È facile dare un calcio al pallone, più difficile scriverne le regole. Che strada sta imboccando the English game? Parlo del gioco del calcio, quello in cui le squadre avevano un’identità legata al territorio e i giocatori restavano abbastanza a lungo da diventare qualcosa di più di semplici dipendenti in trasferta. Oggi capita invece che un calciatore sia idolatrato una stagione e insultato quella successiva perché ha cambiato maglia. Viene da chiedersi che cosa si tifi davvero. Il club? I giocatori? La maglia? Si dice che si tifi la maglia. Sarà poi così? Il calcio è diventato una delle industrie dell’intrattenimento più redditizie del pianeta, e quando un’attività genera quantità crescenti di denaro, la tentazione di produrne ancora di più diventa irresistibile. Così il gioco si adatta alle esigenze del mercato globale. Si cercano nuovi pubblici, nuovi sponsor, nuovi eventi, nuovi format. Le partite si spostano dove ci sono più soldi. I calendari si allungano. Le competizioni si moltiplicano. Perfino la grammatica del gioco cambia.
Il modello verso cui il calcio si sta lentamente avvicinando è quello americano: una concezione dello sport costruita sulla frammentazione del tempo, dell’attenzione, dell’emozione in cui le interruzioni non sono un inconveniente da tollerare, ma sono strutturali, perché il sistema ha bisogno di quegli spazi per vendere. La cultura sportiva americana, costruita attorno alle pause pubblicitarie e alla spettacolarizzazione del gioco, sta esercitando una crescente influenza anche sul calcio.
Il Mondiale 2026 che si gioca negli Stati Uniti, in Messico e in Canada in piena estate è il contesto ideale per introdurre e rendere obbligatorio l’Hydration Break, a causa del caldo. È giusto che i giocatori in quelle condizioni prendano una pausa. Si poteva però organizzare il torneo in situazioni ambientali che non richiedevano interruzioni a tutela della salute dei giocatori, perché le partite con queste modalità cambiano fisionomia.
Sul campo, i quattro tempi di fatto prodotti dalle interruzioni obbligatorie modificano tattiche e strategie: allenatori e giocatori si regolano di conseguenza, il gioco diventa più calcolato, più gestito, meno esposto all’imprevisto.
Sugli spalti e davanti agli schermi lo spettatore tende a cambiare le abitudini: gli spot tra un tempo e l’altro gli permettono di prendere una pausa, di distrarsi, di allentare la tensione, ma questo non significa che non avverta un disagio. Il flusso ininterrotto dei quarantacinque minuti nei due tempi, che per oltre un secolo ha rappresentato una delle caratteristiche distintive di questo sport, viene spezzato, e con esso si annacqua il piacere di vedere la propria squadra vincere o perdere.
Il calcio europeo del Novecento era costruito sull’ininterrotto. Due tempi in cui il battito cardiaco non si placava. Gli americani sono probabilmente abituati a vivere lo sport in altro modo. Ma gli europei, soprattutto quelli che hanno vissuto il calcio del secolo scorso, no. Le nuove generazioni tiferanno in modo diverso dai loro padri? Il gioco ha ancora qualcosa che il modello americano non riesce ad assorbire del tutto? La partita è già decisa? Chissà…

Hydration break

Chissà cosa avrebbero detto Gianni Brera e Maurizio Mosca…
Ma sappiamo cosa ha detto Fellini. La partita di calcio non è un film, non è un’opera d’arte, ma per tanti aspetti è un flusso di emozioni…