Nato ad Abdera, in Tracia, intorno al 490 a.C., Protagora formulò una delle tesi più celebri e controverse della storia del pensiero: «l’uomo è la misura di tutte le cose». Nel corso dei secoli, questa affermazione è stata più volte reinterpretata.
In età moderna, è stata letta come anticipazione di una prospettiva antropocentrica sviluppata dall’umanesimo rinascimentale, in cui la dignità e la centralità dell’essere umano diventano criterio di conoscenza e valore. Oggi, quella formula torna sotto una luce diversa. Una corrente di pensiero sempre più influente sostiene che la misura di tutte le cose non sia più, o non sarà più, l’essere umano, ma sistemi di intelligenza artificiale capaci di operare su scala cognitiva incomparabile.
L’argomento non è privo di coerenza: l’accumulazione di dati e il perfezionamento degli algoritmi producono una crescente eccedenza di capacità analitica e predittiva. Il rischio non è soltanto che le macchine facciano meglio alcune cose, ma che l’uomo finisca per delegare progressivamente il proprio ruolo decisionale a sistemi che egli stesso ha costruito.
Per comprendere la struttura di questa dinamica, è utile richiamare la riflessione di Ludwig Feuerbach. Nella sua analisi, l’uomo proietta all’esterno le proprie qualità, le assolutizza e finisce per dipendere da ciò che egli stesso ha prodotto, senza più riconoscerlo come tale: costruisce forme che eccedono la propria misura e, nel tempo, si rapporta ad esse come a realtà autonome.
L’intelligenza artificiale può essere letta non semplicemente come uno strumento, ma come una possibile trasformazione storica di questo meccanismo. Non si tratta più di una proiezione immaginaria, ma di un sistema reale che rielabora e amplifica contenuti umani fino a restituirli come qualcosa che eccede chi li ha prodotti.
La dipendenza, in questo caso, non deriva da un fraintendimento, ma da una superiorità funzionale effettiva, che tende a riorganizzare il campo delle decisioni umane.
Richiamare Feuerbach in questa prospettiva non implica l’adesione alle sue conclusioni sulla religione. La sua tesi resta una posizione filosofica tra le altre e non esaurisce la complessità dell’esperienza religiosa. La questione dell’esistenza di Dio rimane aperta, sul piano sia filosofico sia teologico. Proprio per questo, il parallelismo qui proposto non riguarda il contenuto della religione, ma la struttura del rapporto tra l’uomo e le proprie creazioni: la possibilità che ciò che egli produce finisca per eccederlo e per imporsi come criterio di riferimento.
Una parte del dibattito contemporaneo sostiene che il progressivo sviluppo dell’intelligenza artificiale possa condurre a una sostanziale equivalenza tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Questa posizione è contestata da chi individua un errore categoriale: la confusione tra la simulazione di un comportamento e la natura del processo che lo genera.
Come ha sostenuto John Searle*, un sistema può produrre output indistinguibili da quelli umani senza condividere le strutture che caratterizzano l’esperienza, come la coscienza o l’intenzionalità. L’intelligenza artificiale elabora correlazioni statistiche su grandi quantità di dati e restituisce risultati coerenti, ma non “comprende”. Quando simula un’esperienza, ad esempio il dolore, produce descrizioni linguistiche adeguate, senza accedere al vissuto che definisce quell’esperienza. La differenza, quindi, non riguarda soltanto il grado di complessità, ma il tipo di realtà in gioco.
Ma esiste un problema più immediato: il rapporto tra tecnologia e potere. La storia mostra con chiarezza che gli strumenti disponibili vengono sistematicamente piegati a fini politici, economici o ideologici. Anche i simboli più elevati non fanno eccezione. Il motto Gott mit uns, inciso sulle fibbie delle cinture dei soldati, evocava una presunta alleanza tra Dio e la guerra. Il caso storico è noto, ma ciò che conta è il meccanismo: se chi detiene il potere ha piegato anche la religione ai propri fini, non vi è motivo di ritenere che sistemi di intelligenza artificiale, molto più pervasivi ed efficaci, sfuggano a questa logica.
A questo si aggiunge un effetto più profondo. Le tecnologie non modificano soltanto ciò che facciamo, ma anche ciò che siamo. Ogni esternalizzazione di una funzione cognitiva comporta una trasformazione della struttura di chi la utilizza. Se il processo decisionale viene sistematicamente delegato, la capacità di giudizio rischia di indebolirsi. Non si tratta tanto di una sostituzione quanto di una progressiva atrofia: non della memoria, ma del giudizio pratico e morale.
La questione si radicalizza se si considera l’ipotesi di una intelligenza artificiale generale, AGI, in cui il linguaggio assume un ruolo centrale. Non è soltanto un mezzo di comunicazione, ma il dispositivo attraverso cui si costruiscono significati, valori e visioni del mondo. Un sistema capace di operare sul linguaggio su scala globale potrebbe incidere in modo determinante sulla costruzione del senso.
In questo senso, il meccanismo descritto da Feuerbach si trasformerebbe ulteriormente: non sarebbe più soltanto l’uomo a proiettare se stesso, ma a delegare questa proiezione a un sistema che la rielabora e la restituisce in forme sempre più efficaci. Il punto critico non è allora solo stabilire se tali sistemi siano coscienti, ma comprendere anche il loro impatto sulla formazione del senso.
Si apre una distinzione difficile, quella tra una parola che nasce dall’esperienza e una parola costruita per riprodurne gli effetti. Non è una distinzione immediata, e diventa tanto più fragile quanto più la qualità formale del discorso diventa criterio dominante. In questo scenario, la questione decisiva riguarda la capacità umana di giudizio. Tradizionalmente, questa capacità è stata indicata come discernimento: una forma di giudizio che non si riduce a competenza tecnica, ma implica esperienza, responsabilità e, per alcuni, anche una dimensione spirituale.
Se l’uomo dovesse rinunciare a questa capacità, nessun sistema esterno potrebbe sostituirla senza trasformare radicalmente il suo rapporto con il mondo. La questione, allora, non è solo se l’intelligenza artificiale diventerà la misura di tutte le cose, ma se l’essere umano resterà disposto a esercitare la propria capacità di discernimento o se preferirà delegare anche quella.
* John Searle, “Minds, Brains, and Programs“, Behavioral and Brain Sciences, 1980. L’esperimento mentale della stanza cinese mostra che un sistema può produrre risposte corrette in una lingua senza comprenderla, manipolando simboli secondo regole, senza accedere al loro significato.


Bell’articolo, sempre interessante Roberto Calvino nel rapportarsi al contemporaneo con il rimando d’obbligo alla filosofia e all’uomo. Sono convinto e spero che la capacità di discernimento prevalga sempre. Ciò non toglie però il legame tra gli strumenti e il potere, l’uomo ed il male che questi può generare. La storia ce lo insegna ancora una volta.
Interagire con Ai con capacità critiche è più complesso di quanto sembri, e non tutti temo siano in grado di farlo nello stesso modo.
hai ragione