Italian blue

Ho scovato un’altra bella ceramica. Sarà fortuna, sarà che l’occhio si abitua alla bellezza e vede più lontano. Si tratta di un vassoio di proporzioni non comuni (52 cm x 43 cm) della manifattura inglese Spode. Quello che mi stupisce sempre, di questi pezzi meravigliosi, è la vivacità dei colori, la sensazione che potrebbero essere usciti ieri dalla fornace. Invece, questa “arrostiera” (ahi, per un vegano che dolore doverlo scrivere!) si porta assai bene i suoi 211 anni. Sì, 211 giusti giusti, perché risale niente di meno che al 1815 e mi viene allora da pensare (voglio crederlo, intanto, cosa costa?) che possa essere stata acquistata da una famiglia altolocata inglese per festeggiare l’esito appena annunciato della battaglia di Waterloo*.
La manifattura fu fondata da Josiah Spode (1733–1797) nel 1770 e nelle sue sedi furono sperimentate per la prima volta due tecniche produttive alla base di gran parte della fortuna mondiale dell’industria ceramica inglese.
Al ceramista inglese viene infatti attribuita la formula per la “fine bone china” che da allora poté gareggiare alla pari con la produzione sino/giapponese della ceramica Imari.
Ma soprattutto, Spode portò ai massimi livelli la tecnica della decorazione “transferware” già originaria della contea di Staffordshire. In particolare si fece artefice di quella stampa inconfondibile ed elegantissima detta “Italian Blue”, che con grande successo e milioni di appassionati è rimasta in produzione da allora, portando nel Mondo anche un po’ della leggenda e dell’immagine del nostro Paese.
La decorazione centrale del “mio” vassoio rappresenta, infatti, uno scorcio italiano. Si tratta, nello specifico, del “Bridge of Lucano” ossia del ponte Lucano sul Fiume Aniene, nei pressi di Roma. Nel I° sec. d.C. sulla direttrice di Tivoli venne edificato il Mausoleo dei Plautii in onore del Console Plautus Silvanus, e a lato, nella stessa epoca, il Ponte Lucano, costruito dal duunviro M. Plauzio Lucano, da cui prende il nome. Spode utilizzò per la sua decorazione una delle innumerevoli stampe che in varie epoche vennero realizzate di tale veduta. Ci sono bovini al pascolo, gente che attraversa il ponte e uccelli che garriscono (non si sentono, ma so che sono rondini che garriscono!). Le arcate del ponte sono a sesto acuto e dunque ben poco romane, ma Spode non poteva saperlo e lo perdoniamo.
Tra le tante rappresentazioni, proponiamo un dipinto del livornese Pietro Della Valle.


Possiamo facilmente immaginare quale fosse la considerazione e l’ammirazione di un ceramista inglese come Spode per quella che doveva considerarsi la culla della civiltà occidentale. Tanto da dedicare la produzione di punta della sua azienda agli scorci di un’Italia sospesa tra storia e mito in una visione da eterna Arcadia.
E oggi?
Ebbene, temo che Spode avrebbe qualche titubanza a compiere nuovamente un tale omaggio. Perché oggi, Ponte Lucano è quello che vediamo, di seguito, in una vista di Google Maps.


Un po’ meno idilliaco, decisamente più trascurato e negletto. Ricorda più uno scorcio di Suburra che un soggetto da stampa ottocentesca.
Sono spariti gli armenti ruminanti e trionfano le erbacce, e le edere asfissianti. In genere, l’italiano medio che passa davanti ad un tale spettacolo si fa un appunto mentale per ricordarsi dove abbandonare l’immondizia quando dovrà svuotare la cantina. Siamo fatti così, oggi.
Anche l’Aniene, del resto, è più una fogna che un fiume (livelli di inquinamento 400 volte superiori a quelli limite per la balneabilità).
Ponte Lucano, insomma, non è più quello delle stampe bucoliche.
Anche se – mi dicono – recentissimamente qualcosa si è mosso per ridargli una sua dignità. Qualche finanziamento sembra sia stato assegnato per recuperare, se non altro, le strutture romane. Quelle che, fossero nello Staffordshire, sono sicuro, sarebbero oggetto di venerazione. Non ci resta che sperare.

*A tal proposito, tenderei ad escludere che possa trattarsi della famiglia di Lord FitzRoy Somerset. Il Segretario militare di Wellington, infatti, avendo perso il braccio destro proprio a Waterloo avrebbe avuto non pochi problemi nell’affettare l’arrosto.**
** Mi occorre smentire subito quanto prima affermato. Mercè un’ingente somma della quale ho locupletato vari storici britannici, mi è giunta notizia che Lord FitzRoy Somerset era mancino.

 

2 commenti su “Italian blue”

  1. Cerco ancora notizie e m’imbatto nel sito https://antiquespode.co.uk/work. Nel commento ad un piatto della stessa serie (italian blue vedute italiane) ecco le considerazioni che si possono leggere al font “Ponte lucano”:
    “Purtroppo, questa importante strada romana che collegava Roma a Tivoli e l’antico sito archeologico, un tempo molto pittoresca, è stata deturpata dallo sviluppo industriale; nelle vicinanze si trovano cave di travertino e recenti opere di costruzione per prevenire le inondazioni, oltre a quella che sembra una centrale elettrica, situate a ridosso dell’antico monumento, che lo deturpa. I romantici potrebbero non riprendersi mai più se cercano Ponte Lucano su Google Maps: è davvero meglio evitarlo!”
    Ecco: facciamoci sempre riconoscere!

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