Quelle mattine nella semioscurità della sala cinematografica, a vedere l’America che contesta i vecchi film e le vecchie idee. Getting Straight, stare dritto, ma potremmo dire anche schiena dritta , in Italia “L’impossibilità di essere normale”. Grandi Candice Bergen e Elliot Gould in una storia che esprime tutto il disagio dei giovani anni settanta, un disagio certamente confuso ma vitale, contro regole che non corrispondono a ideali e aspirazioni, a spazi di cultura e libertà.
Energie che Il sogno americano ha spesso saputo sintetizzare nei grandi film che parlano di noi, del mondo che cambia. A dispetto di chi vuole che resti immobile, di chi nega uguali diritti per tutti. Senza pregiudizi di razza, di religione, di orientamento sessuale, di scelte politiche. Era bello respirare l’aria frizzante del mattino e poi immergersi in avventure straordinarie, che ci regalavano idee per il nostro futuro.
A Cagliari, all’Alfieri e all’Ariston, vecchie gloriose sale che non ci sono più, in quegli anni vedemmo la rassegna della Cineteca Sarda: Paul Newman con L’uomo dai sette capestri, ancora Candice Bergen insieme a Jack Nicholson e Art Garfunkel in Conoscenza carnale e Corvo rosso non avrai il mio scalpo con Robert Redford.
Naturalmente non poteva mancare Easy Rider, il film della gioventù ribelle, con Peter Fonda, Dennis Hopper e Jack Nicholson. Il mito del viaggio in un’altra America feroce, spietata, nemica di qualunque nuova idea.
Oggi il sogno americano viaggia con i film di Woody Allen. Nel panorama dei grandi registi, lui riesce a far emergere l’assurdo, le follie, i malesseri di una società che, bene o male, annuncia al mondo ciò che sta per accadere. Ci fa ridere, con le sue battute fulminanti, ma spesso cambia registro, dando spazio ai suoi riferimenti nel cinema europeo. Come Fellini. Come Bergman.
E qui dall’America passiamo alla Russia. Anzi all’altra grande potenza del tempo che fu, l’Unione Sovietica.
Ricordo un grande film di Dziga Vertov, L’uomo con la macchina da presa, e naturalmente La corazzata Potemkin di Ejzestejn. Film assolutamente stupefacenti, dove s’inventa il linguaggio del cinema, si costruisce la grammatica delle meraviglie. Un altro sogno.
Woody Allen inevitabilmente riesce a varcare l’Oceano per i forti legami con il cinema europeo. Il suo è spesso film nel film, con citazioni anche di registi degli anni quaranta e cinquanta, quelli che hanno fatto di New York il palcoscenico per il sogno americano. Un sogno in cui il commento dissacrante dell’autore in qualche modo colora il bianco e nero della città.
E però più di tutti ho amato Io e Annie. Come dimenticare la scena della fila al cinema, col semiologo saccente che parla di Fellini e Mc Luhan, e proprio quest’ultimo che all’improvviso compare in un graffiante cameo, smentendo il tuttologo. Che soddisfazione! La smorfia beffarda di Woody Allen è la nostra.
Poi il corteggiamento con Annie (Diane Keaton). Poche timide parole tra i due, ma le scritte sono irresistibili perché rivelano i pensieri, la sequenza delle frasi trattenute che scatena risate e passioni.
Il film che più direttamente demolisce il sogno americano è Il Prestanome. Qui Woody Allen è protagonista, con Zero Mostel, di una storia diretta da Martin Ritt e sceneggiata da Walter Bernstein. È una delle pagine più nere degli Stati Uniti, la caccia alle streghe della commissione per le attività antiamericane. Una persecuzione che, negli anni cinquanta, ha decretato l’emarginazione, la perdita del lavoro, l’arresto e anche la fine tragica di tanti talenti di Hollywood.
No, non basta il coraggio e la voglia di lavorare nel Paese delle grandi opportunità. Il sogno americano di benessere e felicità può diventare Il processo di Kafka.
Differente la Nuova Frontiera di John Fitzgerald Kennedy, un Presidente discusso, che però fin dal 1960, in tempi di Guerra Fredda, cerca di portare avanti un grande programma di rinnovamento della società. Lotta alla povertà, disarmo, istruzione, diritti civili, no alla discriminazione razziale.
Troppo per chi non vuole il cambiamento. Così l’America conosce un’altra pagina nera: l’assassinio dell’uomo più potente del mondo, il Comandate in Capo degli Stati Uniti. Vittima di trame oscure.
I have a dream, Io ho un sogno, ha detto Martin Luther King nel famoso discorso del 28 agosto 1963, al termine della Marcia su Washington per il lavoro e la libertà. “Il sogno che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione dove non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per ciò che la loro persona contiene.”
Anche quello di Martin Luther King è Il sogno americano. E ci sono momenti storici in cui sembra proprio che gli Stati Uniti vogliano mettersi in marcia per realizzarlo. Dopo l’uccisione di George Floyd a Minneapolis, si è fatta sentire la protesta e – lo dice il regista Michael Moore – “Il 40% dei manifestanti erano bianchi che sfilavano con gli afroamericani.”
Da Marlon Brando a Timothée Chalamet, da ieri a oggi, il cinema americano ha raccontato la società facendoci sognare un mondo migliore. I film vanno avanti, ma la vita sembra essersi fermata, in attesa della fine delle guerre e di un modello di società che privilegi l’uguaglianza e scacci l’emarginazione. Nell’era di Trump, tutto sembra essersi capovolto per lasciare il posto al progetto di una società ingiusta e autoritaria.
Queste sono le premesse. Forse un giorno, meglio dei libri, la storia ce la racconterà il prossimo film sul sogno americano.


Mah…. un lunghiiiiiiiiiiiiiiiiiissimo comento sui vecchi film USA per poi chiudere in due righe senza significato che non spiegano niente. Allora, spiegaci: quando, dove, come e perche’ e’ cambiata l’America o questa nuova realta’ se di questo si tratta? E che c’entra la famosa “Corazzata” con il “cambio” o presunto tale? Se volevi illustrarci il cineme in genere, sei arrivato tardi. Lo sapevamo gia’.