Il_sale_doppio_di_nonna_celeste

Il sale doppio di nonna Celeste

Sulla fronte, tra l’ attaccatura dei capelli e il sopracciglio sinistro, ho una cicatrice vistosa. La riscopro ogni anno d’estate quando, soppresso ogni tentativo di acconciare i capelli, spicca evidente, come una ruga anomala.
Avevo credo quattro o cinque anni, mia madre quel giorno era a letto, malata. C’era con noi mia nonna Celeste, la madre di mio padre, che trascorreva con noi, a Vico Equense, qualche giorno d’estate.
Era una donna autorevole, dolcissima e altrettanto radicale nell’affermare. Nata a fine ottocento, era un’insegnante elementare, rarissima tra le sue coeve, aveva agito con determinazione, e ciò le veniva universalmente riconosciuto. Celeste è Cassazione, diremmo oggi.
Mamma malata mi chiese di portarle un bicchiere d’acqua. Mi sarei divisa in due per accontentarla, tanto l’amavo. Andai in cucina, riempii il bicchiere e franai contro qualcosa, mentre compivo la mia filiale liturgia. Una scheggia del bicchiere infranto mi si conficcò nella fronte.
Uscì tanto sangue, ci furono urla disperate di mamma, sovrastate dal comando immediato di Celeste: sale doppio, subito. E così sperimentai, senza saperlo, che significa l’ espressione ‘ho visto le stelle’. Oggi la cicatrice, inamovibile, mi ricorda mia mamma disperata, mia nonna certissima della sua soluzione, e la bambina che fui.

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