembra funzionare – ha detto la Signora, da qualche parte nella grande casa. L’ho raggiunta in una saletta ingombra di pochi mobili malridotti e di molti libri. C’era un piccolo pianoforte verticale, piazzato di traverso e con le rotelline inferiori schiantate.
Ho tentato un accordo di do maggiore, temendo strazianti dissonanze. Invece, ne è venuto fuori un suono pulito, gradevole. Ho provato due scale e due arpeggi e poi ho accennato il primo preludio del clavicembalo ben temperato. La tastiera ha la meccanica un po’ lenta. Qualche tasto s’incanta leggermente, per effetto dei feltri che si toccano impercettibilmente, ma le corde, incredibilmente, sembrano uscite dalla mano di un accordatore. Nonostante dieci anni e più di inutilizzo, a dispetto dei geli invernali, delle estati cocenti e dell’umidità che penetra da qualche finestra lasciata aperta.
Pare che quel pianoforte non si sia accorto del fatto, o non voglia crederci. È rimasto lì, ostinato e in attesa che due mani callose e rigate di calce facciano prendere vita ai più segreti tra i sogni.


bellissimo!
storie di tempo antico sono scritte nei sassi ma solo poche persone si fermano e conteplano
Il mondo a volte non è giusto e si accanisce contro chi non se lo merita 😥. Che storia triste e ingiusta… Pierino meritava molto di più dei suoi sogni infranti. 😥 Di lui rimane in vita solo il pianoforte che resiste all’ oblio del tempo.
In Piemonte per fare una rapo’ diciamo “andé a la maròda”, dal francese ‘marauder’ = razziare,
far razzia (di frutta, ortaggi, pollame nei campi e nelle cascine)…
un gran bel racconto
Grazie a tutti.
Bel racconto, realistico. Si accumula, si accumula fino allo schianto finale.
Scritto bene e piacevolmente triste, mi sono un po’ rivista nell’ accumulatore seriale…
Grazie.
Bravo. Bel racconto. Speriamo che non sia troppo realistico e che il pianoforte incontri un nuovo proprietario che se ne prenda cura.
storie di vento antico anche i sassi parlano basta ascotarli in silenzio