La_sovranita_appartiene_al_popolo

La sovranità appartiene al popolo?

1991-2022: dalla preferenza unica al partito personale

La Costituzione del 1948 poggia su alcuni presupposti che non dichiara perché, al momento della sua nascita, erano evidenti. Uno è il proporzionalismo: l’idea che una società plurale debba trovare nella rappresentanza parlamentare la propria traduzione politica. Un altro, ancora più decisivo, è il partito come organo di mediazione fra la società e gli istituti della rappresentanza.
L’articolo 49 nomina i partiti, ma li nomina come un diritto del cittadino, non come organi di cui si disciplini la struttura interna. «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Il partito è dunque il cardine dato per scontato: sorregge l’arco della rappresentanza, e proprio per questo non viene descritto.
Poteva restare tacito perché nel 1946 i partiti di massa non erano un’ipotesi da garantire: erano la realtà, gli autori stessi della Carta, la forma concreta dell’intermediazione politica. Erano radicati in blocchi sociali, organizzavano appartenenze, elaboravano contenuti, selezionavano classi dirigenti, disciplinavano il conflitto.
La Costituzione poteva non dire che cosa fosse un partito perché il partito esisteva già. Era il ponte fra popolo e istituzioni. Era il luogo in cui la domanda sociale veniva assorbita, elaborata e restituita in forma di rappresentanza.
Il 1993: un referendum contro la partitocrazia
Quel mondo cominciò a cedere fra il 1992 e il 1994, quando il sistema dei partiti della Prima Repubblica si sgretolò: c’era stato il Muro di Berlino con la “svolta” del Pci, poi Tangentopoli, l’inchiesta Mani pulite, la delegittimazione della partitocrazia, la dissoluzione della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista.
Il segnale era arrivato già prima. Il 9 giugno 1991 il referendum promosso da Mario Segni aveva ridotto da molte a una le preferenze esprimibili per la Camera. Due anni dopo, il 18 aprile 1993, un secondo referendum abrogò la disposizione che sorreggeva l’impianto proporzionale della legge elettorale del Senato, trasformandolo in senso maggioritario. Votò sì l’82,7%. Il Parlamento recepì l’esito con il Mattarellum – le leggi 276 e 277 del 1993 –: tre quarti dei seggi in collegi uninominali maggioritari, un quarto con metodo proporzionale.
La motivazione era apertamente una diagnosi della crisi dei partiti, e il maggioritario ne fu presentato come la cura. Restituire ai cittadini la scelta diretta di chi governa; spezzare il monopolio dei partiti sulla formazione dei governi per via di contrattazione post-elettorale; ripristinare alternanza e responsabilità. «Chi vince governa» contro «i partiti decidono dopo».
La riforma individuò una malattia reale e ne sbagliò il soggetto. La crisi dei partiti non era soltanto una crisi di una formula elettorale – il proporzionale che lasciava mercanteggiare i partiti – era una crisi del partito come organo di intermediazione.
Il referendum agì sul primo assioma, sostituendo il maggioritario al proporzionale, credendo di guarire ciò che riguardava il secondo. Curò il sintomo – l’instabilità, la contrattazione – e lasciò intatta, anzi accelerò, l’atrofia dell’organo.
Naturalmente il maggioritario non fu la causa unica di questa trasformazione. La crisi dei partiti di massa veniva da più lontano e riguardava, in forme diverse, tutte le democrazie occidentali: la fine delle grandi appartenenze ideologiche, il mutamento del lavoro, la personalizzazione della politica, la crescente distanza fra decisione nazionale e vincoli sovranazionali. Ma in Italia la risposta referendaria ed elettorale ebbe un effetto specifico: non ricostruì l’intermediazione, la sostituì con un dispositivo istituzionale.
Il crollo della partecipazione
Se il maggioritario avesse davvero riavvicinato i cittadini – questa era la promessa – la partecipazione avrebbe dovuto crescere, o almeno stabilizzarsi. È accaduto l’opposto.
Alle elezioni politiche per la Camera l’affluenza è passata dall’86,3% del 1994 al 63,9% del 2022: circa ventidue punti in meno. Il primo anno sotto l’80% è stato il 2013; la caduta più brusca si è prodotta fra il 2018 e il 2022. Il dato del 2022 è il più basso della storia repubblicana; fra i grandi Paesi dell’Unione, soltanto le legislative francesi – che però seguono e dipendono dall’elezione presidenziale – registrano affluenze inferiori.
Il dato non prova da solo il fallimento del maggioritario. L’astensione è un fenomeno complesso, che dipende da molte cause: trasformazioni sociali, sfiducia nelle istituzioni, impoverimento delle appartenenze, crisi dei corpi intermedi, mutamento dei linguaggi politici. Ma segnala con chiarezza che la promessa di riavvicinare i cittadini alla decisione politica non si è realizzata.
Va registrato anche il valore assoluto, perché è quello che la percentuale tende a occultare: in trent’anni qualcosa come undici-dodici milioni di cittadini hanno lasciato il corpo elettorale attivo. Un dato che non va ridotto a una generica disaffezione. È anche il ritiro di una domanda di rappresentanza che non trova più un soggetto capace di raccoglierla.
Chi non vede la propria posizione recepita, elaborata e restituita in forma di offerta politica non migra necessariamente verso un altro partito. Sempre più spesso esce. La cura, quantomeno, non ha guarito il sintomo che si riprometteva di guarire; e proprio il meccanismo dell’uscita sta a indicare che lo abbia aggravato.
Il partito personale
La cornice maggioritaria non ha rigenerato i partiti: ne ha selezionato una specie nuova. A pochi mesi dal referendum del 1993, nel gennaio 1994, nasce Forza Italia, il prototipo del partito personale: un partito che è proiezione di un leader e macchina elettorale, costruito per la competizione maggioritaria, privo del radicamento sociale del partito di massa.
Ciò che nasce come eccezione diventa, nell’arco di trent’anni, la norma. Quasi tutte le formazioni convergono verso la forma personale, anche quando conservano nomi, rituali o residui organizzativi di partito tradizionale.
I suoi tratti sono la negazione dell’osmosi. L’identità non sale dagli iscritti verso il vertice, discende dal leader verso la base; la fedeltà sostituisce la deliberazione; il consenso interno è acclamazione, non formazione. L’ideologia non è più la robusta visione del mondo del partito di massa, radicata in un blocco sociale e nelle sue condizioni materiali, ma un marchio identitario, un’insegna che distingue il prodotto sullo scaffale.
E il «metodo democratico» dell’articolo 49 è stato letto più spesso come ripudio della conquista violenta del potere, e quasi mai, nel senso della democrazia delle organizzazioni. Per questo, nessuna legge ha disciplinato in modo effettivo la vita interna dei partiti. Finché i partiti erano organismi collettivi reali, il vuoto poteva sembrare tollerabile. Quando diventano proiezioni personali, quel vuoto si è di fatto trasformato in una crepa costituzionale.
Le preferenze, cartina di tornasole
Se si cerca il punto in cui il tramonto del partito come luogo dell’intermediazione diventa visibile a occhio nudo, lo si trova nella sorte della preferenza.
La preferenza è l’ultimo gesto con cui l’elettore sceglie la persona e non soltanto il simbolo: il solo punto della procedura in cui la base può scegliere un nome in modo difforme dalle attese del vertice. Toccarla significa toccare il cardine.
La si è toccata due volte, e sempre in nome di un bene superiore. Nel 1991 il referendum sulla preferenza unica la ridusse a una, con la narrazione della moralizzazione: le preferenze, si disse, alimentavano il voto di scambio, il clientelismo, le «cordate» di candidati; erano lo strumento attraverso cui la corruzione catturava i voti.
La premessa aveva un qualche fondamento. Ma il rimedio attivò un processo. Sotto giustificazioni via via diverse – non più la moralizzazione, ma la governabilità e la stabilità – si giunse nel 2005 alle liste bloccate del Porcellum, dove la preferenza sparisce del tutto: il parlamentare non è più scelto dall’elettore, ma collocato in lista dal vertice; «nominato», più che eletto.
La Corte costituzionale censurò quel meccanismo con la sentenza 1/2014, in nome del voto personale e diretto. Ma il vizio è sopravvissuto, sia pure in forme attenuate, nelle liste bloccate corte del Rosatellum tuttora vigente. E va notato che il Porcellum era una legge proporzionale, sia pure con premio: l’espropriazione della scelta ha attraversato indifferente il confine fra maggioritario e proporzionale. Segno che la sua radice non sta nella formula elettorale, ma nello stato del partito.
Ecco perché la preferenza è una cartina di tornasole. La giustificazione è sempre tecnica o morale – combattere la corruzione, garantire competenza o equilibrio, assicurare governi stabili – ma l’effetto è invariante: la selezione del rappresentante migra dall’elettore all’apparato.
E in un partito personale l’apparato è il leader.
Il deputato risponde così verso l’alto, a chi lo ha messo in lista, non verso il basso, a chi avrebbe dovuto sceglierlo. È la morte dell’intermediazione fatta procedura: il partito cessa di essere il luogo in cui i rappresentati scelgono e plasmano i propri rappresentanti, e diventa il luogo in cui il capo distribuisce i seggi.
Governi forti scelti dal popolo, parlamentari deboli scelti dai capi.
Tutto quello che comporta
Da qui discende una catena di conseguenze che si tengono l’una con l’altra.
La prima riguarda le coalizioni. Visto che il partito non produce più contenuti condivisi dal basso, l’unico collante disponibile torna a essere la convenienza. Non a caso si attende spesso di conoscere la legge elettorale per decidere se e come aggregarsi. Il rapporto causale si capovolge: non è la coalizione sociale e politica a cercare una forma elettorale adeguata; è la regola elettorale a generare la coalizione.
Il bipolarismo che ne risulta non è allora il riconoscimento istituzionale di una società già divisa in due grandi campi. È un artefatto calato su una società oggettivamente plurale. Riduce a due le alternative realmente percorribili, ma non elimina le domande che restano fuori e che spesso si autoescludono.
La seconda conseguenza è che questo tipo di domanda rientra periodicamente da una porta laterale. L’outsider che sfonda – il caso dei 5 Stelle ne è stato l’esempio più evidente – non è un accidente esterno al sistema, ma il ritorno di ciò che il sistema non ha saputo rappresentare.
La terza conseguenza riguarda il Parlamento. Una coalizione costruita sul nucleo minimo della convenienza è fragile; una discussione parlamentare autentica ne farebbe riemergere le contraddizioni. L’esecutivo è perciò spinto, se non costretto a comprimere la funzione legislativa: maxiemendamenti, questione di fiducia, decretazione d’urgenza.
Così l’assemblea scivola progressivamente da organo deliberante a macchina di ratifica. Non perché il Parlamento venga abolito, ma perché la sua funzione si restringe. La rappresentanza resta in piedi come forma, mentre si indebolisce come luogo effettivo di mediazione e decisione.
L’espropriazione della sovranità
Conviene allora dire con nettezza dove porta l’intero percorso.
L’articolo 1 della Costituzione stabilisce che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Trent’anni di riforme, ciascuna giustificata da un bene circoscritto – la moralizzazione per la preferenza, la governabilità per il premio, la stabilità per le liste bloccate – hanno progressivamente trasferito l’esercizio di quella sovranità dal cittadino agli apparati, e dagli apparati ai leader.
Non sospendendo le forme: le forme reggono. Svuotandole.
Il cittadino vota ancora, ma non sceglie i propri rappresentanti; sottoscrive sempre meno il contenuto, i programmi; di fatto partecipa a una competizione in cui il vincitore può governare sul consenso attivo di una minoranza degli aventi diritto (basta un 28%). La sovranità è formalmente conservata ma sostanzialmente espropriata.
Ne restano due profili, che sono i due modi prevalenti in cui una sovranità espropriata si manifesta.
Il primo è il rifiuto: l’astensione, gli undici-dodici milioni che escono. Chi non trova più uno strumento non protesta, si ritira. È il profilo passivo, il sovrano che abdica.
Il secondo è la tifoseria: chi resta, privato del potere di scegliere le persone e di plasmare i contenuti, non delibera più, parteggia. Il consenso si riduce a identificazione con un’insegna e un nome: adesione, applauso, appartenenza. È il sovrano ridotto a spettatore che fa il tifo.
Rifiuto e tifoseria sono la stessa espropriazione vista da due lati. Il cittadino che non può più esercitare la sovranità la congela nell’assenza oppure la spende come tifo.
In ogni caso, il partito personale è e resta, a un tempo, causa e beneficiario del meccanismo, perché non ha bisogno né di iscritti che deliberano né di elettori che scelgono le persone. Gli basta un pubblico che si riconosca in un nome.
La Costituzione, intanto, resta intatta alla lettera mentre il suo primo articolo si svuota nei fatti. È la forma più compiuta di «hackeraggio» di una Carta, perché non richiede di emendare nulla: chiede soltanto che il popolo smetta, un passo alla volta, di poter fare ciò che le forme continuano a dire che fa.
Resta un ultimo passaggio, che appartiene ormai a un’altra fase: i social. Lì la sovranità sottratta alla rappresentanza sembra tornare in forma diretta, immediata, senza mediazioni. Ogni cittadino può – o si illude di potere – esercitarla da sé. Ma è forse proprio lì che l’espropriazione si compie in modo ancora più radicale.
Questo, però, è un altro discorso.

 

 

1 commento su “La sovranità appartiene al popolo?”

  1. Felice Ancora

    È un articolo molto intelligente, specie dove si sofferma sulla debolezza delle coalizioni.
    Solo un ritorno al proporzionale o a qualcosa che vada in questa direzione, e solo un ritorno alle preferenze, può aiutare qualche novità tra i partiti ( consentire la nascita di nuovi)

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