Alejandro Amenábar è un regista di talento che ha diretto ottimi film. I miei preferiti sono The others, del 2001, e ai tempi Amenábar aveva solo 29 anni. È una bella, molto moderna trasposizione di Giro di vite, del grande Henry James, con Nicole Kidman. Poi Mare dentro, del 2004, dove un bravissimo Javier Bardem interpreta un paraplegico che combatte per ottenere il diritto all’eutanasia. Il regista spagnolo di origine cilena ha realizzato fino ad oggi una ventina di altre pellicole, con risultati altalenanti, spesso scegliendo il filone storico. Di fronte all’ultimo, Il prigioniero, sono davvero in difficoltà a interpretare quel misto di sovversione e sguardo ludico-queer che è fil rouge di tutto il film.
Senza esitazione posso dire che le due ore e 14 minuti si potevano ridurre, migliorando il risultato, a un’ora e trenta, ma sempre più spesso i registi non resistono a dilatare le loro storie. Per quanto riguarda il resto, procedo con ordine. Cercando di distinguere fra verità storica e letteratura. Per quanto possibile, perché dovremmo prima rispondere a una domanda: questa storia è vera, è un sogno o è il mio desiderio? La risposta più giusta sarebbe: “È solo letteratura, bellezza”.
Cominciamo dalla cronaca, quella verificata. A metà del 1500 il Mediterraneo era insanguinato da guerre e combattimenti navali, mori e cristiani si affrontavano senza risparmiarsi crudeltà, anche se forse i mori vincevano in ferocia, ma non è così sicuro. Restò epocale lo scontro di Lepanto. Correva l’anno 1571, era il 7 ottobre, e nella più grande battaglia navale della storia moderna 400 galere e 200mila uomini si affrontarono finché la Lega Santa (Spagna, Venezia e Stato pontificio) ebbe la meglio sulla marina ottomana.
Miguel de Cervantes, sì, proprio lui, il futuro autore del Don Chisciotte, vi partecipò e, catturato, finì per cinque anni prigioniero ad Algeri, governata dal tiranno Hasán, che rispondeva però a Costantinopoli.
Nel 1575 Cervantes è ancora nella fortezza, in mezzo a tanti compagni di sventura. Tutti aspettano che le famiglie paghino il riscatto per poter far ritorno in Spagna, per chi resta incombe il pericolo di morire impalati, perché una crudeltà sadica la fa da padrone e basta un piccolo errore o anche un fraintendimento per finire al patibolo.
Cervantes in Spagna alla fine tornò e ci regalò quella meraviglia del Don Chisciotte, ma sui cinque anni passati in cattività si sa poco. E quel tempo misterioso il regista lo riempie a modo suo. Si è basato su riscontri storici? Si è documentato? O si è affidato a una lettura trasversale delle molte vicende narrate nel Don Chisciotte? Stiamo solo cavalcando nelle sconfinate praterie della fantasia e del desiderio?
Non ho risposte di fronte a un film che è una Mille e una notte messo in scena in chiave queer.
Vabbè, comunque la si pensi, onore al coraggio perché dubito che un regista italiano si sarebbe mai avventurato in una versione in chiave gay dei padri della letteratura, inventando le stesse situazioni del film di Amenábar facendone protagonista Manzoni, Petrarca o Dante. Anche se mai dire mai.
Miguel de Cervantes, interpretato da Julio Peña (La casa di carta: Berlino), ha il faccino levigato da attore di serie televisive, ma è bravo e nel suo ruolo ci si tuffa con convinzione. Agli inizi siamo nella fortezza trasformata in prigione, dove i detenuti non stanno neppure troppo male, fatto salvo qualche momento di ferocia gratuita. Il giovane Cervantes per passare il tempo si improvvisa cantastorie incantando i compagni di prigionia coi suoi racconti. Fin qui tutto bene. La faccenda cambia quando il tiranno Hasán lo invita nei suoi appartamenti, sedotto dalla capacità narrativa del prigioniero. E forse non solo da quella. A metà film (e noi spettatori siamo un po’ esausti da queste novelle romantiche che si accavallano e si susseguono, adeguandosi ai gusti del pubblico) l’atmosfera vira e quel che prima era solo accennato, l’ossessione attrazione per la sodomia che colpisce tutti, mori e cristiani, ricchi e pezzenti, e che è “il peggiore dei peccati”, diventa il fulcro del film.
Quando Miguel racconta una storia gradita al tiranno ne ha in cambio una giornata di libertà che trascorre per i vicoli di una libertina Algeri, dove gli uomini si divertono con gli uomini. Soldati e maschi in caccia, conquistati da esili fanciulli vestiti da odalisca, quelli che a Napoli si definivano “femminielli” e qui garzon. In loro compagnia tutti si dilettano negli Hammam e nelle “barberie”.
Pasoliniano nelle sequenze per i vicoli e i locali equivoci, romantico nel palazzo del tiranno, il film diventa a quel punto una fantasia queer a tutto tondo e Hasán, interpretato da un languido Alessandro Borghi dagli occhi bistrati è conquistato sempre più dal brillante Cervantes. Che cede al corteggiamento. Per puro piacere o forse pensando alla fuga. Il legame si tinge di toni sadomaso per un rapporto vittima carnefice in cui i ruoli spesso si invertono. Sì, il sultano è crudele, ma non perché lo voglia. Lo costringe il potere e il gran visir di Costantinopoli. Governi solo se anche il terrore fa parte dei tuoi modi.
Cinque anni di prigionia. Ed è storia. Cinque anni di racconti forse prodromi al Don Chisciotte. Probabile. Cinque anni di piaceri sibaritici? Forse. Amenábar risponde dicendo che anche se tutto questo non è vero, è però verosimile.
Nel Don Chisciotte si racconta fra le mille picaresche storie, anche la drammatica prigionia ad Algeri di un soldato spagnolo caduto nelle mani dei corsari berberi e il suo audace piano di fuga, ma Amenábar ci ha aggiunto parecchio di suo. Legittimo? La risposta è quella iniziale: “È la letteratura, bellezza”. “È il cinema, bellezza, e oggi lo adeguiamo allo sguardo queer”.
Noi spettatori a questo punto diamo credito al regista, ma usciamo dal film parecchio perplessi. E un filo esausti. Con un po’ di nostalgia per The others. E persino per . Ebbene sì, il nostro Amenábar nel suo curriculum ha anche un attore come Tom Cruise.
Concludo con le parole del regista, che sono la migliore chiusa e chiosa. “Il percorso narrativo scelto nel film è solo uno dei tanti possibili, ma per me è il più plausibile, il più evocativo e, perché no, anche il più bello”.
Il prigioniero – Regia di Alejandro Amenábar – Con Julio Peña e Alessandro Borghi – Nelle sale dal 10 giugno

