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Musica

La disfida del beat italiano

GIORGIO CAVAGNARO
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Nel nostro piccolo anche noi, in Italia, abbiamo avuto un’ondata beat. Siamo tra il 1965 e il 1970, più o meno, una galassia di gruppi con frangette e vestiti colorati esce dalle cantine per tentare la fortuna negli anni dove tutto sembra possibile: roba fatta in casa e neanche malaccio, o importata direttamente dall’Inghilterra, per risparmiare. Anche le canzoni, sempre per risparmiare, sono per lo più cover, repliche in italiano di grandi successi inglesi o americani.
I nostri Beatles e Rolling Stones furono due gruppi che, con caratteristiche molto diverse tra loro (e anche dagli originali, tocca dirlo) dominarono la scena in quegli anni: l’Equipe 84, modenesi capitanati dal bizzarro e geniale Maurizio Vandelli, dotati di un decisivo pizzico di originalità in più rispetto agli altri gruppi dell’epoca. E i Rokes, calati dalla Gran Bretagna a impersonare il mito beatlesiano forti dell’accento esotico, evocativo di un irresistibile effetto Alberto Sordi americano a Roma al rovescio.
L’Equipe, dopo le solite cover iniziali, cominciò presto ad affidarsi alle composizioni di songwiters nostrani di altissima qualità come Francesco Guccini e Lucio Battisti, raggiungendo una dimensione originale di tutto rispetto, culminata nella storica “29 settembre” creata per loro dal micidiale duo Battisti-Mogol.
Shel Shapiro, altissimo frontman dei Rokes, mantenne il suo gruppo su un livello costante di qualità buona, ma più stereotipata: buone maniere, mosse sincronizzate, completi e chitarre uguali, le mitiche “Eko” a freccia create apposta per loro, repertorio musicale di sicuro affidamento.
Mentre i Rokes regalarono però il meglio di sé all’inizio della carriera, con inni generazionali come “Che colpa abbiamo noi” e “E’ la pioggia che va”, l’Equipe 84 è cresciuta negli anni, dimostrandosi alla lunga un ensemble più vivace e creativo.
Per questo la sfida del beat italiano, a nostro avviso, la vincono loro.

equipe

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