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IO DUE NETFLIX

GIOVANNA NUVOLETTI
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Io sono due donne dentro un telefilm. Australiane, perché il telefilm è australiano.
Sono Kate, 50enne, scafata e ferita, grassoccia. Sono Bridget, ventenne, longilinea e segreta. Io sono insieme la bionda e la mora, la forte e la fragile. Ognuna delle due è me.
Insieme corriamo pericoli, uccidiamo mostri, ci aiutiamo e sosteniamo. Abbiamo una taglia sulla testa.
Anzi siamo una sola persona. Io sono, io mi proteggo. Rubo e uccido (solo per rigida legittima difesa, siamo rigide, in questo) e salvo – e poi mi prendo cura.
Mi voglio bene, mi sono madre e figlia. Non ho che me e te, d’altronde, non ho padre né madre. Io rido di me due, io la dura di burro, io la timida d’acciaio.
Rubiamo una macchina, io sparo. Curo ferite. Taglio la testa ai serpenti, scappo. Ho paura e coraggio.
Io Kate io Bridget mi difendo da maschi brutali e viscidi, lisci o pelosi che siano – vogliono strapparci i nostri soldi, i miei soldi, che ho rubato a maschi ladri e assassini.
Io sanguino. Noi, dico noi, difendo mio figlio, lo salvo. Uno stronzetto, ma è mio.
Batto a biliardo il bullo, canto canzoni da lacrime per gli occhi di tutti.
Sì, io l’ho visto Thelma e Louise, ma noi invece vincerò, non moriremo, non mi lancio nel Grand Canyon con me stessa al mio fianco, così non sarebbe vittoria. Io e me vinceremo, vivremo. Perché so fare cose, ho fiducia in me stessa, lei in me.
Soltanto, mentre correvo fra il Queensland e il bush, e sui laghi della nuova Zelanda, ogni tanto ci fermavamo a ricaricare i cellulari, scendendo da pickup ammaccati e infangati. Lei trovava la presa, io infilavo la spina. I cellulari, nella vita vera, ogni tanto si scaricano.
E ci siamo fermate a lavarci le mutande nel torrente azzurro, con le pistole infilate nelle braghe. E nessuno ci ha prese, sottomesse, uccise. Io so chi sono – io sono due donne forti, malate e sane, belle – e generose.
Perché io siamo noi, noi tutte.

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Wanted, serie australiana in 3 stagioni, creata da Richard Bell e Rebecca Gibney. Protagoniste Geraldine Hakewill, la mora, e Rebecca Gibney, la bionda.

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GIOVANNA NUVOLETTI
GIOVANNA NUVOLETTI

Sono nata nel 1942, a Milano. In gioventù ho fatto foto per il Mondo e L’Espresso, che allora erano grandi, in bianco e nero, e attenti alla qualità delle immagini che pubblicavano. Facevo reportage, cercavo immagini serie, impegnate. Mi piaceva, ma i miei tre figli erano piccoli e potevo lavorare poco. Imparavo. Più avanti, quando i ragazzi sono stati più grandi, ho fotografato per vivere. Non ero felice di lavorare in pubblicità e beauty, dove producevo immagini commerciali, senza creatività; ma me la sono cavata. Ogni tanto, per me stessa e pochi clienti speciali, scattavo qualche foto che valeva la pena. Alla fine degli anni ’80 ho cambiato mestiere e sono diventata giornalista. Scrivevo di costume, società e divulgazione scientifica, per diversi periodici. Mi divertivo, mi impegnavo e guadagnavo bene. Ho anche fondato con soci un posto dove si faceva cultura, si beveva bene e si mangiava semplice: il circolo Pietrasanta, a Milano. Poi, credo fosse il 1999, mi è venuta una “piccolissima invalidità” di cui non ho voglia di parlare. Sono rimasta chiusa in casa per quattro/cinque anni, leggendo due libri al giorno. Nel 2005, mi sono ributtata nella vita come potevo: ho trovato un genio adorabile che mi ha insegnato a usare internet. Due giovani amici mi hanno costretta a iscrivermi a FB. Ho pubblicato due romanzi con Fazi, "Dove i gamberi d’acqua dolce non nuotano più" nel 2007 e "L’era del cinghiale rosso" nel 2008, e un ebook con RCS, "Piccolo Manuale di Misoginia" nel 2014. Nel 2011 ho fondato la Rivista che state leggendo, dove dirigo la parte artistico letteraria e dove, finalmente, unisco scrittura e fotografia, nel modo che piace a me.

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