A scendere dalla silenziosa frazione in cui abito, non serve illuminazione, sul finire del giorno: un giorno incerto, tra pioggia e sole.
Il cielo, sempre più azzurro nel pomeriggio, si riempie ad ogni curva di nuvoloni neri: alcuni, fermi sulle alture, sono poggiati come berretti fuori stagione sulle chiome insofferenti dei lecci; altri, di passaggio sugli ulivi – che ancora non è il momento di brucare – si infilano nelle reti, avvolte sotto le chiome cangianti.
Scendo piano, curva dopo curva, abbasso il finestrino per annusare il sentore di umido, sentire il suono sincopato dell’acqua di torrente che mi accompagna per un tratto.
L’aria calda e ferma non promette nulla di buono: bene ho fatto a lasciare la bicicletta per l’auto, nonostante non ami guidare. La luce si alterna al buio incombente con sprazzi intensi di giallo, sparato dal sole al tramonto sul mare, di sbieco, verso i tetti delle case.
Mi aspetta una cena con due amiche d’infanzia: un anno a separarci, in scala, io la più vecchia, un numero che non riconosco ancora mio, ribadito dal compleanno recentissimo. È stato bello: auguri, pensieri, ricordi, espressioni diverse di affetto, anche inattese, gratificanti.
Le chiacchiere davanti alla pizza intrecciano i fili illogici dei ricordi che sbucano indistinti per una, precisi per l’altra, assenti per l’altra ancora. A turno.
Eravamo così piccole! Ci siamo viste crescere, un anno dopo l’altro, io la meno costante, nonostante la mia indole; inquieta, nonostante le apparenze; distratta da una miopia che a lungo gli occhiali non hanno corretto.
Del mare poco distante si sente appena il fruscio sommesso sulla battigia. Lo andiamo a vedere, una passeggiata che è un rito. Torniamo verso le nostre case e mi sembra di vivere in una pagina della storia che ho scritto, ambientata qui, dedicata a questo nostro luogo.
Ciao, alla prossima. A presto.
Risalgo in auto e ripercorro il tragitto nel buio della sera inoltrata.
Vado piano: l’attenzione è alta perché di notte la miopia è un intralcio; tengo i fari bassi sulla strada, intenta a guardare che dai cigli non sbuchi qualche animale selvatico.
Vado sicura, però, e tranquilla: una sensazione di fiducia, di pienezza, di padronanza di me e delle mie capacità mi avvolge nitida come poche volte mi è capitato.
Guarda – mi dico – dove sono ora, dove voglio essere ora, dove vorrò andare domani quando guarderò (spero) il sole sul mare. Disegnerà una strada come quella della notte di luna lucente che mi era sembrata giusta. Vedi – mi dico – non ho sbagliato strada.


Bei pensieri serotini e pace con sé stessi, quasi un en plein. Congrat
grazie!
La strada della luna è la stessa di quella del sole 💕
Sì! 😉
Bello come al solito.
… e leggo solo ora il tuo commento, grazie Federico.
Leggere questo bel racconto è sentirsi pacificati.
ma grazie, che bella cosa che hai scritto.