A volte, quando si prendono certe iniziative, basterebbe avere la fortuna di incontrare qualcuno, un collega, un amico, anche un mero conoscente, che mettendoti una mano sulla spalla e guardandoti fisso negli occhi ti dicesse, semplicemente: “senti, ma francamente: chi te lo fa fare?”.
Invece, questa persona fondamentale, sarà la sfortuna, sarà che non esiste in natura, non c’è mai quando serve. Così, è alto il rischio di andarsi a cacciare in imprese delle quali ci si pente con impressionante rapidità.
Per esempio, alcuni mesi fa mi è venuta la malaugurata idea di proporre agli studenti dell’indirizzo tecnico presso il quale insegno, un breve seminario pomeridiano di Idrologia e Idraulica.
Ora, i pochi lettori che mi conoscono sanno ormai che sono docente di un corso CAT (ex corso Geometri, per intenderci) e se quell’acronimo non è stato messo lì solo per per l’aulicità fonetica o per motivi estetici (fatico a ricacciare indietro l’immagine di Michelle Pfeiffer in tuta attillata e mascherina), non dovrebbe essere difficile comprendere che tali discipline, per un corso che si occupa di ambiente e territorio, siano addirittura la base delle competenze professionali.
Oggi, era prevista la prima di quelle tre lezioni pomeridiane e dunque, nei giorni precedenti, ho provveduto a preparare un po’ di materiale illustrativo per i ragazzi, che potesse rimanere loro in forma di appunti. Nel farlo, ho cercato inevitabilmente di semplificare, pur nel rigore dei fondamenti scientifici, gli elementi di base della materia.
Alle ore 14.00, siamo pronti per iniziare.
Noto che i ragazzi si sono accalcati nell’aula il più lontano possibile dalla mia postazione. Invito ad occupare i numerosi banchi rimasti liberi nelle prime file, ma il suggerimento rimane sostanzialmente inascoltato. Consegno a ciascuno il plico di fotocopie e mi predispongo ad iniziare la trattazione.
Cronaca del pomeriggio
Esordisco, appunto, con lo spiegare il diverso significato dei due ambiti scientifici e la loro importanza fondamentale per la gestione, la messa in sicurezza e la valorizzazione del territorio. Ma quasi immediatamente Mennella (saranno inevitabilmente tutti nomi di fantasia) alza a mano e mi chiede:
– Perché facciamo queste lezioni sull’idrico?
Gli rispondo che, non se ne fosse accorto, stavo appunto dimostrando l’importanza di questo “idrico” nella gestione ambientale.
La platea appare subito svogliata, quasi ritenesse mediamente un dispetto aver organizzato questa escursione in un campo molto attinente al suo percorso formativo.
Dopo una decina di minuti, iniziano i primi sbadigli e le dimostrazioni di insofferenza.
Sono costretto a ribadire un concetto che avevo già chiarito nei giorni precedenti: chi non fosse interessato agli argomenti è unicamente pregato di non disturbare gli altri.
Mennella non aspettava altro: alza nuovamente la mano e mi chiede, tra le risate generali, se può spostarsi al fondo estremo dell’aula a fare cose alternative e non meglio precisate. Morelli ha già fatto di meglio e di questo, sostanzialmente lo ringrazio: si è sistemato dietro una delle colonne del laboratorio e appare già nelle braccia di Morfeo.
Riprendo. Illustro le serie storiche delle stazioni pluviometriche, chiarisco il concetto di bacino imbrifero e di ruscellamento. Quando accenno alle linee isocorrive, Mennella alza nuovamente la mano. (Stai a vedere che questo mi fa una domanda centrata!) mi viene da pensare, ma è solo un attimo. Mennella, ora me ne rendo conto, è stato una decina di minuti a rimuginare attonito su quella faccenda del “fate quel che volete, purché non disturbiate”.
– Ma io posso andare tipo nel laboratorio CAD a disegnare?
Va detto che molte domande degli studenti iniziano frequentemente con una congiunzione avversativa. Anche l’uso di quel “tipo”, come se si facesse qualcosa di simile a quello che si illustra, ma non proprio quello, è una caratteristica incomprensibile (“Prof, possiamo fare “tipo” degli esercizi sui piani quotati?”).
Evito di rispondere a Mennella: non riuscirei, probabilmente, ad essere educato.
Passiamo a parlare di idrogramma unitario. L’entusiasmo sale alle stelle, è palpabile.
Gli sbadigli diventano contagiosi e si chiude, così, il primo modulo dell’esposizione (faremo poi un’altra pausa particolarmente lunga per alleviare la fatica degli astanti).
La platea si rianima un poco, basta evitare rigorosamente di parlare di quello di cui si è trattato. Non un commento, non una richiesta di chiarimenti.
Bucci mi si avvicina con aria sconsolata, scettica.
– Cosa ne pensi? – gli chiedo, perché non mi sono mai voluto davvero bene.
– Sono cose che non mi piacciono – afferma con un minimo imbarazzo.
– Non ti sembra interessante comprendere come è regolato un sistema che condiziona così pesantemente la fruizione del nostro territorio? Hai presente i cambiamenti climatici,il dissesto idrogeologico…?
– Sono cose che non capisco – dice, scrollando il capo.
– Ci siamo appunto qui noi per spiegarvele… – provo a suggerire.
– No, ma intanto io non le capisco – ribadisce.
– Non le capisci o non ti piacciono?
– Non mi piacciono perché non le capisco e anche non le capisco perché non mi piacciono.
– Però, se tu iniziassi a capirle, potresti magari appassionarti…?
– No, perché non mi piacciono.
Tranchant, apodittico.
È una logica troppo criptica, per la mia mente semplice e decido di soprassedere.
Riprendiamo la trattazione. Si parla di modelli idraulici e di teorema Pi greco.
Negli appunti ho inserito la fotografia di un giovanissimo Edgar Buckingham al quale si attribuisce, appunto, il sopraccitato teorema che regola tutta la modellistica della fluidodinamica.
Sguardo da ragazzino, ma così fiero da saper guardare già oltre la fotocamera, verso un punto indefinito. È una rara fotografia che lo ritrae all’età di 19 anni (più o meno quella dei ragazzi che ho davanti), solo che lui si è laureato un anno dopo in fisica a Harvard.
Cerco di non pensarci.
Mentre scorrono sul proiettore le stesse pagine che i ragazzi hanno davanti, guardo la mia collega che le gestisce sul PC.
È la mia ITP (istruttore tecnico pratico) preferita, perché sa il fatto suo e perché è l’orgoglio di un suo ex insegnante (che sono io).
Ci scambiamo occhiate significative, piene di sottintesi.
Lei non è un dinosauro come il sottoscritto. Non rischia l’estinzione nemmeno in previsione di un meteorite. Ha poco più di trenta anni ed era su quegli stessi banchi non più di quindici anni fa.
Eppure, anche lei non capisce cosa sia successo, come ci si sia ridotti con queste ultimissime generazioni.
Insomma, si va avanti e in un modo o nell’altro, finisce il martirio e terminano le prime tre ore del corso.
Ora, attendo gli inevitabili giudizi di chi legge (magari non su queste pagine della rivista, ma altrove ne sono sicuro).
L’accusa di non saper coinvolgere, gli strali pungenti dei sostenitori dell’ “One man show”.
Ebbene, ne convengo: non so spiegare l’idraulica (per quanto edulcorata) in altra maniera.
Avrei potuto portare a scuola una vaschetta piena d’acqua e versarla per terra, riempiendo poi l’aere di frizzanti gridolini e di cuoricini fatti con le mani e pulsanti sul petto. Avrei potuto promettere un voto in più nella prossima verifica di Topografia. Ma non è la fisica che mi piace, mi scuserete.
È un mio limite, questo è certo. L’idea che ci siano approcci alla scienza che per quanto semplificati, per quanto proposti con le dovute cautele procedurali, non possano essere ridotti al rango della germinazione del fagiolo. Non da ultimo, lo ammetto, mi manca completamente la dotazione tricologica per esibire un imponente ciuffo candido.


L’aula magna del mio Istituto aveva due colonne portanti sistemate in moto strategico per consentire dormitine alla Morelli/o durante i barbosissimi e sostanzialmente inutili Collegi Docenti
Non finirò mai di sottolineare l’importanza dello schema trave pilastro per gli edifici scolastici.
Leggenda vuole che le colonne (comuni ad altri Istituti e con eguale destinazione) derivino dall’applicazione di un modello architettonico nordico. La stessa leggenda ci racconta come la struttura originale, priva di ostacoli alla vista, avesse la volta in legno. Se è così, raggruppando le variabili, la scelta del calcestruzzo sarebbe stata, se non addirittura lungimirante, provvidenziale.
Idem con la storia. Ricordo la mia lezione in aula magna, tutte le classi terze (scuola media) dell’istituto: 1997, bicentenario del tricolore, lo sbadiglio fu la reazione più educata, anche a fauci spalancate. Un unico guizzo ebbe la platea quando – chissà come mi venne in mente – provai a spiegare il senso della bandiera con un’allusione; no, non al calcio, ma alla F1: la Ferrari. Ecco, per un nanosecondo parvero comprendere.
Mi illudo che non sia tempo perso… So la passione che provi per quello che fai, messa a durissima prova da un’ignoranza o peggio da un menefreghismo totale della maggior parte dei giovani d’oggi… La speranza è che almeno qualcuno, anche solo uno, esca da tale mediocrità!
Grazie, Bruno. Ho sempre provato a fare il mio. A volte, mi chiedo se non dipenda semplicemente dal fatto che io voglia “imporre” i miei gusti, le mie passioni. Ma fatico a credere che tra tanti temi proposti, tra tante argomentazioni concrete non si riesca a suscitare un po’ di curiosità, se non proprio un dichiarato entusiasmo. Io, come sai, ho frequentato il liceo classico. Ne sono contentissimo, ma per contrasto ero attratto da tutto quello che era applicazione pratica, sperimentazione, non esclusivamente elucubrazione teorica. Ora, vedo questi ragazzi spenti, forse già rassegnati. Sarà anche colpa mia, mah! Intanto, domani, terza e ultima lezione: moti uniformi negli alvei, correnti lente e veloci, profili di rigurgito, risalto idraulico (il mitico salto di Bidone). E poi, opere di ingegneria ambientale per la regimazione delle acque. Intanto, se rinasco, ho già deciso: apro un negozio di tacchi dadi e datteri.