Northampton, 12 dicembre 1982
Oggi mi è scesa una lacrima. Io non avevo fatto nulla. Non mi ero commossa né intristita. Non pensavo, non ricordavo. Ero seduta, lontana da me. La lacrima è nata da sola, ha accarezzato la pelle, è scesa già lungo la guancia e si è fermata vicino alle labbra. Volevo assaggiarla. Speravo sapesse di menta. Oppure di panna. Magari di tabacco. Ma la bocca non voleva saperne di aprirsi. La lingua era immobile. Per quanti sforzi facessi sembrava incollata al palato. Ho provato a imitare i movimenti di un pesce. Non è successo nulla. Era come se non avessi più la mandibola. Mi stavo pietrificando.
Allora mi è tornata la rabbia. L’ho sentita salire dalla pancia, lenta e tenace, come se fosse stato un trapano che mi bucava lo stomaco. Io posso fare tutto quando si impossessa di me: incendiare una tenda, cominciare ad urlare, piangere come un neonato che ha fame e vuole il latte. Picchiare la mamma, spaccarle una sedia addosso. L’ho fatto, un giorno, al compleanno di papà: mi hanno fatto ricoverare.
Per due settimane mi hanno tenuta sdraiata su un letto, ero legata. Giorno dopo giorno mi hanno parlato addosso. Schizofrenica, isterica, malata, posseduta, che ne so. Le loro diaboliche diagnosi. Io no, non volevo sentire. Mi sono rannicchiata dentro, dove nessuno poteva entrare. Sono scivolata nel tunnel. Vabbè, erano tanti anni fa. Ho cambiato diverse cliniche. Sono rimasta nel tunnel. Ho imparato a essere buona, come vogliono. Una santa ottusa che non crea problemi. Nessuna scenata, nessun grido. Mi guardo da lontano e taccio.
Però ora sono proprio strana. Le forze mi mancano. Il corpo sembra duro, le ossa non rispondono, il braccio non si muove, non riesco nemmeno a prendere un bicchiere d’acqua. Sarà che sto diventando vecchia. Sarà che mi hanno costretto a non avere desideri. Invece questa lacrima proprio volevo assaggiarla. Era tanto che non ne incontravo una. Ma è sempre la stessa storia, quando mi piacerebbe fare qualcosa si presenta un ostacolo insormontabile. Maledetta bocca, cosa ti è preso? Così, ho lasciato andare via la mia testa curiosa. Quando vuole si stacca dal collo e vagabonda per le stanze di questo ospedale per ricchi. Io sto sempre seduta qui, sulla mia poltrona verde. Osservo le sue giravolte. I capelli bianchi volteggiano entusiasti, finalmente liberi. Quando l’infermiera li pettina, tutte le mattine, come se fossi una bambina, li sento irrigidirsi. L’infermiera – si chiama Lillibeth – ha una spazzola di ferro, forse pensa che io sia un cavallo, tira e tira come se volesse farmi uno scalpo. Intanto mormora parole carezzevoli, mi chiama “la piccola figlia di papà”. Mi fa schifo, ma io non glielo dico mica. Ci mancherebbe. Lascio solo la testa a farle i dispetti. Non sarò mai la signorina per bene in cui vorrebbero trasformarmi.
Mammina cara è stata la prima. Una povera cameriera irlandese, ignorante e bigotta che si dava arie da gran dama. Incontrò mio padre, una sera a Dublino e due giorni dopo decise di fuggire con lui. Non lo sposò, benedetta coerenza. Io nacqui come figlia del peccato, per riscattare la Sacra famiglia dovevo fare un matrimonio importante. «Ti basta un portamento appropriato per entrare in una stanza e trovare marito» diceva mia madre. «Non è consono per una donna salire sul palcoscenico e sventolare braccia e gambe» ribadiva con il suo ghigno cattivo. Qualche volta la vedo ancora. Appare all’improvviso, è gigante, una quercia che si staglia sopra di me. Mi fissa arcigna. Le mie gambe sanno ancora trovare il ritmo, la colpiscono con foga. Uno, due, tre. Allora scompare, come è arrivata. La piccola sgualdrina- mi chiamava così- non ha mai perdonato.

Ero una ballerina! Solo quello volevo fare. Ero brava, potevo diventare più famosa di papà, invece mi fecero smettere, dissero che il mio fisico era troppo gracile. Io che avevo conosciuto Isadora Duncan, danzato con suo fratello, che ero stata scelta da Jean Renoir per Little match girl, mi rassegnai e presi a insegnare danzaterapia a Parigi. E ancora una volta mamma e papà distrussero tutto, mi portarono di forza a Londra. Sapevo che partendo avrei perso le mie amate allieve. Se ne fregarono, il futuro che volevano per me era solo in una casa, a fare la moglie fedele. Io? Io no, fumavo, facevo sesso, vestivo come volevo. Esistevo, potevo vivere da sola. Era il 1931. Le mie urla alla stazione, quel giorno, squarciarono il cielo. Avrei dato la vita per non cambiare per l’ennesima volta città. Mi caricarono sul treno. Non sono più passata alla Gare du Nord. Non ho più avuto un’occupazione.
«Signorina. Signorina, mi sente?» Il dottor Vattelapesca (proprio non riesco a ricordare il suo nome) arriva puntuale, tutte le sere, nella mia stanza. Bussa discretamente, poi entra senza attendere che io dia il permesso. Puzza di disinfettante – secondo me ci si fa il bagno – e indossa un camice bianco impeccabile. Ha capelli neri e dritti che guardano verso il cielo, due spalle che potrebbero reggere il mondo. Ogni volta fa un sacco di domande inutili. Io sospiro. Non mi va di rispondergli. Stasera meno che mai. Devo aver perso la voce. Non la trovo. Sono sempre più immobile. Vorrei tirargli una sberla, non riesco, nemmeno a chiedergli di tacere. Penso di essere prossima a svenire. La testa è tornata al suo posto, pesantissima. Ha tutti i ricordi del mondo pronti a uscire dal tunnel e travolgermi, io non li voglio vedere. Non li voglio e basta. Ho settantacinque anni, una marea di fantasmi che mi danzano intorno. A due anni ruppi una bambola, mammina cara disse che avevo le mani di burro, babbo promise di portarmene una nuova, dall’Irlanda. Quell’uomo mi capiva, lei mi odiava. A papà rimproverava di scrivere cose incomprensibili, di costringerla a una vita di traslochi e povertà. Hanno cambiato sessanta indirizzi! A conoscere Dublino andai da sola, camminai per giorni e mi scolai champagne e Veronal, finii in coma, dissero che volevo uccidermi. Io ricordo solo il vago senso di libertà, la gente che rideva e il profumo nell’aria di fiume e birra.
Ed ecco che torna la lacrima, scivola sulla guancia, la attraversa tutta, si ferma vicino alla bocca. Il medico mi guarda con una specie di tenerezza. «Si sente bene?» domanda, percepisco la sua ansia, poi mi prende il polso destro tra le mani, misura la frequenza cardiaca, la pressione, infine fa un sorriso di circostanza. «Ha bisogno di una nuova terapia, è un po’ giù di tono, mando subito l’infermiera», borbotta mentre esce di corsa.

Il modo in cui mi guardava, i suoi occhi, per un attimo ho rivisto Sam, l’uomo che ho amato e che non ha voluto sposarmi. Ma nel suo sguardo c’era una dolcezza che non ho più incontrato.
Sam, gli piaceva vedermi danzare. Teneva nel portafoglio una mia foto scattata a Parigi, al Bal Bullier, il giorno in cui rischiai di vincere il primo premio a una competizione. Feci finta di non ricordare quando venne a trovarmi in questo posto fuori dal mondo e me la mostrò. La presi tra le mani – tremavo- e mi rividi nel costume da sirena che avevo ideato e cucito: una tuta rivestita di scaglie, con una gamba scoperta a dare il senso della coda e una parrucca bionda. Ballavo a piedi nudi e il pubblico faceva il tifo per me, applaudiva, finì che vinse una francese. Fischiarono tutti. Io sapevo di essere la migliore. Restituii lo scatto a Sam senza dire parola. Credo che abbiamo pensato la stessa cosa. Samuel Beckett era stato l’assistente di mio padre, James Joyce. Ci eravamo conosciuti così. I miei due uomini, entrambi molto famosi, io la vergogna da nascondere al mondo.
Mi hanno rinchiuso qui da trentuno anni, babbo non è mai venuto, pensavo mi avrebbe salvato. Non poteva. Ho scoperto che era morto sbirciando un giornale, abbandonato su una sedia. «Che ci fa sottoterra quell’idiota? Quando si deciderà a uscire?» mi è scappato detto. L’ho amato molto, pare che abbia ispirato la sua creatività, che sia grazie a me se ha completato Finnegans wake, attingendo alla lingua che parlavamo solo noi due. Il dottor Jung, uno dei tanti specialisti da cui mi portò, spiegò che eravamo entrambi schizofrenici. Un bene per l’arte di mio padre, una condanna per me. Non volle curarmi. Qualcuno -la generosa signora Harriet e poi la sua figlioccia Jane- ha sempre pagato per il ricovero in questa clinica nel verde. Con la mia eredità.
Accidenti, torna la lacrima, è dolce stavolta. Deve essere cloroformio. Mi sembra di vedere Lillibeth accanto a me. Il cuore batte come un metronomo impazzito. Poi si ferma. Non mi muovo più, non respiro. E all’improvviso sento la nenia che papà aveva scritto per me: «C’era una volta una bella bambina che si chiamava Lucia, dormiva durante il giorno, dormiva durante la notte, perché non sapeva camminare». Rido come quando ero piccola. Stasera, prometto, lo vado ad abbracciare.
Racconto vincitore nel Corso di scrittura condotto da Valeria Viganò – Liberamente ispirato alle ultime ore di vita di Lucia Joyce, morta per un ictus il 12 dicembre 1982


Bellissima storia purtroppo credo che sia vera….
Una storia toccante quella di Lucia Joyce, troppo ribelle e “unconventional”, quindi nascosta dalla famiglia per “decoro”.
Veramente brava. Una scrittura ammaliante e fotografica. Mi sembrava di essere seduta accanto a lei e quella lacrima ipnotica é il fil rouge del racconto. Che bello.
Però non è vero che Jung non volle curarla. Fu Joyce a sottrargliela, per gelosia credo. O perché non voleva ammettere fosse schizofrenica
Complimenti davvero! Scrittura potente e piena di tenerezza per la protagonista