Chi da bambino non ha mai giocato con quelle strane figurine che ipnotizzano un po’, perché oscillando con la mano, sembrano tridimensionali? Tra queste, le figurine olografiche reali racchiudono un segreto straordinario; se le tagli, ogni singola parte ha in sé l’intera immagine che si vedeva quando era tutta intera.
Edgar Morin, che come pochi nel secolo scorso ha dedicato le sue riflessioni al concetto di complessità, riprende questo principio ologrammatico, uno dei tre su cui costruisce la sua teoria, insieme al principio dialogico e a quello di ricorsività, per ragionare sul rapporto tra la parte e il tutto: su come le singole parti formino il tutto, su come il tutto ridefinisca le singole parti, e su come queste, interagendo con il tutto, lo modifichino a loro volta.
È una riflessione che prende le distanze dal Discorso sul Metodo di Cartesio, tanto influente nel modellare lo sviluppo del pensiero e della tecnica nel corso del Novecento. Secondo Cartesio, ogni elemento complesso doveva essere scomposto in elementi sempre più semplici per poter essere compreso e analizzato. In medicina, per esempio, le specializzazioni sono diventate sempre più precise: al medico generico è subentrato lo specialista, che, a sua volta, si specializza in un aspetto sempre più particolare, finendo per concentrarsi sull’elemento specifico di indagine e trascurando spesso che quella parte del corpo è in relazione con tutte le altre.
Se si perde di vista il funzionamento dell’intero organismo, poco serve curarne un frammento. È un tema, quello del rapporto tra la parte e il tutto, che affonda le radici nei secoli: in termini diversi, Plotino, Pascal e molti altri hanno scritto pagine importanti in proposito. Ma le riflessioni di Morin ci riportano a ciò che sta avvenendo ai nostri giorni, al fatto che mai nella storia dell’umanità si sono creati archivi digitali così vasti, che giorno dopo giorno si arricchiscono sempre di più, aspirando a contenere una totalità di conoscenze che nessun singolo cervello potrebbe mai possedere.
Con un semplice prompt, da questa totalità di dati si configura una risposta, la parte, determinata da calcoli statistici e da meccanismi che gli ingegneri informatici conoscono meglio di noi. Quando si legge la risposta al proprio prompt si rimane intimiditi di fronte alla risposta dell’intelligenza artificiale anche per questo motivo. È forse un pensiero complesso quello che ci viene prospettato dall’intelligenza artificiale?
Morin in più di un’occasione invitava ad avere non una testa troppo piena, ma una testa ben fatta, il che significa avere un’ attitudine a porre e trattare problemi nuovi, a superare la frammentazione tra le materie scientifiche e umanistiche unendo le conoscenze, a esercitare le capacità critiche in base ai tre principi che aveva elaborato.
Con l’intelligenza artificiale ci troviamo di fronte a data center fin “troppo pieni” e meccanismi di elaborazione che certamente sono “ben fatti”, altrimenti le risposte dell’intelligenza artificiale neanche le prenderemmo in considerazione. Ma ben fatti come? Il bambino deve essere educato e Marx osservava che anche l’educatore deve essere educato. Il funzionamento dell’IA è estremamente complesso e di certo non è questo il luogo per analizzarlo, ma gli operatori che con compiti diversi ci lavorano hanno tutti la stessa “educazione”? Da chi “sono stati educati”? Sono pagati per farla funzionare in un certo modo piuttosto che in un altro? Chi la addestra, e già questa parola incute inquietudine perché rimanda a pratiche militari, da chi è stato addestrato e per quali finalità? Politiche, di potere, di profitto?
Non credo proprio che il pensiero complesso di Morin sia un punto di riferimento per chi permette il funzionamento dell’IA. Ma forse l’evidenza più semplice è un’altra: l’IA nulla ha a che vedere col pensiero. Negli umani, quando si è svegli, il pensiero fluisce in continuazione: non lo si può mai fermare e, quando dormiamo, i sogni continuano a frullarci nella testa. Se abbiamo un problema che ci affligge, non facciamo altro che rimuginarci . L’IA funziona solo quando le scrivi un prompt. Poi per noi smette. Funziona a scatti, non ha le preoccupazioni che affliggono gli umani, pur essendo capace di simularle. Dà risposte articolate, approfondite; se la stimoliamo con le domande giuste, fa dei ragionamenti, ma chi legge le risposte legge davvero il frutto di un ragionamento complesso di cui comprende tutti i passi logici? Forse il punto è un altro: chi legge le risposte dell’IA è davvero in grado di esercitare una lettura complessa e critica di quelle risposte?
Tornando al principio ologrammatico da cui siamo partiti, possiamo trovare un punto fermo, non per giudicare l’IA, ma per capire cosa spetti a chi la usa. Prima dell’intelligenza artificiale, quando facevamo interagire un nostro pensiero con qualcosa di esterno, un libro, il parere di un amico, un’osservazione, quella “parte” veniva da una persona con una sua storia, con dubbi, con un vissuto alle spalle. Con l’IA questo non accade più. La risposta che riceviamo viene da un dispositivo che nessuna vita ha attraversato. Solo chi legge porta con sé la vita fatta di esperienza, memoria, dubbi. È un dialogo squilibrato fin dall’inizio e per questo tocca proprio al lettore considerare quella risposta non come pensiero compiuto da accogliere così com’è, ma come un elemento da far interagire con le sue conoscenze, col suo modo di essere, di ragionare. Oggi più che mai.

Immagine dell'Autore
Cartesio Edgar Morin Intelligenza artificiale
