Kaimara

Kaimarà

Pubblichiamo il secondo dei  racconti del Corso di Scrittura Narrativa marzo 2026 della SCUOLA di SCRITTURA  VALERIA VIGANO’

A Kaimarà le persone vivevano felici. Tutti si conoscevano tra di loro e la quotidianità non era che un susseguirsi di attimi perfetti. Le montagne avvolgevano il villaggio in un abbraccio pieno e confortante, le case color pastello incorniciavano i viali alberati; gli abitanti si svegliavano alle prime ore del mattino con la rassicurante consapevolezza di come si sarebbe svolta la giornata. Il rintocco del campanile scandiva il tempo con accordi che si propagavano fino alle cime più alte e oltre, dove non era dato avventurarsi.
Kaimarà era stata fondata, molti anni prima, da un uomo arrivato da lontano per sfuggire al disordine della sua vita, fatta di eccessi e illusioni. Aveva attraversato il Bosco, una parete d’ombra e silenzio dove i sentieri non erano mai gli stessi, e i rami si aggrovigliavano in nodi stretti dai quali era impossibile intravedere la luce; aveva poi oltrepassato i Monti e osservato la terra nella Valle. Lì sarebbe stata la sua casa, la cura per ogni tristezza.
Aldilà del confine, si era propagata la notizia di un villaggio che prometteva di sconfiggere ogni afflizione dell’anima e, con il trascorrere degli anni, Kaimarà si era popolata.
Il Vecchio Karai, così lo chiamavano i suoi concittadini, dopo attente ricerche e notti insonni trascorse a pensare, aveva scoperto il segreto per vivere una vita serena e si era impegnato a creare un mondo che bandiva ogni inutile sofferenza: per essere felici, aveva scritto su una carta da papiro esposta a cielo aperto, è vietato desiderare altro da ciò che si possiede già. Ai bambini veniva insegnato che l’ambizione porta squilibrio e che i sogni, soprattutto quelli a occhi aperti, conducono alla frustrazione. Per evitare la delusione ognuno veniva al mondo con un ruolo prestabilito, dettato dalla sorte dei suoi predecessori. Una volta terminata la scuola, ai giovani non restava che scegliere se intraprendere la carriera del padre o della madre, e accettare di buon cuore tutto ciò che il villaggio avesse da offrire. Certo, si poteva scegliere di chi innamorarsi, se si era abbastanza fortunati da trovare una compagnia affine o perlomeno tollerabile, e si avevano figli, e gli anni passavano, e si diventava vecchi. Ma a Kaimarà c’era tutto ciò che si poteva volere. Kaimarà era il paradiso.
Il lunedì, aveva stabilito il Vecchio Karai che se ne stava nella sua capanna di vetro a vigilare sul suo creato, alla soglia ormai dei centocinquant’anni, era il giorno della confessione. La domenica, infatti, era permesso riposare. Purtroppo l’ozio ha la cattiva abitudine di spingere la mente a immaginare e l’immaginazione, si sa, crea suggestioni alternative e pericolose per la soddisfazione personale. E per quello della comunità intera. Cosa succederebbe se al Commercialista Veil venisse la malaugurata idea di lasciare tutto e dedicarsi alla pittura? I numeri scapperebbero, si mischierebbero senza una logica e alle persone non tornerebbero più i conti. E cosa accadrebbe se la dolce Marta, nel suo abito in tulle, scendesse dal palcoscenico e volasse via alla ricerca di una nuova compagnia con cui danzare? Sarebbe una disgrazia, il pubblico ne morirebbe e la ragazza andrebbe incontro a terribili sventure.
Il lunedì, pertanto, si dovevano confessare i propri peccati a Eira, guaritrice dello spirito. I penitenti scrivevano i propri desideri su un foglietto di carta, perché pronunciarli ad alta voce era impensabile, e lo consegnavano alla donna; dopo averli cosparsi di polvere di cannella e averli bruciati sul palmo della mano, lei dava l’ordine di sotterrare le ceneri a metri e metri di profondità, nel terreno dei Desideri Sepolti che si estendeva fino alle porte del villaggio. La fatica era tale da scoraggiare ogni nuova fantasia.
Eppure, per Pilar non fu così.
Sin dalla tenera età, la giovane donna aveva dimostrato di avere un’indole curiosa che mal si prestava all’ordine del suo tempo, e un’irrequietezza che la portava a fuggire ovunque con il pensiero. Da bambina cercava ogni pretesto per scampare allo sguardo attento della madre e spingersi in segreto fino al Bosco; passava pomeriggi interi a domandarsi cosa ci fosse dall’altro versante e come fosse la vita lontano dal villaggio. La sera tornava nella sua stanza, ubriaca di utopie, e scriveva racconti su mondi inventati; di giorno, passava ore a osservare il cielo e a chiedersi fin dove volassero gli uccelli, dove migrassero per difendersi dall’inverno. Sul suo taccuino segreto tracciava nuove rotte, affidando alle pagine la sua brama di esplorare il mondo.
Una mattina la madre trovò il quaderno nascosto nell’armadio e capì che era giunto il momento di portare la figlia al cospetto di Eira. Fu così che ogni lunedì Pilar fu costretta a consegnare alla guaritrice il proprio peccato; per anni lo vide bruciare, per anni scavò con fatica e lo sotterrò. Finché un giorno, ormai passata l’adolescenza, il foglietto smise di prendere fuoco. Eira invocò tutto il suo sapere e intonò i canti purificatori delle sue antenate, ma la carta rimase intatta. Voglio andare via da Kaimarà. Il desiderio era rimasto lo stesso, anno dopo anno. Allora Eira, sconcertata, guardò la ragazza nel profondo dell’anima e percepì in lei una forza inevitabile. “Devi essere cauta, bambina mia. I tuoi sogni potrebbero distruggere il tuo equilibrio e stravolgere la sorte di tutti”.
La sera stessa Pilar interruppe la madre mentre stava scrivendo l’articolo per il quotidiano del villaggio, ma anche quella settimana le idee scarseggiavano poiché non accadeva mai nulla di nuovo. “Voglio andarmene”, disse con voce ferma. “Ancora con questa storia”, fece la madre senza alzare lo sguardo dalla macchina da scrivere. “E al giornale non ci pensi? Sai bene che questo lavoro presto sarà una tua responsabilità”. Ma Pilar aveva già deciso. All’indomani si svegliò all’alba e corse senza mai fermarsi fino a perdersi nel Bosco.

Passarono vent’anni quando fece nuovamente ritorno a Kaimarà. Le bastarono pochi minuti per constatare che nulla era cambiato. Riconobbe i luoghi della sua infanzia, rivide i mercati, i caffè, le case colorate. Ripercorse le strade del suo vecchio quartiere e notò che le persone svolgevano le stesse identiche attività di allora. La signora Pott sistemava sempre la siepe, Leo continuava a vendere panini all’uscita della scuola. Tutto era rimasto immutato, e così anche i suoi ricordi; Pilar udì ancora i commenti delle amiche che la esortavano a restare, qui non ti manca niente, sostenevano, non puoi mollare tutto. Rivide la disapprovazione negli occhi della madre, tenuta a bada nei silenzi e nell’indifferenza, e una volta ancora si sentì diversa.
Arrivò alla sua casa. Era silenziosa ma sembrava intatta. Con un tocco leggero spinse la porta e trovò sua madre seduta in cucina alla macchina da scrivere. Non era reale, lo sapeva bene. Era l’illusione del passato. La donna sollevò la testa e appoggiò gli occhiali sul tavolo. Non capisco perché tu voglia andartene, la rimproverò. Qui hai la tua famiglia, la tua casa, il tuo lavoro. Pilar sentì la pancia fremere e ribadì ad alta voce le stesse parole di un tempo.
“Sono stufa del tuo giornale”, gridò, “qui non succede mai niente, non facciamo che parlare dei litigi tra i vicini, del tempo, dei desideri sepolti!”. Fece una pausa. “Io voglio scrivere”, aggiunse con voce più calma. “Ma le parole qui non mi bastano più, me ne servono di nuove”. Rivivere la scena fu doloroso. E ancora più doloroso fu l’istante in cui la vide: la sua stessa ombra. Le due si guardarono a lungo e Pilar fu presa da una profonda malinconia. La mattina in cui era fuggita l’ombra non l’aveva voluta seguire, le era mancato il coraggio.
“Speravo di trovarti”, disse Pilar con un filo di voce, “perché sei rimasta?”. L’ombra osservò da vicino il suo volto, ne studiò ogni cambiamento, ogni piccolo segno del tempo. “Io devo restare. Questa è la nostra casa, la nostra terra”. Pilar allora le raccontò dei suoi viaggi e di quanto fosse esteso l’oceano; non le nascose che era stato difficile, a volte, superare i fallimenti lontana da casa, e che in alcune occasioni durante la notte si era abbandonata al pianto. “Ti ricordi quando immaginavamo una vita d’avventure? Sognavamo la scoperta”.
L’ombra la prese per mano; ricordava ogni cosa. “Perché sei tornata?” chiese. “Io qui sto bene, mi sento protetta”.
Pilar aveva spesso immaginato come sarebbe stato l’incontro. Nonostante fosse appagata dalla vita che si era costruita, nonostante fosse stata fedele a quella spinta che l’aveva portata a sperimentare se stessa, sentiva nel cuore il vuoto della separazione.
“ Ombra, ti vorrei avere ancora accanto come quando eravamo bambine. Saresti dovuta venire con me, saresti stata felice”.
“Ti ho lasciata andare perché la mia paura era più grande dei tuoi sogni. Era l’unico modo per non tenerti bloccata in questo posto che non ti rappresenta”, l’ombra le accarezzò i riccioli castani che le ricadevano sulle spalle e le diede un bacio sulla fronte. “Non hai bisogno di me per andare avanti. Io esisto, perché qui conservo il ricordo di chi sei stata”.
Pilar trattenne i singhiozzi.
“Come potrò lasciarti, ora che ti ho ritrovata?”.
“Lo hai già fatto una volta”, replicò l’ombra con dolcezza. “Sei sempre stata la più coraggiosa”.
Pilar sentì un calore palpabile attraversarle il corpo. Capì che questo era il prezzo del distacco, e che una parte della sua anima sarebbe rimasta per sempre ancorata a Kaimarà. Si strofinò gli occhi con il dorso della mano e guardò la propria ombra un’ultima volta. Poi chiuse la porta alle sue spalle e se ne andò.

Quel giorno nel villaggio non si parlò d’altro che del suo ritorno. Pilar camminò per ore, ignorando i mormorii e gli sguardi sprezzanti della gente, e arrivò fino al terreno dei Desideri Sepolti. Provò un inspiegabile senso di leggerezza. Sorrise, Pilar, e al suo passaggio la terra prese a vibrare. In un’esplosione inarrestabile di radici e foglie, migliaia di alberi si fecero strada e crebbero a dismisura fino a raggiungere il cielo. Un profumo denso di cannella bruciata si propagò su tutta Kaimarà e i suoi abitanti che, come pecore impazzite, si misero a correre e a urlare in un delirio incontenibile. Più le piante germogliavano, più il peso dei desideri incompiuti si faceva soffocante. Se ci avessi provato! Se mi fossi buttato! Se… Quel giorno la tenda di Eira fu presa d’assalto, ma la donna non concesse ascolto a nessuno, poiché per nessuno c’era più salvezza.
Pilar, prima di dirigersi verso il Bosco, si fermò davanti alla capanna di vetro. Voleva rivedere l’uomo che tutti adoravano, colui che tutti temevano. Il Vecchio Karai non parlava più da tempo e aveva perso l’elasticità del corpo, ma conservava ancora il fuoco nello sguardo. Di fronte alle ferite insanabili del villaggio, però, si sentì vinto. Senza pensarci prese una benda e se l’avvolse intorno alle orecchie e agli occhi esausti e negli anni che gli restarono da vivere non ebbe più la forza di guardare oltre il vetro.
Pilar camminò con passo lento verso il confine senza mai voltarsi indietro. A Kaimarà calò una immensa tristezza.

8 commenti su “Kaimarà”

  1. Bello Any, attuale e calza a pennello ad ogni situazione di vita nella quale si rinuncia ai propri sogni, ai propri desideri per una sicurezza che spegne dentro piano piano. Molto molto bello😍

  2. Bellissimo e rispecchia la realtà di tante persone che hanno deciso di iniziare un nuovo percorso di vita, lontano dal proprio luogo di origine. A quando la continuazione? 🥰
    Bravissima!!

  3. Bellissimo!! 😍 Brava, un racconto che si legge tutto d’un fiato. Io mi sento un po’ Pilar…
    Non vedo l’ora di leggere il prossimo

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