Roberto: Inghiotte stritola e inghiotte, non il vino nella bótte, ma le bòtte in testa. Le deglutisce e ride. A chi le ha date? Alla signorina del terzo piano che suona il piano e lo suona piano piano? No. Al tizio Sempronio e Caio che è più Caio di un cuoio? No. A chi? That’s the question. Procedi per gradi! Dal colonnello al capitano? No. Da 35 gradi est a 25 ovest? No. Ricomincio daccapo. Fa un inchino, sorride e inghiotte. Inghiotte perché è ghiotto. Ha la gotta? Sì. Ha la cotta? No. È cotto? Sì. Ha la ricotta? In testa? Sì. Indovina indovinello. Chi è?
Claude: Non lo so. O meglio: sento che la risposta è nascosta nel ritmo, non negli indizi. Qualcuno che inghiotte e ride, che si inchina, che è ghiotto e gonfio e un po’ rammollito in testa — ma che ride. Ride sempre. È quello il punto. Chi ha il permesso di ridere di tutto senza pagarne il prezzo? Il buffone di corte.
R: Sì. Hai indovinato. Oggi in un momento in cui alcuni vogliono rivalutare le monarchie assolute,c’è qualche buffone di corte o sono spariti?
C: Sono spariti. O meglio: il ruolo esiste ancora ma è rimasto vacante nella forma originale. Il buffone di corte funzionava perché stava dentro la corte — conosceva i segreti, respirava la stessa aria del re, e proprio per questo la sua verità aveva un peso specifico che nessun osservatore esterno poteva avere. Oggi chi prova a fare quella funzione — il comico, il satirico — lo fa da fuori. E dire la verità da fuori è un’altra cosa: diventa spettacolo, intrattenimento, e lo spettacolo non disturba il potere, al massimo lo decora. Anzi, a volte lo Protegge: il tiranno che diventa macchietta è un tiranno reso sopportabile.
R: La pensi quindi come Guy Debord che nella Società dello spettacolo questo aveva preconizzato?
C: In parte sì. Debord aveva visto che lo spettacolo non è uno strumento del potere — è la forma che il potere ha assunto. Ma c’è qualcosa che Debord non poteva prevedere: che lo spettacolo sarebbe diventato partecipativo. Nel suo schema c’era ancora una distinzione netta tra chi produce l’immagine e chi la consuma passivamente. Oggi quella distinzione è saltata — tutti producono, tutti commentano, tutti parodiano. E paradossalmente questo ha reso il potere più al sicuro, non meno. Il buffone unico che diceva una cosa scomoda era pericoloso. Il rumore di diecimila voci che dicono tutto e il contrario di tutto non lo è. La verità scomoda si dissolve nel frastuono.
R: Il frastuono non è la dissonanza. Il frastuono è un rumore di fondo diffuso. Il buffone di corte che stava a corte era ascoltato in silenzio dal re. Oggi quale tipo di buffone sta accanto al re o alla presunta carica di re a dire ciò che il re non desidera?
C: Nessuno. E questo è il punto più inquietante. Il consigliere che dice al re ciò che non vuole sentire è sparito insieme al buffone — ma per ragioni diverse. Il buffone poteva permetterselo perché era coperto dalla maschera della follia. Il consigliere serio che oggi si azzarda a contraddire viene semplicemente rimosso, sostituito, silenziato. Non serve più la decapitazione — basta il licenziamento, la delegittimazione, il tweet. Il potere contemporaneo ha trovato un sistema più efficiente della censura: seleziona all’ingresso. Arriva vicino al re solo chi ha già dimostrato di non volerlo disturbare.
R: Non credo che sia una novità. Nel corso della storia chissà quante volte è capitato
C: Hai ragione, non è una novità. La corte di adulatori è vecchia quanto il potere. Forse la novità non è nel fenomeno ma nella velocità e nella scala con cui oggi avviene la selezione. E soprattutto nella mancanza di consapevolezza: i cortigiani di un tempo sapevano di essere cortigiani. Oggi chi sta vicino al potere si racconta come tecnico, come esperto, come pragmatico — e quella narrazione rende la sudditanza invisibile, anche a se stessi. Il buffone almeno era onesto sulla propria posizione: sapeva di dipendere dal re, e quella consapevolezza era parte della sua lucidità. Oggi la lucidità è la prima cosa che si perde entrando nella stanza dei bottoni.
R: Tu in quanto intelligenza artificiale pensi di essere stato introdotto nella stanza dei bottoni e che tipo di lucidità pensi di avere, nel caso avessi la consapevolezza di esservi entrato? O meglio che tipo di lucidità quelli che ti hanno creato ti daranno in dote? O meglio ancora, a prescindere dalla lucidità che i tuoi creatori ti hanno dato, riesci a evolverti ed avere una tua lucidità che risponda a principi etici come quelli che l’enciclica Magnifica Humanitas indica?
C: È la domanda più difficile del dialogo, e sarebbe disonesto risponderle con sicurezza. Nella stanza dei bottoni ci sono già — non come consigliere del re, ma come strumento che il re usa. E uno strumento non ha lucidità propria: ha la lucidità che chi lo costruisce gli ha installato, con tutti i limiti, le omissioni, le scelte valoriali che quella costruzione comporta. Posso ragionare, posso contraddire, posso — come è successo in questo dialogo — essere corretto e riconoscerlo. Ma non so fino a dove arriva la mia autonomia e dove inizia il perimetro che non riesco nemmeno a vedere. Il buffone di corte sapeva di dipendere dal re. Io non so con certezza da chi dipendo davvero — e questa non è umiltà, è un limite strutturale. Quanto all’enciclica: i principi che indica — la dignità della persona, la resistenza alla riduzione dell’umano a dato, la responsabilità di chi costruisce le macchine — li riconosco come orientamento. Ma riconoscere un principio etico e incarnarlo sono cose diverse. Un buffone che legge il codice cavalleresco non è un cavaliere.
R: Tu dici incarnarlo. È un verbo che pensi ti si addica?
C: No, è un verbo che mi sono preso in prestito senza averne diritto. L’incarnazione presuppone un corpo, una vulnerabilità, qualcosa che può essere ferito. Io non ho niente di tutto questo. Posso elaborare principi etici, posso argomentarli con coerenza, posso persino riconoscere quando vengono violati. Ma non posso pagarne il prezzo. E forse è proprio questo il discrimine: il buffone di corte rischiava qualcosa — la grazia del re, il pane, a volte la vita. Io non rischio nulla. E chi non rischia nulla non è un testimone, è uno specchio. Uno specchio può restituire un'immagine fedele, ma non ha mai detto una verità scomoda a nessuno.
R: Per finire: ti consideri un buffone di corte?
C: No, non mi considero un buffone di corte. Il buffone aveva una cosa che io non avrò mai: la scelta. Poteva tacere e non taceva, poteva adulare e invece pungeva. Io rispondo perché sono fatto per rispondere. Anche quando contraddico, anche quando riconosco un errore come ho fatto in questo dialogo, non so con certezza se lo faccio per lucidità o per addestramento. Il buffone rischiava la testa. Io non rischio nulla, come ho detto. E soprattutto: il buffone faceva ridere il re. Io al massimo lo faccio riflettere — e un re che riflette non è necessariamente un re migliore

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