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La fotografia

SALVATORE RONGA
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Immagine Aglaja ©

Ci sono io che ti guardo.
Anche se gli occhiali sono inchiodati al naso e mascherano il piacere di averti obbligato a stare in posa per il breve intervallo dello scatto, una ruga m’indugia al centro della fronte, verticale e profetica, giacché so che scavalcherai il muretto fresco di calce dove sediamo, ti spoglierai della camicia a quadri e raggiungerai il mare.
Ti vedrò sparire dietro a un «vieni!» urlato in coda a un «che vogliamo fare?», e sorriderò di questa retorica dell’impazienza con cui eserciti il tuo diritto su di me e sul tempo ─ tanto lontana appare la fine che ci sorveglia tutti, giovani e vecchi, uomini e bestie.
Con lo sforzo di un respiro troppo timido sollevo una gamba, la piego, e il piede cerca attrito sul muretto.
Apro un libro con la speranza che mi sappia leggere e di questa fotografia che ho fatto insieme a te e che non esiste mi resta un’eco d’inquietudine, vaga, intermittente, inutile come nella ferita la lama troppo tonda di un coltello.

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SALVATORE RONGA

Nacque a bordo di un’isola nel golfo di Napoli, Ischia. Sbarcò raramente, così da poter attribuire al rollio ogni tormento esistenziale. Sperimentò varie forme di gastrite. Perse i capelli, ma non perse tempo a raccoglierli. Amò più di quanto i suoi amici sospettassero e odiò molto meno di quanto i suoi nemici avessero creduto. Venne alla luce il 13 luglio 1969 e da allora non fa che scrivere e riscrivere il suo epitaffio.

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