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Il volto di Buster Keaton

Se penso all’immagine del mondo oggi, penso alla faccia di Buster Keaton. Drammatica e surreale, flemmatica e triste. Viene da dire che Buster, con le le sue gag, commentava gli inizi del novecento. Tempi difficili come i nostri, tempi di guerre, in cui “andammo più spesso cambiando Paese che scarpe”. Tempi in cui sembra impossibile che uomini e donne si aiutino reciprocamente. Tempi di conflitti e di indifferenze. E io, come Gramsci, “odio gli indifferenti” al mondo. Chi rifiuta di essere “cittadino e partigiano”. Chi è incapace di soffrire e reagire per le ingiustizie.
Volto di Buster Keaton che dice tutto questo. È il volto di un grande attore, capace di giocare sulla scacchiera delle sensibilità, una scacchiera in cui bisognerebbe essere lucidi e attenti, come un formidabile campione di scacchi. Giocare per dare scacco al Re che vuole intrappolare le coscienze, il nostro cervello e quello delle istituzioni, delle regole. Ci vorrebbe una nuova egemonia culturale in grado di unire le anime in un senso comune, in un buon senso che trasformi in dialogo le diverse opinioni, in grado di arricchire il mondo e invece lo soffocano nel lancio di missili e droni micidiali.
Ci vuole la mossa del cavallo, lo scarto geniale, il colpo di reni che porti il volto dei popoli all’altezza del volto di Buster Keaton, piegato in un effetto di straniamento che induce il dubbio, la riflessione. Nessuna verità a portata di mano nella faccia di un umiliato e offeso che però caparbiamente ripropone un’immagine ribelle e solidale. Non si adagia nella postura dei vinti, ma col suo umorismo tragico delinea il volto grottesco della società. Non è patetico, non è emozionale, ma il modo in cui osserva il mondo arriva a noi con una spinta verso la realtà. Una spinta che invita al cambiamento.

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