Lo spuntino del duca

Quando fui ammesso al tempio napoletano, restai quasi intimidito dalla solennità dell’ambiente, la Banca Commerciale di Via Toledo, la grande sala detta “pompeiana”, quella della condirezione di una sede finanziaria tra le più illustri della città.
Mi assegnarono il tavolo di sinistra: un fratino di legno nero, i piedini torniti, gli intagli accurati primo novecento. Non s’era badato a spese, quando si era costruita la mobilia, nel secolo precedente: il falegname s’era dato da fare. E poi, niente fili sospesi, niente video e tastiere ingombranti, poche carte in giro.
Che classe, che aspetto austero. Di fronte a me, un discolo di nome Claudio; appena un po’ raggrinzito, dietro la monumentale sua posizione centrale, dominava invece il duca Carlo.
Mi squadrò subito con gli occhietti vigili, mi prese le misure. Appena decise che potevo essergli simpatico, fui per lui solamente “Vicenzino”, come il mio dirimpettaio era invece per lui soltanto “Claudiuccio”.
Durante la giornata, convissero d’allora in poi nello stanzone rosso tre stili di lavoro abbastanza diversi tra loro: quello meneghino di “Vicenzino”, il partenopeo-pirotecnico di Claudio, il liturgico del gentiluomo di antico lignaggio.
Dai condirettori più giovani non veniva però quasi nessuno; alla postazione del duca conveniva invece un’ininterrotta processione di fedeli, anche solo per rendergli omaggio. Chi gli esternava per ore i problemi con gli armatori di Monte di Procida; gli operatori in titoli gli fornivano le consulenze sugli investimenti da effettuare; un collega, il principe S. srotolava con convinzione documenti e pergamene sul tavolone per ricostruire l’albero della sua famiglia, verificando i millesimi di nobiltà col suo maestro decano.
Il mondo della Comit di allora aveva quelle nicchie di personaggi fuori dal tempo, ed era comunque un privilegio farne parte.
E poi, quando nella anticamera della direzione troneggiava un autentico Caravaggio, “Il martirio di Sant’Orsola”, benedicevi il momento che ti aveva fatto approdare in quella storica azienda.
Di tanto in tanto c’era la telefonata misteriosa del duca con qualcuno tra gli innumerevoli suoi affittuari, e allora cominciava il gustoso show (la mamma non è in casa? Chiamala, caro… Signora, l’idraulico è arrivato? Ah, che pazienza ca ce vo’…). Tralasciamo i siparietti familiari: la duchessa lo intimidiva con le sue continue chiamate, i figli lo pressavano con richieste di denaro e assistenza… Carlo sbuffava piano, alle prese con veri o immaginari problemi finanziari.
Tuttavia, come tutti i grandi signori, appariva (ed era) appena parsimonioso, e questo aspetto del suo carattere ci divertiva moltissimo.
L’ho presa alla lontana, per raccontare un simpatico siparietto, che non è frutto della fantasia di chi scrive, ma risponde al vero, anche se può sembrare uscito dalla fertile penna di un Marotta.
Qualche anno prima il duca aveva subìto un ardimentoso intervento all’anca a New York: da allora era claudicante, menomazione che nulla toglieva all’aristocratico suo portamento.
Anche per non farlo stancare, lo prendevano perciò sottobraccio, Claudio e Vincenzino, per fare con lui la piccola colazione, nell’intervallo, da Augustus. Per chi non lo sapesse, nella seconda sala di quel notissimo bar pasticceria napoletano, subito dopo il bancone del caffè, si spalancava un ampio locale, nel quale servivano quasi esclusivamente primi piatti, che sembravano (ed erano) molto saporosi.
Appena entrati, il nostro amico si rivitalizzava di colpo. Il precedente passo incerto diventava un passo di carica.
Ignorata con fastidio la postazione del cassiere (si faceva spesso alla romana, ma il compito di mettersi in fila per pagare era cosa plebea e toccava ai due accompagnatori), si precipitava verso il cameriere chiedendo, già a distanza, la specialità del giorno: “cosa c’è di buono oggi, caro? Pasta e ceci… Ottimo”.
Quindi: “Vicenzi’, Claudiuccio, la volete pasta e ceci? Cameriere: tre mezze porzioni. Abbondanti!”.
La frase finale era diventata il leit motif della nostra abituale frequentazione. “Scarpariello? Magnifico! Caro, tre mezze porzioni… abbondanti!”, e così via. Ovviamente, dopo qualche mese, ci avevano notati tutti, avventori e gestori di Augustus.
E così, un bel giorno, alla inevitabile uscita dell’indimenticabile Carlo (“Stelline con lenticchie? Splendido! Tre mezze porzioni…abbondanti!”), uno sfrontato cameriere ebbe l’ardire di replicare causticamente “Duca, scusate, ma almeno una volta non potreste ordinare tre porzioni intere, nu’ poco scarsulelle?”.
All’uscita dal bar, il nostro mentore commentò gelidamente “Hai capito che scustumato, stu’ guaglione… Vuol dire che da Augustus non ci veniamo più; oggi hanno perso tre clienti”.
Caro e inimitabile Carlo. Mi mancano quelle amicali frequentazioni quotidiane, mi manca il palazzone Colonna Zevallos di Via Toledo.
Soprattutto, dopo tanti anni, mi accorgo che mi manchi tu.

 

 

 

 

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