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Poesia

Le nuove poesie di Anna Toscano

GIOVANNA NUVOLETTI
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Sì, Anna Toscano, con le sue nuove poesie, ci parla proprio di morte. Ci canta, con voce sapiente, e precisa degli ultimi istanti di persone a lei note e care, oppure, a volte, ignote; anche il proprio ultimo istante, ma con esitazione. Per scrivere certi versi ci è voluta una forza immane e una fonda intimità con la fine – anche per leggerli, forse.
Anna ha voce muscolare e pietosa, statuaria e leggera.
Anna ha il coraggio di guardare la morte negli occhi, e la tenerezza giusta per accompagnare ogni morente con una carezza. Ha maestà e ironia, ha potenza di pensiero e leggerezza di tocco.
Anna non ci consola della fine che tutti faremo, anzi ci spinge a alzarci in piedi, affrontarla, sorriderle – cantarla con lei. Sa che la morte non ci lascia mai, che durante tutta la vita è in attesa – ma sa anche che ci presta il momento in cui noi saremo di più noi stessi. Nella laguna, caduti in casa, nella vecchia pelle, nel nostro letto, al banco di un pastificio, da soli, o con la mano stretta da chi ci ama, sulla poltrona di cuoio… fissati nell’attimo definitivo, per sempre. Noi, come sempre.

“C’era sempre la morte
a tavola con noi
fissava mia nonna
le girava intorno”

Eppure, si tratta di morti affabili, simpatici, accoglienti – ci sembra di averli assistiti tutti, sino alla fine, che siano nostri parenti, amici diuna vita. Non c’è da aver paura, sono poesie senza abissi disperati, persino luminose. Si può leggere lo smilzo libretto sereni, con un leggero sorriso, e una piccola lacrima. Parla d’amore – e poi forse morire è bellissimo.

“Il tuo vecchio corpo è rimasto
sulla poltrona prediletta
quella della lettura, dei pensieri, delle conversazioni”

Un libro da tenere sul comodino, là dove ci è più facile da raggiungere. Non si sa mai.

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GIOVANNA NUVOLETTI
GIOVANNA NUVOLETTI

Sono nata nel 1942, a Milano. In gioventù ho fatto foto per il Mondo e L’Espresso, che allora erano grandi, in bianco e nero, e attenti alla qualità delle immagini che pubblicavano. Facevo reportage, cercavo immagini serie, impegnate. Mi piaceva, ma i miei tre figli erano piccoli e potevo lavorare poco. Imparavo. Più avanti, quando i ragazzi sono stati più grandi, ho fotografato per vivere. Non ero felice di lavorare in pubblicità e beauty, dove producevo immagini commerciali, senza creatività; ma me la sono cavata. Ogni tanto, per me stessa e pochi clienti speciali, scattavo qualche foto che valeva la pena. Alla fine degli anni ’80 ho cambiato mestiere e sono diventata giornalista. Scrivevo di costume, società e divulgazione scientifica, per diversi periodici. Mi divertivo, mi impegnavo e guadagnavo bene. Ho anche fondato con soci un posto dove si faceva cultura, si beveva bene e si mangiava semplice: il circolo Pietrasanta, a Milano. Poi, credo fosse il 1999, mi è venuta una “piccolissima invalidità” di cui non ho voglia di parlare. Sono rimasta chiusa in casa per quattro/cinque anni, leggendo due libri al giorno. Nel 2005, mi sono ributtata nella vita come potevo: ho trovato un genio adorabile che mi ha insegnato a usare internet. Due giovani amici mi hanno costretta a iscrivermi a FB. Ho pubblicato due romanzi con Fazi, "Dove i gamberi d’acqua dolce non nuotano più" nel 2007 e "L’era del cinghiale rosso" nel 2008, e un ebook con RCS, "Piccolo Manuale di Misoginia" nel 2014. Nel 2011 ho fondato la Rivista che state leggendo, dove dirigo la parte artistico letteraria e dove, finalmente, unisco scrittura e fotografia, nel modo che piace a me.

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