A seguito del ciclone Harry e delle sue distruttive mareggiate sta spopolando sui social una immagine, una figura in bronzo esile e fiera, si tratta della Nike di Kalkis che, impavida, ancorata al suo piedistallo ha sfidato entrambe le forze sinistre. Racconta della furia del mare e del forte vento che ha sventrato la costa e cambiato la fisionomia di Giardini Naxos, uno dei luoghi turistici più famosi della Sicilia orientale, racconta che e’ possibile restare in piedi dopo le intemperie, diventando in pochi giorni un simbolo di resistenza e di speranza.
Mi commuovo nel vederla, per me non è la foto di una statua qualunque, si sta parlando della mia Nike.
La prima volta che la vidi avrò avuto circa 13 anni, ero con la mia famiglia a Naxos in una sera d’estate, una di quelle sere con il venticello che ti accarezza e profuma di sale.
Si trovava al centro di uno spiazzo che la teneva lontana dal mare, tutto intorno scogli neri come la pece a darle risalto.
Mio padre ci raccontò che era stata posizionata alla fine degli anni 60 li’, su capo Schisò, in occasione del gemellaggio tra Giardini Naxos e la città greca Kalkis dalla quale si narra partirono i fondatori di Naxos e che lo scultore catanese Carmelo Mendola l’avesse pensata appunto per celebrare la fondazione della prima colonia greca in Sicilia proprio a Giardini Naxos
Rappresentava Nike, dea greca della vittoria, divinità alata mitologica rivista in chiave moderna, creata per osannare non una vittoria in battaglia contro un nemico bensì una vittoria sulla perdita della memoria di ciò che era stata la nostra storia.
Lo scultore, pur ispirandosi alla classicità della Nike di Samotracia, aveva usato bronzo e acciaio per forgiarla, forse per sconfiggere la salsedine ed il vento etneo, rendendo così la struttura leggera ed essenziale. Una figura stilizzata priva di orpelli ma ricca di movimento, con lo sguardo rivolto all’orizzonte a sancire il legame indissolubile tra Grecia e Sicilia, tra passato e presente.
Fui subito rapita da quella leggiadra creatura fatta di vento; emanava incanto, grazia ed un richiamo fascinoso al mito di antiche memorie.
Diventò fin dalla giovinezza un luogo ambito, un rifugio, meta di passeggiate con gli amici. Erano d’obbligo le foto nella piazzetta, piazzetta che oramai non esiste più perché inghiottita dal mare come la balaustra dalla quale ci si affacciava a contare i gabbiani in bilico sulla lava. La Nike alata sul suo piedistallo era una magica presenza, testimone silenziosa del primo grande amore, di baci e promesse nei tramonti infuocati, custode di segreti e lacrime notturne quando ad illuminarla erano solo le stelle e le lanterne dei pescatori.
Ogni mio viaggio in Sicilia anche da adulta contemplava almeno una passeggiata sul lungomare di Naxos per rivederla e trovare nuove angolazioni per fotografarla.
Studiando storia dell’arte al liceo classico, mi ero imbattuta nella foto della sua antenata, la più famosa Nike di Samotracia di epoca ellenistica, scolpita in marmo pregiato ed esposta al Museo del Louvre di Parigi. Immediato fu il collegamento con l’amata omonima siciliana e fatalmente nacque il desiderio di poterla ammirare dal vivo.
Fu un’emozione fortissima quando, finalmente a Parigi, sulla sommità dello scalone del Louvre, me la trovai davanti come una apparizione.
Senza fiato, la contemplai in silenzio. La statua in marmo rappresentava la divinità alata della vittoria in procinto di posarsi lieve sulla terra ed era più maestosa di quanto mi aspettassi.
Il senso dinamico del movimento dato dal panneggio del chitone leggerissimo che fascia ed evidenzia il corpo proteso, le mille pieghe scolpite sapientemente nel marmo ad accentuare lo slancio delle grandi ali spiegate, davano la sensazione che fosse investita dal vento e lo sfidasse, fiera e trionfante, regalando a noi mortali al suo cospetto un assoluto senso di libertà.
Ero stordita dalla sua bellezza ed anche se acefala e senza braccia, nella sua “perfetta” imperfezione riuscivo ad avvertire tutta la forza del suo mito. Non la paragonai alla mia Nike, a me più vicina anche per ragioni logistiche, pensai però che ero predestinata a sentirle entrambe affini e che avrei subito a vita il loro magnetismo.
Oggi, alla luce di quanto accaduto, trovo ci sia un collegamento ancora più potente tra le due statue.
La Nike di Samotracia era stata scolpita come offerta agli dei per avere protezione in mare inoltre Nike nella mitologia greca era figlia del titano Pallante e della ninfa Stige, simbolo della profonda oscurità, sembra quasi esserci un segno divino che le lega alla tragedia odierna.
Mentre la forza titanica delle onde ha eroso lo spiazzo che la circondava, lasciando solo macerie, la mia Nike è rimasta lì, in mezzo al mare, ora svetta tra gli scogli con la storia millenaria a proteggerla.
Ha acquisito oggi una sacralità, una forza simbolica di resistenza, non solo alla furia del mare ma a tutte le avversità . Sembra volerci dire di rialzarci in piedi, che la vera vittoria è questa: resistere dopo la tempesta, ricordandoci del nostro glorioso passato e dell’orgoglio di essere siculi.
In quelle ali spiegate verso il mare posso percepire tutta la fierezza del popolo siciliano, la sua fragilità, la capacità di non soccombere e di rinnovarsi.
Mi auguro di poterla raggiungere presto, in una sorta di pellegrinaggio, voglio ammirarla nella sua nuova prospettiva più naturale e suggestiva, trovo che l’essere diventata un tutt’uno con gli scuri scogli di lava le doni un fascino sacro di immortalità.
Spero che nella ricostruzione facciano tesoro del monito che la natura stessa ci ha dato, eliminare tutto ciò che è superfluo e lasciare solo l’essenziale rimanendo fedeli a ciò che siamo, con la speranza di essere migliori.
Sarebbe ora che la Sicilia risorgesse a nuova vita.

"La Nike di Kalkis" di Carmelo Mendola ai Giardini Naxos

Bellissima storia.
La riprova che contro ogni avversità si può resistere con una buona tempra. Grazie dell’ affascinante racconto.
Complimenti Marila, bellissimo pezzo!