Sento il telefono squillare ripetutamente, ma io sono morto. Non posso muovermi, però ascolto tutto ciò che succede intorno a me. È una nuova sensazione, un sentire quasi onirico. No, anzi, fuori dallo spazio, non dal tempo. Sono presente, morto, ma presente. Garcia Marquez ha utilizzato in molti racconti questi morti pensanti come se con la morte si acquisisse una maggiore capacità di vedere, sentire, capire.
Io sono morto. Non posso vedere, non posso capire, ma, inaspettatamente, sento. Non posso capire, tuttavia, incredibilmente, penso. Il telefono continua a squillare. Alexa ha smesso di ricordarmi la sveglia delle 7. Io ho smesso di muovermi, alzarmi dal letto, mangiare lo yogurt con la banana, lavarmi, rifare il letto, scegliere i vestiti dentro l’armadio bianco, indossarli, uscire.
Eppure, non ho smesso di pensare e di ascoltare. Ora il telefono non squilla più. Continuo però a sentire i rumori della mattina: gli operai che lavorano in un appartamento del primo piano, la proprietaria del piano di sopra che, al telefono, discute con il suo fidanzato, i rubinetti che gorgogliano, le lavatrici che centrifugano, un neonato che piange, un cane che abbaia a intervalli regolari.
Penso di essere steso sul letto, morto nel sonno, ma potrei anche essere steso sul pavimento. Stecchito. No, non è il termine esatto. Perché ricordo che la definizione è errata? Perché ricordo? Stecchito vuol dire secco, magro, anche se, in senso volgare, si usa per indicare un morto. Perché lo ricordo? Che cavolo di morto sono? Dunque, in che cosa consiste la morte?
Suona il campanello. Bussano alla porta. Sento distintamente delle chiavi che tentano di inserirsi nella serratura, ma ci sono le mie chiavi inserite che impediscono l’agevole apertura. Dovranno, per forza, chiamare un fabbro. Mi dispiace. Guarda tu quanti problemi che sto creando da morto. Io che ho trascorso tutta la mia vita a cercare di risolvere i problemi degli altri.
Sento di nuovo rumori e voci vicino alla porta. Chissà perché mi si presentano, chissà come e chissà da dove, altri ricordi: il giorno del mio compleanno mia figlia sarebbe dovuta partire da Parigi ma restò bloccata fuori la porta di casa. Forse ora è lei che sta cercando di entrare. Io sono morto. Spero di essere almeno presentabile. Quanti brutti morti si vedono in giro. Chissà se sono vestito. Spero di indossare quel bel pigiama di seta bordeaux a righe, di non avere la bava alla bocca, e neanche un’espressione sofferente e neppure triste.
“Nonno, nonnino! Oddio! È morto!”. Come nonno? È la voce di una signora, perlomeno trentenne. Dunque, se è mia nipote io quanti ho da morto? Novanta, novantadue? “Mamma, nonno è morto! Non respira, il cuore è fermo! Mamma sono un medico. Lo saprò capire se una persona è morta. Sì, certo, chiamo il medico legale”. E così è un medico. Chissà se mi ha curato lei in questi anni (quali anni, quanti anni?). Quando era bambina mi riempiva di cerotti, mi misurava la febbre, mi poggiava il ghiaccio sulle ginocchia, una pezza bagnata sulla fronte.
Altre voci. La vicina colombiana, il vicino abruzzese (ma è ancora vivo?), alcuni colleghi (ma io dovrei essere in pensione da un bel po’). Senti, senti: “com’era bravo, soprattutto buono, ma quanto era simpatico”. Io sono sicuro, però, che qualcuno di loro avrebbe voluto vedermi morto già parecchi anni prima. Un prete sta pregando. Mia nipote, al contrario della madre, è religiosa, seriamente religiosa.
Poi, all’improvviso, torno ad essere solo. Niente voci, niente rumori. Nessuna benedizione, nessun elogio e nessuna elegia. Cazzo! Sono morto davvero!
Squilla il telefono. Apro gli occhi. Rispondo: “Amore, dormivi?” Sì. “Cosa stavi sognando?” Non ricordo.

Immagine di Giovanna Nuvoletti
