Il casting dell’Odissea di Nolan e la fedeltà a targhe alterne. Perché «mediterraneo» rimane una casella vuota.
Il 17 luglio esce l’Odissea di Christopher Nolan, e la bellissima Lupita Nyong’o vi interpreta due sorelle, Elena e Clitennestra, le figlie di Leda. Il casting fa discutere da mesi, e la discussione, come sempre di questi tempi, è franata subito nella trincea politica: da una parte chi grida al tradimento, dall’altra chi archivia ogni obiezione come razzismo mascherato.
Partiamo dal principio condiviso. Se il whitewashing ci sembra un problema – e a molti sembra un problema serio – allora la fedeltà etnica del casting non può valere in una sola direzione. O l’aspetto di un personaggio è irrilevante, e allora lo è sempre; oppure conta, e se conta, conta anche qui. Quel che non regge è invocarlo a targhe alterne: sacro quando si tratta di non sbiancare un personaggio nero, trascurabile quando si tratta di non scurire un personaggio egeo. Lo stesso pubblico che si è indignato, con ragione, per Scarlett Johansson in Ghost in the Shell o per gli dèi egizi affidati a interpreti nord-europei in Gods of Egypt, ora sta giudicando reazionario chi solleva la questione simmetrica.
Passiamo al merito storico, che vedo citare, in modo sbagliato, per giustificare una Elena bianca. L’epiteto omerico «dalle bianche braccia» (λευκώλενος) non dice nulla sul colore della pelle in senso razziale. È una formula, e Omero la riserva alle dee e alle nobildonne: la porta Era ventiquattro volte nell’Iliade, ma la portano anche Nausicaa, Arete, Penelope, Andromaca, e perfino le ancelle. Segnala l’ideale di bellezza femminile dell’epoca, un ideale diffuso in tutto il mondo antico e tutt’altro che spento: la pelle chiara resta un canone estetico in gran parte dell’Asia, dal Giappone alla Corea alla Cina all’India, dove affonda in tradizioni secolari (l’incarnato «bianco latte» delle donne cinesi, il viso incipriato di riso nel Giappone Edo, la carnagione chiara legata alla casta in India) e oggi alimenta un mercato di cosmetici sbiancanti da oltre dieci miliardi di dollari l’anno. Nell’arte minoica ed egizia la convenzione è ancora più netta: gli uomini si dipingono rosso-bruni, le donne bianche, con un contrasto che gli archeologi spiegano da sempre allo stesso modo, la donna di rango sta al riparo, lontana dal sole e dalla fatica dei campi (Eaverly, 2013). La pelle chiara è un codice sociale, che nel mondo occidentale si è solo recentemente rovesciato: un tempo la carnagione pallida diceva la distanza dai campi, oggi l’abbronzatura dice la distanza dall’ufficio. Estetica di classe, in entrambi i casi.
La Elena bionda con gli occhi azzurri è ovviamente una proiezione tarda, rinascimentale e poi hollywoodiana, ritagliata su un ideale nordico che gli egei del tempo non avevano. Sul dato reale c’è poco da opinare. Le popolazioni dell’Egeo dell’età del bronzo, quelle da cui nasce l’immaginario di Elena, erano geneticamente vicine ai greci e ai sud-europei di oggi. Il lavoro di Lazaridis e colleghi sul genoma di minoici e micenei (Nature, 2017) le descrive per almeno tre quarti come eredi di quegli antichi agricoltori neolitici che, partiti dall’Anatolia occidentale, avevano popolato l’Egeo e gran parte d’Europa millenni prima (uno strato ancestrale profondo, non la Troia dell’età del bronzo), con un apporto caucasico-iranico e, nei soli micenei, una componente delle steppe; gli stessi autori tracciano una continuità genetica che arriva fino ai greci di oggi. Mediterranei, insomma. Non nordici. Elena bionda-occhi-azzurri è sbagliata; ma anche quella con tratti subsahariani. L’umanità fortunatamente non è divisa in due e neanche quattro colori.
Da mediterraneo (seppure io lo sembri poco), il fastidio più grosso è un altro. La logica del casting «rappresentativo del mondo» tratta «mediterraneo» come una casella vuota, come se un corpo qualsiasi (dove qualsiasi è quasi sempre sub-sahariano), purché non nordico, fosse intercambiabile con qualsiasi altra etnia. È inclusione per sottrazione: si fa entrare un volto cancellandone un altro, e quello cancellato appartiene a popoli che una faccia precisa ce l’hanno e non vengono quasi mai rappresentati. Il greco, il sud-italiano, l’iberico non sono il «bianco di default» del Nord (con importanti eccezioni nel sud-Italia), ma non contano nemmeno come minoranza da tutelare, e così spariscono dagli schermi, a parte quando diventano ancora oggi stereotipi nei film commedia o sulla mafia. Nessuno direbbe che un attore svedese può «rappresentare» un personaggio yoruba perché tanto sono entrambi esseri umani. Con l’egeo, la sostituzione non viene considerata «problematica».
Il caso di Elena, del resto, si iscrive in uno schema più largo. L’Inclusion Initiative della USC (Stacy Smith e colleghi) conta, nei cento film più visti dell’anno, un 1,3% di personaggi mediorientali e nordafricani nel 2024; le donne di quell’area mancavano da novantacinque pellicole su cento nel 2022. E quando compaiono, per il 78% dei casi vestono i panni del terrorista, del soldato o del tiranno (lo studio Terrorists & Tyrants, su 242 serie televisive). Il cortocircuito sta nella tassonomia: fino alla revisione federale del 2024, negli Stati Uniti chi ha origini nordafricane o mediorientali risultava «bianco», quindi invisibile a ogni conteggio della diversità e insieme, sullo schermo, ridotto al cattivo di turno. Il mediterraneo europeo sta persino peggio: italiani, greci, iberici non hanno nemmeno una casella, «bianchi» e basta, senza token e senza stereotipo. Capiamoci bene, il prototipo mediterraneo e quello nordafricano sono caucasici se giochiamo come i bambini con solo quattro colori, ma questo li fa sparire in due modi opposti: il sud del Mediterraneo è la casella che nessuno conta, il nord quella che non esiste, e la mappa «rappresentativa del mondo» cancella tutto il Mediterraneo.
Ho letto in molti commenti: Elena è mito, e il mito è di tutti. Ma questo semplicemente non è vero: si sta confondendo l’archetipo con il mito. L’archetipo, la bellezza che scatena la rovina, è universale, e ogni popolo ne ha uno. Il mito di Elena è la rappresentazione greca di quell’archetipo: un oggetto culturale, con una provenienza. Confonderli è come sostenere che, siccome l’eroe è universale, un attore bianco può interpretare un semidio yoruba o una figura del mito lakota; sarebbe subito additato come appropriazione culturale. Del resto, quando i greci volevano un africano lo dicevano: Memnone è il re etiope, Andromeda la principessa d’Etiopia. Con Elena, mai. Elena era greca. Che poi i vasai dipingessero di chiaro perfino Andromeda, etiope di stirpe, non smentisce nulla: conferma che nella loro pittura il colore era indicativo dello status e non della stirpe.
Il teatro convive con tutto questo da sempre, e nessuno si scandalizza: un Amleto nero non pretende che i danesi fossero africani, perché il palcoscenico è per convenzione uno spazio simbolico, dove l’attore presta il corpo a un ruolo senza reclamare un’identità etnica. Il cinema storico ad alto budget lavora sull’effetto opposto, la ricostruzione realistica, e si vende come “l’Odissea”. Quando la cornice promette fedeltà, la convenzione simbolica non regge e non può essere attivata in modo selettivo.
Nolan avrebbe potuto creare una nuova rappresentazione dell’archetipo. Orfeo è diventato nero in una favela di Rio, e Orfeu Negro ha vinto la Palme d’Or nel 1959: un capolavoro. Ma era un adattamento che si dichiarava tale fin dal titolo, non «l’Odissea» venduta come fedeltà. Da Joyce a O Brother, Where Art Thou?, l’Odissea è stata trasferita e trasformata mille volte senza che nessuno gridasse al tradimento, perché nessuna di quelle versioni si spacciava per l’originale.
Il mito può viaggiare e mutare. Sostituirlo e vendere la sostituzione come l’originale è un’altra cosa. Elena non è una casella vuota da riempire con un corpo qualunque: è il volto che un popolo preciso dava alla propria idea di bellezza. Cancellarlo in nome dell’inclusione finisce per includere tutti tranne lui.
Riferimenti
- Omero, Iliadee Odissea, per l’epiteto λευκώλενος («dalle bianche braccia»).
- Eaverly, M.A. (2013). Tan Men/Pale Women: Color and Gender in Archaic Greece and Egypt, a Comparative Approach. University of Michigan Press.
- Lazaridis, I. et al. (2017). Genetic origins of the Minoans and Mycenaeans. Nature, 548, 214-218. DOI: 10.1038/nature23310.
- Orfeu Negro(1959), regia di Marcel Camus, dalla pièce Orfeu da Conceiçãodi Vinicius de Moraes. Palme d’Or, Cannes 1959.
- Smith, S.L. et al., USC Annenberg Inclusion Initiative, serie Inequality in Popular Films(rapporti 2024 e 2025). University of Southern California.
- Terrorists & Tyrants: MENA Representation on Primetime and Streaming Television(dati su 242 serie, 2015-16). MENA Arts Advocacy Coalition, con USC Annenberg.
- S. Office of Management and Budget (2024). Revisione della Statistical Policy Directive No. 15(28 marzo 2024): introduzione della categoria «Middle Eastern or North African».
- Center for Scholars & Storytellers, UCLA, The Unbearable Invisibility of Being MENA in the Media.
- Sul canone asiatico della pelle chiara: Fortune Business Insights (2025), Skin Lightening Products Market; CNN (2022), «Skin whitening: the global market».


Ottima recensione fuori da schemi ideologici e correttamente centrata sull’aspetto stilistico-letterario
Bella revisione e dice bene la conclusione: “Elena è il volto che un popolo preciso dava alla propria idea di bellezza” e Lupita Nyong’o è il volto che un mondo futuro prossimo (personalmente auspicabile), globalizzato e cosmopolita, meno condizionato dalle sfumature della pelle (perchè il problema è solo cromatico in quanto le fattezze dell’attrice sono perfette), darà alla bellezza. È un po’ un augurio ottimistico
Andrò a vedere Odissea, di Christopher Nolan. Fregandomene del cavillo di Troia e dei ditini alzati, più woke del woke stesso. E lo vedrò come è giusto vedere e godere il cinema (quando, e soprattutto se, è grande). Vedrò Ulisse, inesausto come Messi, combattere una battaglia dopo l’ altra, consapevole che il destino dell’ uomo è perdere, sempre, la grande guerra contro se stesso. Vedremo.