Allora, Teo, sappi che il nonno era, purtroppo, una “schiappa di mare”. Il nipotino resta sconcertato. La definizione, riferita a un suo eroe, gli sembra quasi offensiva.
Ma esiste veramente il pesce “schiappa di mare”? Per quanto abbia frugato tra gli scaffali in internet, non ne ho mai trovato traccia. Non risulta un abitante marino così qualificato nei registri scientifici o nella nomenclatura della fauna mediterranea. Da ragazzino, mi ero convinto, invece, che la “schiappa di mare” fosse un essere misterioso che abitava nei fondali del Tirreno.
Non era un predatore; si nascondeva tra gli scogli bassi e faceva capolino solo se il cibo gli capitava proprio davanti alla bocca, mentre frugava pigramente tra l’erba muschiosa e le innocue chioccioline che si aggiravano nel suo habitat. Certamente, se il termine “schiappa” è un termine usato per indicare qualcuno non troppo abile nei suoi comportamenti, era forse un pesce che se la cavava a malapena tra le onde.
E, quindi, ritenevo che quell’appellativo potesse adattarsi anche a me. La schiappa di mare, perciò, ero proprio io. In seguito fu difficile camuffarmi, per anni, in mezzo ai tanti campioni acquatici con i quali condividevo una vita.
Era, probabilmente, una questione di imprinting mancato. Provenivo da una dinastia di nonni, padri, fratelli, tutti nuotatori e pescatori eccellenti. Forse fu proprio dal battesimo con l’acqua salata che nacquero le incomprensioni col mondo marino.
Partiamo dall’inizio. Eravamo alla fine degli anni quaranta. Di fronte alle Poste Centrali di Salerno c’era la “scalinatella” per l’accesso delle barche, una dozzina di gradini non ancora inquinati e maleodoranti come ai giorni nostri. E pure il braccio di mare interno alla massicciata dei frangiflutti era limpido e invitante. Al pigro ritmo delle “palelle” (il nome dialettale dei remi) si procedeva all’accosto, per consentire agli ospiti di sistemarsi a bordo.
Mio padre, a quell’epoca, aveva un piccolo gozzo con una vela latina e con un motore Seagull che si avviava con lo strappo della cordicella precedentemente arrotolata. Le innocenti orecchie dei bambini non potevano impunemente ascoltare le colorite imprecazioni, in stretto vernacolo, che accompagnavano la sempre difficoltosa messa in moto di quel diabolico arnese. A parte il ricorrente inconveniente tecnico, tutto il resto rappresentava, invece, un mondo incantato, nel quale si percepivano la pace e la gioia di un vivere semplice.
Il genitore, prima di avviarsi al largo, di primissima mattina o nel tardo pomeriggio, celebrava il rituale della raccolta dell’esca. A mia memoria, ce n’erano almeno di due tipi: quella di fondo e quella tremolina. Approdato a bordo, spesso con qualche amichetto o qualche cugino, venivo parcheggiato in una comoda conca tra gli scogli, dove il mare arrivava al petto. Avrò avuto cinque o sei anni, mese più, mese meno.
Mio padre aveva così tutto il tempo di zampettare dove l’acqua era bassa, con i pantaloni arrotolati al ginocchio e un capace barattolo d’alluminio legato con una cordicella alla vita. Con una pala in mano, dragava il fondo e lo setacciava, per trovare quei sottili cilindri di sabbia compatta, nei quali si nascondevano i vermi neri e grassi, un po’ piatti, che costituivano “l’esca di fondo”. A me facevano schifo e pena, ma pare che i pesci li trovassero buonissimi. Dopo di che, tutti a bordo, per sgusciare i vermi e passarli nella ciotola della segatura.
Il motore scoppiettava dirigendosi verso il largo, alla ricerca dei posti preferiti. La meta, in genere, era il vertice di un triangolo, all’incrocio tra la punta del porto vecchio, la “casina rossa” (un noto ristorante di Vietri) e Capo d’Orso perché, per dettato divino, solo lì pascolavano indisturbati i pagelli, o “luvari” che dir si voglia, oppure i polpi da catturare a strascico con la latra. Il tutto, condito nella luminosa mattinata dalle grida gioiose dei bimbi, quando il secchio cominciava a riempirsi con le prede lucenti.
Poi il comandante di bordo, in costume o in mutande o persino senza (allora non faceva gran differenza) si tuffava nel mare blu con qualche cuginetto più grande, mentre restavo malinconicamente a bordo a bagnarmi le spalle, il petto e la testa, osservando la tribù che sguazzava tra le onde fresche.
Arriviamo al dunque: ero io, l’unico che non sapeva ancora nuotare. Provavo e riprovavo nelle “zone” del lungomare, dove l’acqua era bassa e toccavo il fondo col piedino. Ma, proprio, non riuscivo a decollare. La schiappa che era in me era mortificata; mio padre non aveva però cuore di rimproverarmi troppo. Prima o poi imparerà, pensava. E’ sano, vispo e se la caverà come gli altri.
La cosa andava avanti da qualche mese. In tutte le famiglie si nasconde però sempre un perverso soggetto. Nella mia, era un fratello minore del genitore, anche lui appassionato pescatore e proprietario di una barca gemella. Uno zio pettegolo, che non si faceva mai i fatti suoi. Quando mi incontrava, non poteva mancare l’interrogatorio di rito: “Enzuccio, hai imparato a nuotare?”. Farfugliavo qualcosa sui miei progressi, ma non ero convincente. Finché il congiunto affrontò di petto mio padre. “N’giuli’, ma ti rendi conto? Tieni nu’ figlio gruossiciello che non sa nuotare. Che stai aspettando? Che vada all’università per insegnargli qualcosa?”.
Ferito nell’orgoglio, Angelo pensa e ripensa, poi ordisce una trama col suo germano. Una triste mattina, mi ritrovo a bordo con lui. Ma ancora non mette in moto, perché aspetta lo zio, che arriva trafelato alla scalinatella. Che ci farà con noi, oggi? La sua presenza è inquietante ed è in contrasto con la ferrea filosofia marinara. Mio padre sostiene, infatti, che i pescatori devono essere, tassativamente, in numero dispari. E tre sono troppi. Quindi, a pescare questa mattina non si andrà. Sarebbe blasfemia contraddire il decalogo della barca.
Lo zio e il papà avviano, con le consuete invocazioni alla Madonna di Pompei, il Seagull. Ci inoltriamo così, a buona velocità, verso il mare aperto, attraversando il varco tra i massi antistanti via Velia. Dopo un centinaio di metri, il motore viene però improvvisamente fermato e il luciferino parente mi dice perentorio: Enzu’, non senti che caldo? Spogliati tutto, leva pure gli slip -ma zio, io mi vergogno – cerco debolmente di replicare. – – Ma che dici, qui siamo tutti uomini, non c’è problema – Rosso in viso, incapace di reagire, mi denudo e mi appoggio perplesso con le manine al sedile di poppa.
Entra allora in scena, a quel punto, il perverso genitore al quale, d’allora in poi, avremmo negato quella incrollabile fiducia che aveva contraddistinto in precedenza i nostri rapporti. Cos’ha in mano il traditore? Una rotonda sfera di una “cima” bianca, quella che serve a legare i natanti al loro corpo morto nelle zone di ormeggio. Ne srotola alcuni metri, poi si avvicina all’agnello sacrificale per legargli la gomena a una caviglia. Tutto avviene così rapidamente che la memoria si rifiuta persino di ricostruire le modalità del misfatto. Lo zio mi afferra per la vita, il padre per le gambe e: uno, due e tre, vengo gettato in mare.
Il terrore mi paralizza: inizio a ingoiare tanta acqua salata che non dovrò prendere l’abituale purga di mia madre per almeno tre mesi. I due assassini intanto mi riportano a galla tirando la gomena. Mentre inizio a respirare, sento un ordine perentorio: “Nuota! Forza che ce la fai”. Annaspo e l’istinto mi porta ad assumere la posizione “a cane”. Un braccio dopo l’altro, una bevuta dopo l’altra, riesco ad avvicinarmi allo scafo e mi attacco, con tutte le forze che mi restano, a un parabordo.
Bravooo, dice quel Giuda dello zio; bravo, conferma il mio papà. Hai visto? Non era difficile. Domani ti insegniamo lo stile libero. Diventerai un ottimo nuotatore. Loro non sanno che, proprio adesso, ho deciso quello che sarò per sempre: un “pesce schiappa”, un osservatore disincantato della fauna marina che, come Diogene dal suo barile, osserverà, indifferente, la variopinta vita subacquea. E, quando lo zio e il papà si presenteranno ancora dinanzi alla sua tana, dirà loro: “Per favore, toglietevi dal mio sole. Siete solo di disturbo e, ora che ho finalmente imparato quel poco che mi serve, non mi occorrete più”.

"Pastenola bruna" o "Musdea e' funnale"
