La geopolitica di Netanyahu

Quando Netanyahu torna al potere per il sesto mandato (dicembre 2022) per formare il governo più spostato a destra della storia di Israele, lo scenario geopolitico è caratterizzato da:
– Una Russia che da 11 mesi ha aggredito l’Ucraina ed è sempre più saldata all’Iran.
– Un Medio Oriente sotto influenza russa, con la Siria come spazio chiave.
– Un Iran rafforzato dal supporto russo, sia in Siria sia nel suo programma militare.
– Una Turchia assertiva che destabilizza i curdi, alleati de facto di Occidente e Israele contro l’estremismo jihadista.
– Gli Accordi di Abramo come nuova architettura regionale di alleanze anti-Iran, che Netanyahu vuole espandere (soprattutto verso Riad).
In breve: Netanyahu rientra sulla scena in un Medio Oriente che vede Iran, Russia e Turchia in posizioni ascendenti, mentre Israele cerca di rispondere saldandosi a USA e monarchie del Golfo in chiave di contenimento.
Cosa è il 7 ottobre 2023 se non il corrispettivo mediorientale – mosso dall’Iran – della dichiarazione di guerra di Putin alle liberaldemocrazie occidentali?
Netanyahu ha deciso non una rappresaglia ma di cogliere un’occasione geopolitica, muovendo guerra ad Hamas e al suo burattinaio; indebolendo l’asse Russia–Iran–Siria, sfruttando le frizioni tra Iran e Turchia, riportando i curdi al centro della partita, devastando le proxy iraniane (Hamas, Hezbollah, Houthi) e colpendo direttamente Iran nel suo settore più strategico, quello nucleare e militare.
In termini puramente geopolitici: Israele sotto Netanyahu ha ottenuto risultati che ridisegnano l’equilibrio regionale a suo favore, pur a costo di enormi crisi umanitarie e diplomatiche.
Se ci si pone in un’ottica geopolitico-strategica e non puramente diplomatica, si può dire che Israele dal 7 ottobre in avanti è diventato di fatto un alleato dell’Ucraina, anche se non lo ha dichiarato ufficialmente. Ecco perché.
L’Iran ha fornito alla Russia droni Shahed e tecnologie missilistiche, cruciali nella guerra contro l’Ucraina. Colpendo direttamente le infrastrutture industriali e nucleari iraniane, Israele ha indebolito la capacità di Teheran di sostenere Mosca sul fronte ucraino. Questo si traduce in un effetto indiretto ma concreto: meno capacità russa di logorare Kiev con attacchi di droni.
L’alleanza russo-siriana è stata minata dal declino del regime di Assad e dalla maggiore libertà di manovra israeliana in Siria. La Russia, già impegnata in Ucraina, ha meno mezzi per difendere le proprie pedine in Medio Oriente. La destabilizzazione delle proxy iraniane (Hamas, Hezbollah, Houthi) ha ulteriormente ridotto l’efficacia dell’asse Mosca–Teheran–Damasco.
Risultato: la Russia si trova con un fronte indebolito anche nel Mediterraneo sud-orientale, spazio in cui ambiva a consolidarsi dopo il 2015.
La convergenza obiettiva è evidente: Israele non ha mai voluto “ufficializzare” un sostegno militare all’Ucraina, per non compromettere del tutto i rapporti con Mosca (da cui dipendeva la libertà d’azione in Siria).
Tuttavia, colpendo l’Iran e ridimensionando la sua proiezione regionale, Israele ha ridotto indirettamente la capacità russa di sostenere lo sforzo bellico in Ucraina. Di fatto, quindi, gli interessi israeliani e ucraini sono allineati: entrambi hanno un nemico comune nel binomio Russia–Iran.
Si capisce dunque perché il cancelliere tedesco Merz ha detto, senza smentite, che Israele ha fatto il lavoro sporco che altri non hanno avuto il coraggio di intraprendere ed ha preferito distinguersi dalla corsa degli europei a riconoscere il problematico Stato palestinese.
Si capisce anche perché Bibi Netanyahu, primo premier nato a Tel Aviv, con due lauree conseguite al MIT ed a Harward; capitano della riserva, con un fratello assassinato dai terroristi palestinesi ad Entebbe è così odiato dai prepagati nipotini del Mufti amico di Hitler, e dai prepagati nipotini di Stalin di vecchia e nuova generazione.

3 commenti su “La geopolitica di Netanyahu”

  1. giorgio cavagnaro

    Indubbiamente la situazione geopolitica è quella analizzata nell’ articolo. Il quale però trascura il tributo impressionante di vite umane pagato in Palestina e il conseguente enorme feedback antisraeliano causato nel mondo dal furore incontenibile di Nethanyau.

  2. Riccardo Longato

    Quoto Giorgio Cavagnaro.
    Ogni Paese ha bisogno di suscitare amore e rispetto negli alleati, come dimostra la politica suicida di Trumpet – ed Israele ha purtroppo sempre avuto necessità di sforzarsi più di chiunque altro per ottenerli.
    Netaniahu ha indubbiamente ottenuto importanti risultati geopolitici, anche se la motivazione del suo accanimento va a mio avviso ricercata soprattutto nel suo tentare di rinviare/ sfuggire al processo. Ma Israele esce malamente sconfitto dalla guerra mediatica, e le conseguenze le pagheranno, anzi le stanno già pagando, tutti gli Ebrei, ovunque risiedano.

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