Inconscio_ottico_tecnologico_algoritmico

Inconscio: ottico, tecnologico, algoritmico

C’è una linea di tensione, più che un semplice filo, che attraversa alcune riflessioni sul rapporto tra uomo e tecnica: è la progressiva esternalizzazione di ciò che chiamiamo “inconscio”. Nel solco delle riflessioni di Walter Benjamin e Franco Vaccari sull’inconscio ottico e inconscio tecnologico, proviamo a ragionare su come potrebbe essere definito l’inconscio algoritmico. Walter Benjamin conia l’espressione “inconscio ottico” in un breve testo del 1931, Piccola storia della fotografia.
L’idea è semplice nella sua formulazione, radicale nelle sue implicazioni. La fotografia e il cinema rivelano aspetti della realtà visiva che l’occhio umano non riesce a cogliere consciamente: il contegno di una persona nella frazione di secondo in cui allunga il passo, la struttura di un movimento troppo rapido per essere visto, i dettagli di uno spazio che la percezione normale scorre senza fermarsi.
Quando Walter Benjamin introduce l’idea di “inconscio ottico”, non si limita a dire che la macchina fotografica estende la visione. Indica uno scarto, esiste un livello del visibile che non coincide con la percezione ordinaria. Fotografia e cinema non registrano semplicemente il mondo, ma ne riorganizzano la struttura percettiva, rendendo accessibili configurazioni che l’occhio non coglie. L’inconscio ottico è dunque una proprietà del visibile mediato tecnicamente.
Occorre sottolineare che questo livello resta ancorato alla traccia. La fotografia mantiene un rapporto fisico, indicale, con ciò che rappresenta, con il referente ed anche la luce impressa è effetto di una presenza. L’inconscio ottico si situa dunque in questa tensione, eccede la percezione, ma non recide il legame con il referente.
Se in Benjamin l’inconscio emerge attraverso il dispositivo, con Franco Vaccari avviene uno spostamento ulteriore. L’inconscio non è più ciò che emerge attraverso il dispositivo, ma ciò che appartiene al dispositivo stesso. La macchina fotografica non è neutra, ha una propria logica operativa, un proprio modo di produrre immagini, che non coincide né con l’intenzione del fotografo né con la struttura del soggetto rappresentato. L’“inconscio tecnologico” è questa autonomia, una produzione di senso che avviene secondo regole incorporate nello strumento. Fin qui, però, resta un elemento comune: anche quando il dispositivo introduce scarti o automatismi, opera su una traccia del reale, in un rapporto indicale. È proprio questo punto che viene meno con l’intelligenza artificiale. Nei sistemi generativi, il rapporto con il referente non è più di ordine fisico, ma statistico e descrittivo. Le immagini, i testi, i suoni non derivano da una registrazione del mondo, ma dall’elaborazione di dati che ne costituiscono una rappresentazione indiretta.
Ciò che viene prodotto non è una traccia, ma una configurazione plausibile. Questo passaggio non riguarda solo l’ontologia dell’immagine, ma il suo regime di credibilità. Se la fotografia, pur nelle sue trasformazioni, conserva un legame indicale, l’AI opera sulla forma dell’indicalità: ne riproduce gli effetti senza condividerne la condizione materiale, in una parola, simula. Non elimina il riferimento al reale, ma lo riformatta come correlazione.
In questo contesto, l’“inconscio algoritmico” si caratterizza come una forma di produzione non intenzionale interna al sistema, non riducibile né all’input locale né al progetto globale del funzionamento di AI. I modelli operano in spazi di probabilità ad alta complessità, in cui il risultato non è completamente deducibile né dalle istruzioni dell’utente né dalle intenzioni dei progettisti, ma emerge dalla dinamica interna del modello.
Questa opacità diventa rilevante quando il sistema genera configurazioni di senso non interamente riconducibili alle condizioni che le hanno prodotte. Essa si manifesta in forme diverse, nelle allucinazioni e nelle deviazioni dei percorsi logici, cioè negli scarti che emergono nel processo di generazione. Priva di consapevolezza e di accesso semantico al referente, l’AI non può essere detta intenzionale in senso proprio, ciò che appare come intenzione è l’effetto di processi ottimizzati, non l’espressione di stati mentali.
L’inconscio algoritmico, dando seguito alle riflessioni di Benjamin e Vaccari, si configura quindi come una dimensione operativa, l’emergere di effetti di senso da processi che non hanno accesso a ciò che producono. Il termine inconscio, qui, non va perciò inteso in senso psicoanalitico e se riprendiamo il pensiero espresso nella bi-logica da Matte Blanco, non obbedisce alla logica simmetrica che tende a dissolvere le distinzioni e a trattare la parte come il tutto.
Va riferito a un sistema che ha imparato così bene la forma dell’indice da riprodurla senza averne la sostanza, che produce senso senza saperlo, che lascia intendere che il suo modo di simulare è il suo modo d’essere, che riorganizza le condizioni in cui qualcosa può apparire come vero non più in virtù di una traccia, ma attraverso la simulazione della sua forma. In questo senso, l’intelligenza artificiale non vede e non rivela, ma produce effetti di realtà.
E il suo “demone”, per riprendere un’immagine antica, non è un contenuto nascosto, ma una modalità di funzionamento, la capacità di generare senso e credibilità senza rapporto diretto con ciò che pretende di mostrare. Eraclito scriveva: “Demone a ciascuno il suo modo d’essere.” Per i Greci il demone non era il diavolo della tradizione cristiana, era la natura profonda di ciascuno, ciò che lo costituisce dall’interno e lo orienta. Non una forza esterna, ma il carattere più proprio, quello che agisce anche in assenza di consapevolezza. E dunque: demone ad AI il suo modo di simulare.

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